Ci sono quegli scrittori che, come Salgari, non si sono mai mossi da casa ma hanno creato storie e mondi immaginari che sembrano veri, e scrittori che hanno invece avuto una vita talmente piena da sembrare essa stessa un romanzo. Prendete George Orwell, che è stato studente a Eton, poliziotto, proletario, dandy, miliziano, giornalista, ribelle, romanziere, eccentrico, socialista, patriota, giardiniere, eremita e visionario. E tutto questo solo per citare il sottotitolo di una bella biografia a fumetti pubblicata da L’ippocampo, opera di Pierre Christin e Sébastien Verdier (ma con la collaborazione, per alcune delle tavole, di André Juillard, Olivier Balez, Manu Larcenet, Blutch, Juanjo Guarnido ed Enki Bilal): Eric Arthur Blair – questo il vero nome di Orwell, che decide di utilizzare uno pseudonimo per conoscere la libertà – ha vissuto più vite di quante forse ne abbia raccontate nei suoi libri, dalla primissima infanzia trascorsa in India agli anni di Eton, dalla decisione di imbarcarsi per la Birmania per fare il poliziotto al successivo rifiuto dell’idea stessa di imperialismo che lo porterà da lì a poco alle dimissioni, dall’impegno durante la guerra civile spagnola ai primi libri (lo stesso Orwell, ormai già diventato Orwell, racconta ad un certo punto: “dalla guerra di Spagna non posso dire onestamente di aver fatto granché, tranne scrivere libri, allevare galline e coltivare verdura”), fino alla creazione di un mondo distopico che ha però fin troppo in comune con il mondo reale…

Sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciavano le menzogne più artefatte; ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullano a vicenda; sapendole contraddittorie fra di loro e tuttavia credendo in entrambe, fare uso della logica contro la logica; rinnegare la morale propria nell’atto di rivendicarla; credere che la democrazia sia impossibile e nello stesso tempo vedere nel Partito l’unico suo garante; dimenticare tutto ciò che era necessario dimenticare ma, all’occorrenza, essere pronti a richiamarlo alla memoria, per poi eventualmente dimenticarlo di nuovo”.
(George Orwell, 1984).

Pierre Christin e Sébastien Verdier
Orwell
Traduzione di Fabrizio Ascari
L’ippocampo

pp. 160

Dove e quando