La casa editrice fiorentina Olschki, in occasione dell’anno dedicato alle celebrazioni del settimo centenario della morte di Dante Alighieri, propone un altro gioiello. Si tratta della pubblicazione di una prestigiosa copia anastatica, rilegata in cofanetto, dell’edizione aldina, datata 1502, de “Le terze rime di Dante” esemplare conservato presso la Biblioteca Classense e acquistato da Leo S. Olschki, insieme al resto della raccolta di Leo (edizioni, traduzioni e commenti danteschi) allora, sicuramente, il repertorio più completo relativo all’opera.
La Comedìa pubblicata da Aldo Manuzio è una delle più straordinarie edizioni del poema e citata in studi specifici o inserita nei cataloghi di mostre. Anche se non si tratta di un’edizione particolarmente rara – solo in Italia ne esistono almeno una settantina di esemplari facilmente reperibili sul mercato antiquario e, in epoca digitale, si trovano in rete riproduzioni, complete o parziali, di alta o bassa qualità – l’attuale anastatica garantisce una riproduzione assolutamente fedele consentendo, non solo ai ricercatori di studiare con maggiore facilità, ma anche, a un più vasto pubblico di persone, di familiarizzare e approfondirne la storia.

Il volume ha l’introduzione curata da Edoardo Barbieri e, dalla prefazione di Maurizio Tarantino si apprende che nel novembre 1512, i Medici sono rientrati da due mesi a Firenze e Niccolò Machiavelli, dopo aver passato quindici anni, «né dormiti né giuocati», nel suo ufficio della seconda Cancelleria repubblicana e popolare, viene cassato dall’incarico, arrestato e torturato per la presunta partecipazione a una congiura.
Uscirà dal carcere solo nel marzo dell’anno successivo, probabilmente per intercessione di Giuliano de’ Medici (al quale aveva indirizzato due sonetti dal carcere, uno dei quali forse accompagnato da un dono di tordi), più probabilmente essendo stato incluso in un’amnistia per celebrare l’elezione del fratello Giovanni al trono papale col nome di Leone X.
Confinato “in villa”, privato del suo lavoro, a Machiavelli non manca certo il tempo per scrivere e la sera del 10 dicembre 1513, all’amico Francesco Vettori, potente ambasciatore di Firenze alla corte del 217° papa della Chiesa cattolica, invia una lettera, forse la più bella della letteratura italiana (della quale si ricorda spesso solo la seconda parte) nota soprattutto per la sua importanza nella datazione del Principe.
Merito, quindi, di Aldo Manuzio (Bassiano, tra 1449 e 1452 – Venezia, 6 febbraio 1515) se Machiavelli poté leggere Dante e Petrarca durante le soste delle sue passeggiate nei boschi che circondano sant’Andrea in Percussina, alle porte di Firenze. Infatti, nel 1501 con Virgilio, venne inaugurata, la produzione dei “libretti da mano” (enchiridia), un formato in ottavo fino ad allora dedicato a testi di devozione.
Da allora, e fino al 1503, Manuzio completò la pubblicazione di tutti e quattro i libelli portatiles ricordati da Machiavelli: Le cose volgari di Petrarca (ossia i Rerum Vulgarium Fragmenta e i Triumphi), Le terze rime di Dante (ossia la Commedia, curata, come il Petrarca, da Pietro Bembo), i Carmina di Catullo, Tibullo e Properzio, le Metamorfosi di Ovidio.
Libretti senza commento la cui lettura doveva scorrere agevole e libera da orpelli eruditi, imprescindibili per edizioni di altro tipo.
Specificatamente per la Divina Commedia, non viene nemmeno giustificato il titolo, un po’ strano rispetto alla tradizione: Le terze rime di Dante.
Va sottolineato infine, come l’aldina 1502 venga riproposta a cento anni esatti dalla pubblicazione della Divina Commedia tratta dal Codice Landiano (1921, ancora artefice Leo Olschki), evidenziando, tra anniversari e scelte editoriali, un particolarissimo legame della casa editrice con il Sommo Poeta.