“Sono le quattro del pomeriggio di sabato 10 agosto, e mi trovo nell’atrio di ingresso dell’Hunterian Museum, museo londinese dedicato alla storia della chirurgia. Uno dei tanti musei minori della città. Mi sto chiedendo come possano esserci almeno trenta persone in coda per entrare. Sono in gran parte giovani, e il personale le lascia entrare un po’ alla volta, a mano a mano che i visitatori precedenti escono“.
Quante volte ci è capitato, visitando un museo all’estero, di vivere la stessa sorpresa di Giovanni Carrada, autore delle righe che avete appena letto? E quante volte, al contrario, ci siamo ritrovati in un qualsiasi museo italiano (scegliete quello che preferite, oppure l’ultimo che avete visitato, in una grande città o in un paesino di provincia) con una manciata di visitatori a farci compagnia? E non si tratta solo di una questione di mero numero di visitatori, ma del perché quei visitatori scelgano di passare il proprio tempo libero in un determinato museo, e di cosa si riportino a casa una volta conclusa la visita. Spesso si riempiono gli occhi di belle immagini, ma capiscono davvero cosa vedono?
Giovanni Carrada si è arrovellato su queste domande e ne è uscito fuori un libro molto interessante, da poco pubblicato da Johan&Levi Editore con una prefazione di James Bradburne, già direttore a Brera e al palazzo Strozzi di Firenze: Perché non parli? Come raccontare il patrimonio culturale. Lui è uno che di questi temi se ne intende: Carrada si occupa infatti da anni di divulgazione scientifica e culturale, ed è autore di programmi cult(urali) come il mitico Superquark di Piero Angela. Il presupposto di fondo non è che in Italia non si visitino le mostre o i musei, ma che spesso ci si limiti solo ai più famosi e che – soprattutto – i biglietti staccati non si traducano in una vera conoscenza o comprensione di quello che si è visto: “Spesso [i visitatori] tornano a casa con una meraviglia generica ed effimera, senza che nulla di nuovo sia nato nella loro testa o nel loro cuore. Oltre non riescono ad andare perché non li sanno guardare, non conoscono il contesto che li ha prodotti, non ne afferrano che pochi aspetti, e faticano a dar loro un significato che, in qualche modo, li riguardi personalmente.”

E la radice di questo problema, di questo scollamento tra patrimonio e fruitori, sta soprattutto nel fatto che spesso il patrimonio non sa parlare di sé, non sa raccontarsi. Pensateci: quante volte le didascalie in un museo si limitano a darci contezza di autore, data e tecnica, senza dirci altro? E quante volte invece, accompagnati da una guida, abbiamo davvero compreso quel che vedevamo, e magari abbiamo anche sorriso? Sì, perché in un museo si può anche sorridere, non è vietato. Il lavoro da fare, Carrada ne è consapevole, è enorme, ma anche elettrizzante, perché i musei, le collezioni, le aree archeologiche italiane non aspettano altro che trovare qualcuno che sappia loro dar voce.

Dettagli

Giovanni Carrada
Perché non parli. Come raccontare il patrimonio culturale
Johan&Levi Editore
pp. 206

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In copertina:
Donna seduta su ottomano davanti a tre dipinti
foto © Una Laurencic
[fonte]

 

Sito web: https://www.johanandlevi.com/scheda-libro/giovanni-carrada/perche-non-parli-9788860103734-3283.html