Capita sempre più spesso di sentirmi “orfano”, un po’ per le conseguenze del trascorrere del tempo, ma più in generale perché questi ultimi anni sono stati caratterizzati dalla perdita di “italiani” che, in molti, sentivano legati alla propria storia, al vissuto, ai libri letti, ai film visti.
Su tutti, senza voler far torto a quelli non citati, Umberto Eco e Tullio De Mauro.
Proprio pochi giorni fa, presso il Caffè letterario delle Murate di Firenze, è stato presentato Sull’attualità di Tullio De Mauro (Il Mulino, 2019) curato dal linguista Ugo Cardinale che ne ha parlato con Domenico De Martino, Maria Cristina Torchia e Nicoletta Maraschio (Presidente onoraria dell’Accademia della Crusca). La presentazione, intervallata da brevi letture di Gianluigi Tosto, ha evidenziato il cospicuo lascito culturale del grande linguista scomparso ormai da due anni. Tra i molti libri che sono stati citati, uno mi ha incuriosito. Si tratta di Tullio De Mauro. Un intellettuale italiano, curato da Stefano Gensini, Maria Emanuela Piemontese, Giovanni Solimine (Sapienza Università editrice, 2018, pp. 360).
Come faccio spesso sono andato in biblioteca a prendere il volume composto da saggi interessantissimi che vogliono tutti ricordare sia la vita di De Mauro, sia il suo grande contributo al progresso, non solo nel campo della didattica e degli studi linguistici, del nostro Paese.
I saggi sono tanti e tutti da leggere, ma desidero segnalare quelli della parte III (Lingua, scuola e istituzioni) e fra questi il saggio di Paola Villani Tullio De Mauro, la lingua della Costituzione e la parola “razza” all’art. 3 e, nella prefazione, il saggio Per un alfabeto civile di Sabino Cassese che dice “con De Mauro, la linguistica si amplia, sia in termini di legami disciplinari, sia in termini di legami con la società” (p. 30).
Proprio l’interesse per la società in cui viviamo e quindi anche per la lingua del diritto e della burocrazia che caratterizzarono l’indagine di De Mauro, in un altro celebre suo scritto sosteneva che gli atti degli uffici pubblici, le leggi, gli avvisi e i moduli dovrebbero essere scritti “in modo commisurato alle capacità di comprensione della gente normale che – anche nei paesi a più alta quota di laureati (…) – di rado dispone delle tre, quattro lauree pro capite necessarie per capire in Italia le disposizioni in materia fiscale, i moduli per le tasse e perfino gli avvisi nei treni e nelle metropolitane” (T. De Mauro, Capire le parole, 2a ed., Roma-Bari, Laterza, 2002, pp. 113-114).
Proprio poco prima della sua morte ho avuto l’onore di stringere la mano a Tullio De Mauro, a Siena durante un convegno, e di raccontargli che stavamo provando a semplificare dei testi amministrativi destinati alla lettura di persone con background migratorio. De Mauro ci mise in guardia sulla difficoltà del percorso che stavamo intraprendendo, ma, al contempo, ci incoraggiò.
Oggi sto ancora lavorando, assieme ai colleghi del Consiglio nazionale delle ricerche, sul tema della semplificazione dei testi delle istituzioni, in modo che tutti possano capire la lingua del diritto: in modo che i cittadini possano partecipare attivamente alla vita del Paese e, chi cittadino ancora non è, possa essere protagonista di una inclusione e non di una integrazione al ribasso.
Questa è la lezione imparata da Tullio De Mauro, un grande intellettuale italiano.