L’art est un mensonge qui nous permet d’approcher
la vérité.
(Pablo Picasso)
[…] il paesaggio è reale per quanto è immaginario,
ma è immaginario per quanto è, o diviene, reale.
(Piero Bigongiari, Chronos-topos)
Dove sei, dove posso ritrovarti? / Di là dal monte
grigio dove nevica / o tra pagina e pagina del libro /
sfogliato senza termine dal tempo…
(Mario Luzi, “Meriggio lascia correre il pensiero”)
Desideravo copiare la natura […]. Mi ritenni contento quando scoprii che il sole, per esempio, non
poteva essere riprodotto, ma che doveva essere
rappresentato da qualcosa d’altro.
(Paul Cézanne)
Tutto ciò che vediamo è qualcos’altro.
(Fernando Pessoa, Faust)
Il senso del tempo, come è stato vissuto profondamente nella poesia,
porta a dire che è essa la storiografia ultima e che
l’autentico percorso verso la storiografia avviene proprio attraverso la poesia.
(Andrea Zanzotto)

Qual è il rapporto tra paesaggio e letteratura, tra gli spazi vissuti dagli scrittori e quelli raccontati nei libri? Anna Dolfi – accademica dei Lincei e professore emerito dell’Università di Firenze, tra i maggiori studiosi di Leopardi, leopardismo, ermetismo, narrativa e poesia del Novecento – in “Il paesaggio tra le righe. Percorsi con gli scrittori della modernità” edito il mese scorso da Leo S. Olschki – riflettendo sulla definizione di ‘paesaggio’, sulle tecniche del microscopio e del grandangolo, sul rapporto tra tempo e spazio, tra realtà e memoria, tra finzione e verità, indaga le diverse modalità del vedere il passaggio, dal concreto all’astratto, dalla fisica alla metafisica con le conseguenti trasformazioni.
Nella prefazione (intitolata Le ragioni di un percorso), l’autrice, inizia scrivendo: «Per anni mi sono interrogata sul rapporto che esiste tra il paesaggio e la sua trasfigurazione letteraria; sull’importanza e sull’incidenza che le tracce inevitabili delle dimore vitali lasciano nella creazione di immagini che con Mauron potrei definire, se non ossessive, certo ricorrenti; sul ruolo che la letteratura e le arti figurative – generatrici anche di desideri triangolari – esercitano nella trasformazione dei paesaggi reali, nella metamorfosi di quelli vissuti, nella creazione di quelli mitici. Non c’è quasi scrittore italiano del nostro Novecento al cui nome non si possano e debbano associare una o più città, la cui opera non sia legata a una specifica regione e al suo paesaggio, in una singolare incidenza e mescolanza di cronotopi che collegano indissolubilmente la storia di un paese a quella dell’io che scrive. Basti pensare all’importanza della così detta ‘linea ligustrica’ nella lirica di prima e seconda generazione, e per limitarsi ai casi più eclatanti della terza generazione, al ruolo che Livorno e Genova hanno nella poesia di Caproni, Firenze e Siena in quella di Luzi, all’importanza della Sardegna nella narrativa di Dessí, di Ferrara nei romanzi di Bassani… Né c’è autore che quel primo luogo di partenza, o altri di elezione che gli si sono affiancati, non l’abbia ibridato con le memorie letterarie o con gli spazi (talvolta perfino eterotopici) suggeritigli da spinte esistenziali e dalle istanze di una personale poetica.»
Il risultato è un testo capace di farti passare una notte insonne per non riuscire a metterlo sul comodino prima di essere arrivati all’ultima pagina. Tra le righe dei testi, sono le città della madre e la Parigi di Giorgio Caproni, la geometrica perfezione della Toscana di Alfonso Gatto e Mario Luzi, le città silenziose e notturne di Parronchi, la Sardegna ‘lunare’ di Dessí, la Ferrara di Bassani con il suo Giardino, le capitali interscambiabili nell’Europa di Tabucchi. Tanti altri autori del primo, secondo, terzo Novecento – da Ungaretti e Montale a Zanzotto – appaiono nei capitoli e nei riferimenti trasversali, assieme a dominanti modalità del sentire che si rifanno necessariamente a Leopardi e a Baudelaire. All’infinito ‘finito’ e allo spleen che hanno condizionato, nel Ventesimo secolo, l’antropologia di uno sguardo rivolto al mondo e all’io con una sedimentata coscienza di perdita.