Leone X, Adriano VI, Clemente VII e Paolo III. Sono quattro i papi sotto il cui pontificato vive questo libro, dal 1513 al 1549: pochi anni, ma quelli cruciali del secolo, quelli in cui tutto cambia, e si passa in un attimo dalla Dolce Vita alla Controriforma, dalla certezza di vivere nel migliore dei mondi possibili (e in quello più ricco di capolavori, certamente), al dubbio che forse qualcosa era andato storto, e che il destino dell’uomo e del papato non era così roseo come si poteva pensare.
Antonio Forcellino ci racconta questi anni cruciali nel suo Il fermaglio di perla. La grazia di Raffaello (HarperCollins); si tratta di un romanzo, e quindi di un’opera di fantasia con qualche licenza geografica e cronologica, ma il tutto poggia sulle solide basi di quarant’anni di studio e di restauro delle opere del Rinascimento. Le fondamenta le troviamo allora “dove i primi mandorli fiorivano negli orti che costeggiavano il Tevere”, tra via Giulia e via della Lungara, dove Raffaello è impegnato col cantiere della villa di Agostino Chigi: l’atmosfera pare felice e serena, ma basteranno pochi anni (e poche pagine, in un libro che ne conta più di cinquecento) perché tutto cambi. La morte di Raffaello, il 6 aprile del 1520, quella dello stesso Agostino Chigi, appena quattro giorni dopo, e poi quella di Leone X nel 1521 segnano la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra fatta di macerie e dolore, quelle lasciate dal sacco di Roma del 1527, ma anche di capolavori terribili, alla cui genesi assistiamo tra le pagine: il Giudizio Universale di Michelangelo si nutre della sofferenza e del male e lo trasforma in grazia e speranza.

Antonio Forcellino
Il fermaglio di perla. La grazia di Raffaello
HarperCollins
pp.528

Dove e quando