“Una storia vera scritta in modo vigile e sensibile… il fascino della sua scrittura avvolge l’intera vicenda.”
(Edgar Morin)

La scomparsa di Edgar Morin, avvenuta lo scorso 29 maggio, ha segnato la fine di una delle grandi voci del pensiero contemporaneo. Filosofo della complessità e instancabile osservatore dell’umano, dieci anni fa aveva voluto accompagnare, con una sua prefazione, “La signora di Sing Sing” di Idanna Pucci. Quel gesto di scrivere per l’amica Idanna, acquista oggi un significato ancora più importante e vale la pene rileggerlo (o leggerlo). Infatti, nel testo di Pucci (Libreria Editrice Fiorentina), si ritrova uno sguardo capace di restituire dignità, fragilità e speranza alle vite raccontate, identico sguardo che ha attraversato tutta l’opera di Morin.
Riscoprire “La signora di Sing Sing” vuole anche rendere omaggio a un pensatore che ci ha insegnato a comprendere la complessità dell’essere umano senza mai rinunciare alla compassione.
Tornando al volume, Manhattan, 26 aprile 1895: un emigrante italiano muore per mano di una compaesana Maria Barbella, semianalfabeta, nata il 24 ottobre 1868 ed emigrata diciasettenne a New York con la famiglia; come tanti italiani viveva a Little Italy, lavorante a cottimo per dieci ore al giorno nella fabbrica di mantelli di Louis Graner & Co, al numero 541 di Broadway. Quando portava a casa un po’ di lavoro e cuciva fino a mezzanotte riusciva a mettere insieme otto dollari a settimana, da lui fu brutalmente sedotta e abbandonata; ne seguì un processo frettoloso e venato di razzismo. Il dibattimento ebbe inzio l’undici luglio dello stesso anno davanti alla Corte Superiore della Contea di New York presieduta dal giudice John W. Goff e il verdetto fu emesso il 16 luglio con il riconoscimento di colpevolezza, relativo all’accusa di omicidio di primo grado. Maria diventò la prima donna condannata negli USA alla sedia elettrica dopo la sua introduzione nel 1889.
Impegnata nel tentativo di strappare la giovane al suo atroce destino, entra in scena un’altra donna: Cora Slocomb di Brazzà, ereditiera americana sposata a un nobile friulano che non si risparmiò, facendo arrivare la propria voce in tutti gli Stati Uniti, coinvolgendo la stampa e ogni classe sociale in una grande campagna per la revisione del processo, la prima contro la pena di morte. Però Cora ignorava che il caso di Maria fosse legato al ruolo della sedia elettrica nella “guerra” che si stava scatenando tra Edison e Westinghouse per il monopolio dell’energia elettrica.
L’attivismo di Cora e la capacità di Maria di riscattarsi come persona, ancora oggi indicano una strada per combattere e uscire da paura e immobilismo che sembrano averci attanagliato. L’accoglienza di chi fugge dall’orrore della guerra e della povertà, l’impegno per una maggiore equità sociale e conoscenza culturale, che coinvolga tutte le nazioni civili è un lascito di speranza alle nuove generazioni.
Il testo, ricco di fonti documentarie scoperte dall’autrice, pronipote di Cora Slocomb, in anni di ricerche, induce a riflettere su aspetti della vita quanto mai attuali.