
Quando si parla di Grand Tour, Attilio Brilli è una garanzia: tra i più grandi esperti di letteratura di viaggio, conosce tutti gli itinerari, ha letto diari, lettere e cronache, ha scritto di viaggiatori e viaggiatrici che – nei secoli – sono andati a zonzo per l’Europa (i più arditi anche un po’ più in là), ci ha raccontato com’erano fatte le locande di sosta e le carrozze, quello che studiavano e le persone che incontravano i primi touristi che si sono messi in viaggio qualche secolo fa. Il nuovo libro, Le vie del Grand Tour, pubblicato da Il Mulino, ripercorre le strade che hanno portato, specialmente tra Settecento e Ottocento, giovani rampolli della nobiltà e ricchi borghesi in giro per l’Europa, tra Francia e Germania, Portogallo e Svizzera, nord Europa e Italia. Un viaggio fisico, ma che finisce anche per mettere in comunicazione idee e pensieri.
“Le vie attraverso le quali si è irradiata la cultura fra la metà del Cinquecento e il primo Ottocento, e sulle quali si sono formate intere generazioni, sono pertanto le medesime strade percorse dai viaggiatori dei paesi del continente impegnati in un vero e proprio rito di formazione e di accrescimento culturale”
Un viaggio di formazione, che unisce il diletto alla conoscenza dell’altro, “non cum voluptate solum, sed cum fructo” come scriveva Giusto Lispio, e che si definisce nel tempo in un itinerario codificato che ammette poche deviazioni e che si concentra a un certo punto sempre più sull’Italia, con Firenze (dove Stendhal ha provato per la prima volta quel senso di meraviglioso stordimento, quella sindrome che da lui ha preso il nome), Roma, che “consente al viaggiatore di sentirsi contemporaneo di un glorioso, remoto passato e di poter interloquire con personaggi di epoche lontane” e Napoli dove, per dirla con Augustin Creuzé de Lesser “l’Europa ha termine a Napoli e vi finisce piuttosto male, la Calabria, la Sicilia e tutto il resto è Africa”. Ecco, evidentemente a lui il Grand Tour non aveva aperto troppo la mente.