Libertà e amore. Di una vita, di un’esistenza, si può scrivere tutto e il suo contrario, si possono raccontare tutti gli episodi significativi (e anche quelli che lo sono stati meno, che tutto in realtà conta), tracciare alberi genealogici e rapporti di amicizia, fino a quantificare il conto in banca. Ma quello che poi rimane importante, alla fine, è solo libertà e amore. Ne è cosciente Carlo Vulpio, che con queste due parole termina il suo ultimo libro, appena pubblicato da Chiarelettere, Il genio infelice. Il romanzo della via di Antonio Ligabue. E l’autore sceglie libertà e amore proprio perché queste sono le parole che qualche poeta rimasto anonimo ha scelto per accompagnare per sempre il pittore, scrivendole sulla tomba che lo ospita dal 27 maggio 1965.
Più che un romanzo, il libro è però più che altro un racconto, una di quelle storie che uno vorrebbe sentirsi narrare dalla viva voce dall’autore che infatti, come in una chiacchierata appassionata, a volte divaga, prende a tangente verso la narrazione di una storia maggiore (che è poi quella dell’Italia di Ligabue, fino ai giorni nostri) e poi ritorna sempre a seguire la vicenda di Antonio Ligabue, matto e pittore di un’arte potentissima e a volte dolce e mansueta (è il periodo in cui l’artista conosce Cesarina), ma più spesso aggressiva e violenta. Un libro che permette di andare oltre l’etichetta di van Gogh italiano con la quale spesso si identifica Ligabue.

Carlo Vulpio
Il genio infelice. Il romanzo della vita di Antonio Ligabue
pp. 264
Chiarelettere

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