Sono state le eccessive libertà creative della serie dedicata a Leonardo, in onda su Rai 1, a scatenare l’improvviso desiderio di rileggere, dopo quasi venti anni, un gran bel libro preciso, scrupoloso, con una dovizia di particolari da stupire anche per lo straordinario lavoro sulle fonti. Il rigore della ricostruzione dei fatti è tale da catapultare lì in mezzo e, spesso, occorre più di un attimo per superare una sorta di smarrimento nel non riuscire a tornare seduti in poltrona.

 Si tratta de “La Battaglia” che Riccardo Nencini pubblicò – con la prefazione di Franco Cardini – nel 2001, ristampato poi nel 2002, 2006 e 2015 da Mauro Pagliai Editore, romanzo storico dove nulla è affidato alla fantasia e la minuziosa ricerca crea un’autentica sceneggiatura ai fatti accaduti. 

Ambientato in quell’angolo di Toscana tra il Casentino e il medio Valdarno, tra le colline che salgono fino alla foresta e all’abbazia di Vallombrosa, la piana dell’Archian rubesto a valle del castello dei Conti Guidi di Poppi, l’undici giugno 1289 gli eserciti guelfi e ghibellini si affrontano in una battaglia decisiva per le sorti della Toscana e per i futuri equilibri politici ed economici della penisola mettendo fine all’età dei nobili e aprendo, definitivamente, la strada alla società dei mercanti.

Arezzo combatteva per la sua salvezza, mentre, tra i fiorentini, desiderosi trovare a Campaldino il riscatto per la tremenda sconfitta patita a Montaperti nel 1260, anche Cecco Angiolieri e il ventiquattrenne Dante che immortalerà nella Commedia una delle battaglie più sanguinose del Medioevo.
Già la sola prima parte dell”antefatto colloca immediatamente il lettore nel tempo e nello spazio:

Addì 19 del mese di aprile 1215,
domenica di Pasqua. Firenze
Dove si tende un agguato a Buondelmonte dei Buondelmonti e si formano le fazioni
dei guelfi e dei ghibellini

Correva l’anno 1214 quando, nel corso di un convito tenutosi in città, sorse una questione tra Oddo Fifanti e Buondelmonte dei Buondelmonti. Corsero male parole e ci furono dei feriti. Ritenendo che la contesa potesse facilmente degenerare, i consorti di Oddo proposero il matrimonio tra Buondelmonte e la figlia di Lambertuccio Amidei la cui famiglia si era schierata al fianco dei Fifanti. Fu stilato l’accordo ma, nell’imminenza delle nozze, Buondelmonte ritirò la parola data essendosi invaghito della figlia di Forese Donati, donna di rara bellezza e di chiare virtù. Ai Fifanti e agli Amidei, irrimediabilmente offesi, non restò che cercar vendetta.

Tutto ebbe inizio nel giorno in cui Firenze festeggiava la Pasqua di Resurrezione.
Un rigido inverno aveva gelato le acque dell’Arno e nubi nere come calabroni vorticavano basse, portatrici di presagi funesti, a sfiorare le innumerevoli torri.
Attesero Buondelmonte ai piedi della statua di Marte. Era appena sceso da Ponte Vecchio quando Schiatta degli Uberti lo rovesciò da cavallo, Mosca de’ Lamberti e Lambertuccio degli Amidei gli furono sopra e lo ferirono con pugnali acuminati, Oderigo de’ Fifanti, lesto, gli segò le vene. Il rosso schizzò il bianco delle vesti e macchiò la morte e la resurrezione del figlio di Dio per tutti gli anni a venire. E così si vendicarono della perdita del castello avito di Montebuoni e dei litigi che ne erano seguiti, dei disaccordi generati dalla pratica degli affari e soprattutto lavarono l’offesa subita per il mancato matrimonio tra Buondelmonte e la figlia di Lambertuccio Amidei.

Non passò l’estate che Firenze si divise in fazioni e gli odi antichi divennero guerre intestine, le torri si alzarono di un braccio sopra i campanili delle cento chiese e le famiglie si fecero partiti, fino a vestire le insegne a lutto che dividevano la cristianità.
Stettero i Buondelmonti con i guelfi e con loro i Donati, gli Adimari, i Vecchietti e trentacinque delle nobili casate fiorentine. Partigiani dei ghibellini si fecero gli Uberti e gli Amidei, i Fifanti ed i Lamberti e gli Scolari ed altre trenta tra le più illustri famiglie di Firenze. Gli uni in alleanza col pontefice, gli altri con l’imperatore.

In tutto si divisero: diversi i merli delle torri, diversi i cappelli che portavano, differente l’acconciatura dei capelli, il saluto e perfino il modo di tagliare il pane. In lotta per il governo della città, il dominio del contado, l’egemonia sulle terre di Toscana, sulle sue genti ed infine sull’Italia intera. Mercanti e magnati, il ‘popolo’ nuovo e le schiatte antiche. Comuni, signorie e libere città e castelli costruiti nel segno della forza e del comando ed a garanzia del rispetto di antichi diritti feudali.

Negli anni che precedettero la metà del secolo, la parte ghibellina, sostenuta da Federico II imperatore, cominciò a prevalere all’interno del Comune. Nel 1248, le famiglie aristocratiche avevano ormai concentrato nelle loro mani le cariche di governo di più alto rango. A un gran numero di guelfi non restò che scegliere la via dell’esilio, i loro beni furono requisiti, distrutte le case e i palazzi.
Nessuna pacificazione si rendeva possibile. L’aquila imperiale volteggiava terrificante sopra il soglio di Pietro.  

Seppur problematiche e stili di vita lontanissimi a quelli del terzo millennio, il valore aggiunto del volume è come l’autore sia riuscito a graduare, per renderla fruibile, la peculiarità di quegli assetti politici, un passe-partout che apre agli eventi e alle anime dei protagonisti.

Dettagli

 

Riccardo Nencini
La battaglia
Guelfi e Ghibellini a Campaldino nel sabato di San Barnaba

prefazione di Franco Cardini
Pagine 264
Mauro Pagliai Editore, 2015 (terza edizione)
Isbn: 978-88-564-0306-0