
“Non c’è una definizione rigorosa ed esauriente di Design, ma solo una generica: esso si riferisce alla produzione di oggetti nati da un progetto, portatori di valenze estetico-funzionali, riproducibili grazie alla tecnica industriale in una serie illimitata. Queste nozioni elementari vengono utilizzate non per dire cosa sia il Design, ma per descrivere come esso si manifesta” scrive Renato De Fusco nel suo Storia del Design, notando una contraddizione insita in qualcosa di così astratto come il concetto di Design da sembrare inafferrabile, eppure così tangibile perché riferito a qualcosa che fa parte di ogni cosa materiale intorno a noi, realizzata dall’uomo ovviamente, in questa nostra società dei consumi contemporanea. Dai palazzi agli spazzolini da denti, dagli abiti alle sedie, ogni oggetto ha a monte della sua realizzazione una progettazione strutturale, che deve rispondere a esigenze precise di utilizzo cercando al contempo un suo proprio equilibrio e una sua bellezza estetica, essenziale per renderlo appetibile e desiderabile.
Il volume Design e Fantascienza – forme di ieri in oggetti di domani, appena pubblicato da Simone Messeri per la Casa editrice Odoya, mira a delineare un inedito percorso storico che testimonia la stretta relazione sempre intercorsa tra il cinema di Fantascienza e il Design industriale degli oggetti di uso comune; fin dal nascere di questo preciso genere di film nell’epoca del muto, le influenze reciproche di questi due mondi apparentemente distanti sono state molteplici e reiterate.

Partendo dal finire del Diciannovesimo secolo e fino agli anni Ottanta del Novecento – poi l’introduzione degli effetti digitali, non richiedendo più la costruzione materiale di prototipi, ha complicato il discorso che merita perciò approfondimenti a parte – il libro offre una vera e propria cavalcata, appassionata e appassionante, raccontando l’intrecciarsi della realtà fatta di produzione industriale di articoli di massa con la fantasia effimera della finzione, soprattutto quella del cinema che per vocazione, nello specifico genere in oggetto, deve creare mondi immaginari e inesistenti con l’intento però di renderli vivi e credibili come concreti e reali.

Analizzando classici come Metropolis (1927) di Fritz Lang, primo vero grande film di fantascienza nella Storia del cinema, che adottava eleganti forme estetiche del suo tempo per raccontare il futuro, si passa poi all’epoca in cui grandi aziende si accorsero dell’efficace promozione derivata dall’inserimento dei propri prodotti nei film, fino agli anni Settanta in cui nacque nel cinema la figura del Concept Designer deputata a gettare le basi per la creazione, secondo i casi, di un’atmosfera come di un intero universo.

Altro tassello fondamentale fu la realizzazione di 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, vera e propria rivoluzione che con la ricerca ossessiva di verosimiglianza in ogni aspetto seppe elevare il genere fantascienza, fino ad allora considerato di infimo livello, a vette più alte di maggiore profondità. Tra design e fantastico il volume traccia implicito anche un excursus dell’evoluzioni dei costumi sociali attraverso i decenni presi in esame, adottando sempre e comunque la ‘versione ufficiale’ degli avvenimenti – personalmente credo che l’uomo non abbia mai calcato il suolo lunare – perché non è certo questa la sede per le confutazioni.

Design e Fantascienza – forme di ieri in oggetti di domani di Simone Messeri è un testo che, pur affrontando una materia molto specifica e circoscritta, al di là di un eventuale utilizzo di studio è comunque una lettura molto interessante anche per appassionati di fantascienza – non solo cinema, ma anche fumetti, serie televisive o manga e anime giapponesi – e cultori della bellezza del design.