«C’era proprio bisogno di un altro volume che indagasse il rapporto tra arte e architettura? Il dubbio ha attraversato i lunghi anni della sua gestazione e ancora oggi, a opera ultimata, infonde perplessità e inquietudine.
Ma la tentazione di riunire le riflessioni che hanno accompagnato decenni di militanza architettonica e storico-artistica prevale su ogni remora.
Non di un’indagine a tutto campo si tratta, ma di focus parziali su alcuni temi, problemi, opere e protagonisti che offrono soluzioni originali alla annosa disputa tra arte e architettura. Con alcune premesse irrinunciabili: l’individuazione delle prerogative delle singole discipline, la loro autonomia, la salvaguardia delle differenze, il rifiuto di un’accezione di sintesi come sacrificio reciproco. L’architettura non è mera funzione, come molti artisti pensano, e l’arte non è mera decorazione, come molti architetti sperano.»

Inizia così l’introduzione di Artisti e architetti alla prova dello spazio, il nuovo libro che Adachiara Zevi, architetta e storica dell’arte, dedica a una delle questioni più controverse: il rapporto tra artisti e architetti nello spazio costruito, urbano e naturale. Un saggio incisivo e appassionato sul confronto – spesso conflittuale – tra arte e architettura, alla ricerca di una possibile sintesi che non annulli le differenze.
Attraverso focus mirati su temi, problematiche, opere e protagonisti, il volume (Donzelli Editore) affronta la storica diatriba tra le due discipline a partire da alcune premesse irrinunciabili: il riconoscimento delle reciproche specificità, la salvaguardia delle differenze e il rifiuto di ogni idea di sintesi intesa come sacrificio di entrambe. L’architettura non può ridursi a mera funzione, così come l’arte non può essere confinata in ambito semplicemente decorativo.
Zevi mette in luce i limiti e le derive di entrambi i fronti: da un lato artisti che, improvvisandosi architetti, dilatano la dimensione dell’opera senza confrontarsi con la complessità spaziale; dall’altro architetti che, in preda a ossessioni funzionaliste, finiscono per decorare involucri anonimi.
Da qui la domanda centrale del volume: è possibile una vera «sintesi delle arti» in cui nessuna disciplina domini o mortifichi l’altra e in cui entrambe rispettino i propri ambiti poetici ed etici?
Con un approccio dichiaratamente non neutrale, etico e attento al contesto sociale, l’autrice adotta “un punto di vista di modernità critica aliena da qualsivoglia citazionismo, anacronismo, classicismo”.
Il libro, organizzato per nuclei tematici e non cronologici, attraversa musei, spazi espositivi canonici e anomali, città e territori, mettendo in relazione opere e contesti storici, sociali e politici.
Dalle innovazioni decisive di Lucio Fontana e Jackson Pollock alla crisi del “white cube”, dagli allestimenti come atti critici al museo come campo di sfida, fino all’arte nello spazio urbano, alle collaborazioni significative tra artisti e architetti “al tavolo da disegno”, alla rivoluzione dell’anarchitettura di Gordon Matta-Clark, il percorso si conclude con la frontiera frugale: un’arte e un’architettura socialmente responsabili, attente all’ambiente, ai processi partecipativi e alle risorse locali, lontane dallo star system e dall’iperconsumo. Lo sguardo è internazionale, concentrato sul secondo dopoguerra, ma con frequenti incursioni nel passato.