«Niente manca a Venere, ne´ il giglio, ne´ le rose.
Ne´ l’unione squisita delle piu` leggiadre cose,
Ne´ il fascino segreto che ogni sguardo apprezza,
Ne´ la grazia piu` bella ancor della bellezza.»
(Jean de La Fontaine, Adonis)

Non so come, forse per la difficoltà di comunicare tipica di questo tragico momento storico, mi è tornato alla mente un raffinatissimo volume, Le Langage des Fleurs di Charlotte de Latour (pseudonimo di Louise Cortambert), pubblicato per la prima volta intorno al 1819, tra i primi a trattare il linguaggio dei fiori, in assoluto il primo in Europa. Seppur modificato, La Tour’s systemil è alla base di quelli di floriografia divenuti popolari in Gran Bretagna.
De Latour cita anche alcune lettere del Diciottesimo secolo di Lady Mary Wortley Montagu che, da Costantinopoli, inviava messaggi attraverso varietà di oggetti simbolici, forse per comunicare nell’harem del sultano, dando origine al linguaggio dei fiori in Turchia.
È in tale contesto che si afferma in tutta Europa il singolare codice non verbale che attribuiva a piante e fiori significati simbolici espressivi dei moti dell’animo. Da sempre connesso al mondo degli affetti, il fiore si carica di una più incisiva componente sentimentale, assurgendo a emblematico ‘messaggero del cuore’.
Una nuova grammatica floreale, dalle fonti più disparate – dai miti classici a citazioni letterarie e figurative, fino agli esiti delle moderne teorie scientifiche – vide il moltiplicarsi di opere dedicate alla garbata e suggestiva pratica.
Con una introduzione di Lucia Tongiorgi Tomasi e di Luigi Zangheri, la Casa Editrice Leo S. Olschki, nella collana Giardini e Paesaggio, pubblicava nel 2008 una bella edizione de “Il linguaggio dei fiori“, ristampandola nel 2020.
L’interesse razionale ed emotivo per il mondo della natura costituisce una significativa costante dell’età romantica, segnandone la riflessione filosofica, la letteratura, le arti visive e gli studi scientifici. In quest’ultimo ambito sono le scienze botaniche ad attrarre in particolare l’attenzione, finendo per configurarsi come una entusiastica voga capace di superare barriere sociali e di genere.
Il volume, seguendo le quattro stagioni dell’anno, costituisce un dotto divertissement, arricchito dall’apparato iconografico frutto dell’abile matita di Pancrace Bessa, uno dei più celebri pittori botanici francesi contemporanei.
Con la traduzione di Giuseppina Garufi, ai nostri giorni, è ancora uno scrigno colmo di significati ed emozioni come quella sucitata da Anacreonte (Teo, 570 a.C. circa – Atene, 485 a.C. circa), il poeta degli amori, quando celebra la rosa e, come scrive De Latour, per elogiarla adeguatamente, è sufficiente citarne i versi:
Dei fiori canto la più bella,
La rosa, che di primavera è tesor;
Taide, alla mia canzone novella
La tua voce unisci e il suo chiaror.
Degli umani la folla affascinata
Ammira quest’offerta ricercata,
E degli dei la brezza pura
Dei suoi odori è profumata.
Nella stagione degli amori,
Delle grazie la schiera ridente,
Per tessere i ghirigori,
Va a raccogliere la rosa nascente;
Venere, ruba i suoi colori,
Per sembrar più affascinante;
La rosa e` cara alle dotte sorelle,
E il poeta felice ne è cantante;
Nel cespuglio, per cogliere,
La mano scivola e sfida la spina;
Com’è` dolce allora cogliere
Dell’amore la gemma porporina,
E in un attimo di splendore
Assaporare l’essenza divina!
Delle feste la rosa è l’onore,
E in questi giorni in cui ogni bevitore
A Bacco eleva l’animo intero;
A lui, il lume è meno caro
Che quest’amabil fiore.
Senza rosa, che si può fare?
Dei saggi che Apollo adora
Leggete le parole armoniose;
Lei tinge le dita all’Aurora;
Delle ninfe le braccia graziose
Le devono il chiarore che le decora,
E del più tenero delle sfumature radiose
Venere intera si colora.
Spesso per i nostri mali il suo pudore
E’ stato utile al Dio Epidauro,
E le sue ghirlande sono ancora
Ai morti l’ultimo favore.
Se pure il tempo le fa affronto,
Il bosco della rosa e` ancora ornato,
E, fino al suo ultimo momento,
Il profumo della gioventù viene esalato.
Ma come, è giusto che sia narrato
La terra partorì questo bel risultato?
Mentre scivolava sulla schiuma,
Emerse dalla valle commossa dell’onda
Di Cipro l’incomparabile regina
Afrodite, arrossendo d’esser nuda;
Quando, dalla mente del creato
Terribile e esalante guerra,
Si slancio` la dea altera
Gli dei per il suo aspetto hanno vacillato;
Cibele, a questo duplice portento,
Non oppose, per incantare lo sguardo,
Che un bocciolo e il suo giovane gambo.
L’Olimpo contemplandolo sorrise
E sulla pianta sparse
Nettare della dolce rugiada;
Dai profumi del cielo annaffiata,
All’improvviso, fresca e maestosa,
Comparve, sulla fronda spinosa,
La rosa che Bacco elesse. (1)