«Arouet 38». Così Haydn Mason pensava di intitolare la sua Vita di Voltaire,
calcolando che ne fossero già state scritte almeno trentasette.
Non so dire se le biografie di Cristina Trivulzio siano in numero maggiore o minore,
certo è che, da tempo, molte donne riconoscono in sé tratti della sua multiforme personalità,
un cammino che chiede di essere percorso.
Credo sia gratificante per lei: «Ciò che mi fa orrore è l’oblio. Ve ne
prego, ditemi il nome di quelli che talvolta mi rammentano».
Eppure la speranza di essere ricordata si scontra col rumore delle chiacchiere che ogni sua azione suscitava.

Così Silvana Bartoli inizia Le scelte di Cristina Tivulzio recentemente pubblicato dalla casa editrice Leo S. Olschki. L’autrice si occupa di storia delle donne, in particolare delle tematiche riguardanti identità, memoria, istruzione – in ambito anche monastico – dal Seicento all’Ottocento e, in questo libro, frutto di una capillare ricerca, racconta una gran bella storia di emancipazione. Nata nel 1808 in una delle famiglie più facoltose dell’aristocrazia milanese e destinata a un’esistenza principesca, Cristina si sottrasse ad una delle tradizioni più sacre per approdare agli «affari che non competono alla donna» superando la dipendenza dal marito e dal ruolo di ereditiera del padre, ovvero di donna in vetrina per matrimoni strategici che combatte per ritagliarsi una voce in un ambiente patriarcale, dopo aver scoperto l’incapacità di accettare la sofferenza provocatale dalle enormi disuguaglianze sociali che, ogni momento, si palesavano ai suoi occhi. Da qui la battaglia per convincere i latifondisti lombardi a usare una minima parte della propria ricchezza per aiutare chi aveva contribuito a costruire – e continuava a farlo – quella stessa prosperità.
Scegliendo di usare consapevolmente i privilegi per costruirsi una vita autonoma, lottando per la propria emancipazione e battendosi per la giustizia e la solidarietà nei confronti dei più deboli, nel secolo in cui iniziava ad affacciarsi la “questione femminile”, Cristina aveva già bruciato le tappe lasciando il marito – seduttore cronico – si era occupata di politica e di welfare, aveva scritto libri e articoli, aperto scuole, organizzato ospedali durante l’invasione straniera.
Il guado del fiume, che allora era la frontiera, fu anche lo spartiacque nella sua vita esiliandosi in una fattoria turca, aveva comprato la legittimazione della figlia e, soprattutto, aveva sperimentato il trattamento riservato dagli uomini alle «donne il cui carattere non era stato cancellato dall’educazione».
La memoria dell’indipendenza di Cristina Trivulzio costituisce un monito a un mondo che non intende riconoscere il ruolo decisivo delle donne nella storia e oggi, forse più di allora, avremmo bisogno di una società che consideri il ‘pensiero solidale’ valore edificante.