Da meno di un mese in librerie e fumetterie un volume dove si racconta la storia di una donna capace di trovare l’equilibrio in un’anima spezzata fra mondi lontani. Un destino che porta due vite a incrociarsi e legarsi per sempre, al di là di qualunque convenzione. Si tratta della pittrice giapponese che portò l’arte orientale in Sicilia, il viaggio tra Tokyo e Palermo di una donna sempre divisa tra Giappone ed Europa: O’Tama Kiyohara (Tokyo, 17 luglio 1861 – Tokyo, 6 aprile 1939) conosciuta anche con i nomi Otama Kiyohara, Eleonora Ragusa e Otama Ragusa. Fu lei la prima nipponica a dipingere nello stile europeo e a posare per un artista europeo, Vincenzo Ragusa, scultore palermitano che sarebbe poi diventato suo marito.
Dopo aver scoperto la travolgente bellezza di Palermo, Otama tornerà dopo mezzo secolo nel Paese natio, per scoprire che molte cose sono cambiate e “La vita di Otama” (Sergio Bonelli Editore) è il risultato di una collaborazione inedita tra Andrea Accardi e l’artista internazionale Keiko Ichiguchi. Pagine intrise di delicatezza, amore, sconforto, felicità, rabbia e speranza. La testimonianza di come amare pienamente – contro qualsiasi ostacolo – sia sempre la scelta più rivoluzionaria.

Accardi, spiega: “Ho scoperto Otama alla Civica Galleria di Arte Moderna di Palermo, ammirando il suo busto in terracotta scolpito da Vincenzo Ragusa. La didascalia recitava: Ritratto della moglie. Chi mai poteva essere la moglie di questo scultore palermitano, dai tratti somatici e dall’inconfondibile acconciatura giapponese? Sarebbero passati molti anni prima che questa curiosità si trasformasse nell’intenzione di farne un libro, finché, a un certo punto, ho proposto a Keiko di realizzare con lei la storia di Otama. Mi sembrava il connubio perfetto: un disegnatore italiano nato a Palermo e una sceneggiatrice giapponese che vive da anni in Italia (e sposata con un italiano). Così è cominciata la nostra avventura”.
Ichiguchi, aggiunge: “Otama è ancora oggi poco conosciuta in Giappone. Esistono solo due biografie su di lei scritte in giapponese. Leggendo e rileggendo queste fonti limitate e raccogliendo frammenti delle storie dei due Paesi, Italia e Giappone, intrecciati nella sua vita, ho cercato di avvicinarmi a lei. Spero di essere riuscita a guidare i lettori verso un percorso di scoperta di questa donna straordinaria, proprio come è accaduto a noi”.

Nella prefazione Maria Antonietta Spadaro, autrice di preziose ricerche su Otama, racconta: “Mi imbattei nella storia di O’Tama Kiyohara Ragusa alla fine degli anni ’80, immergendomi nella ricerca delle sue esperienze artistiche al fianco del marito, lo scultore palermitano Vincenzo Ragusa. Fu la peculiare vicenda storica del suo Paese a condurla a Palermo. Dal secolo XVII il Giappone era definito Sakoku (Paese in catene): non erano ammessi contatti di alcun genere con l’Occidente. Dalla metà del XIX secolo, le pressioni da parte degli USA e dell’Europa produssero la storica apertura. L’Imperatore Mutsuhito della dinastia Meiji diede inizio al rinnovamento nel 1868, promuovendo riforme politiche, culturali, strutturali e tecnologiche su modelli occidentali. Il governo affidò tale svolta a consulenti scelti da varie nazioni. Anche lo stile e le tecniche artistiche del Giappone, per quanto raffinate, si erano cristallizzate senza apporti esterni, così fu chiesto all’Italia l’invio di artisti per fondare la Scuola Tecnica di belle arti di Tokyo (Kōbu Bijutsu Gakkō). L’accademia d’arte milanese di Brera selezionò tre profili e, poiché in quegli anni Vincenzo Ragusa lavorava a Milano, fu inviato in Giappone in qualità di docente di scultura. Vi rimase dal 1876 al 1882, guadagnando la ragguardevole cifra di 3.300 yen mensili. Apprezzato per le sue straordinarie abilità scultoree e didattiche, lavorò anche presso la Corte imperiale realizzando, tra l’altro, il ritratto dello stesso Imperatore. Curioso e attento al Paese ospitante, fu affascinato dall’artigianato locale e durante la sua permanenza nipponica collezionò circa quattromila e duecento oggetti tra stampe, lacche, armi, vasi in bronzo e ceramica, strumenti musicali, maschere, ventagli, kimono“.

La professoressa Spadaro, prosegue: “Nel 1877 conobbe la giovane Kiyohara e la ritrasse in un busto: fu la prima donna giapponese a fare da modella a uno straniero. Insieme, sposatisi, lasciarono il Giappone e giunsero nel 1882 a Palermo con l’intenzione di fondare la scuola d’arte Museo Artistico Industriale – Scuole Officine. L’avanguardistico progetto educativo prevedeva di esporre la loro collezione e insegnare tecniche giapponesi. La scuola, che Ragusa condusse a sue spese dal 1884, ebbe purtroppo vita tormentata. Nel 1887 venne ufficializzata dal Ministero dell’Istruzione, che però impose l’eliminazione degli insegnamenti orientali e la chiusura del museo, snaturandone gli obbiettivi, a dir poco pionieristici in Europa, dove intanto dilagava il japonisme. Per questa ragione, sommata ai problemi economici, Ragusa fu costretto a vendere le collezioni al Museo Luigi Pigorini di Roma (dal 2016 confluito nel Museo delle Civiltà) dove sono ben conservate, ma non esposte. La sua scuola a Palermo è oggi il Liceo Artistico intitolato a Vincenzo Ragusa e Otama Kiyohara, che custodisce opere di entrambi“.

Nel volume anche una galleria di bozzetti realizzati da Andrea Accardi per studiare i personaggi principali della storia, le ambientazioni e i costumi dell’epoca.

Dettagli

La vita di Otama
Soggetto e sceneggiatura: Keiko Ichiguchi
Disegni: Andrea Accardi
Inchiostrazione: Arianna Farricella
Copertina: Andrea Accardi e Keiko Ichiguchi
Pagine: 144
Sergio Bonelli Editore
Isbn 9791256290482