A voler cercare il termine storytelling su Google si viene oggi travolti da milioni di risultati, quasi che ogni attività umana si possa ricondurre oggi al raccontare. Il che è insieme qualcosa di modernissimo ma allo stesso tempo vecchio come il mondo, se pensiamo che in fondo l’Iliade e l’Odissea non sono niente altro che lo storytelling di imprese – vere o immaginarie – passate di bocca in bocca fino a che qualcuno non ha deciso di metterle su carta. Così come è storytelling la pubblicità di quei biscotti che non ci informa di quali ingredienti ci sono, o non ci esalta genericamente la loro bontà, ma ci racconta per quanti secondi vengono inzuppati nel latte dal protagonista dello spot, ed è storytelling (ahinoi) un certo modo di raccontarsela anche in politica.
Ci sono poi quei luoghi che sono perfetti per raccontare una storia, ma che spesso purtroppo non lo fanno: sono i musei. Pensiamoci un attimo: grandi quantità di oggetti esposti in teche o appesi alle mura, e spesso un semplice cartellino a informarci di chi l’ha realizzato e in che anno. Fine. Basta. Stop. Non si potrebbe fare molto di più? Certo che sì, e qualcuno lo sta già facendo, e bene: ce ne parla un libro da poco pubblicato da Aracne Editrice, I musei e le forme dello storytelling digitale. A cura di Elisa Bonacini, che da tempo si occupa della valorizzazione digitale del patrimonio culturale (soprattutto) siciliano, il libro mette insieme e passa in rassegna le diverse forme di storytelling che si possono utilizzare in ambito culturale, a partire dalla realtà virtuale e dalla realtà aumentata che – favorendo la ricontestualizzazione di un oggetto –  ne aumentano anche le possibilità educative: pensate alle migliaia di punte di selce dei musei archeologici ed etnografici che, senza una corretta comunicazione, languiscono nelle loro vetrine in attesa di qualcuno che capisca cosa sono e a cosa mai servissero. Una ricostruzione virtuale dell’epoca e dell’ambiente che le ha prodotte permette loro di parlare, di raccontarsi anche a chi non è uno specialista. E poi ci sono le infinite possibilità della voce che, attraverso le più classiche audioguide o i più moderni podcast, diventano fruibili anche fuori dalle mura di un museo (una manna dal cielo in tempi di musei chiusi) e, ancor di più, quelle offerte dai social network, che permettono di farsi conoscere e apprezzare anche da un pubblico spesso diverso da quello usuale.
Il dilemma è sempre lo stesso: lo storytelling, l’avvicinarsi al linguaggio non specialistico di chi i musei non li frequenta con assiduità, vuol dire svilire la cultura, mercificarla? Ma in fondo questa non è che una falsa questione: non è il mezzo ad essere importante ma, come sempre, il messaggio.

Dettagli

A cura di Elisa Bonacini
I musei e le forme dello storytelling digitale
Aracne Editrice
pp. 308

Sito web: http://www.aracneeditrice.it/index.php/pubblicazione.html?item=9788825533699

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