Questo 2023 che avvia a concludersi ha visto una ricorrenza importante. Si sono infatti celebrati i cento anni di un grande ente nazionale: il Consiglio nazionale delle ricerche, spesso appellato con il suo acronimo CNR. Un secolo di impegno nell’attività di ricerca, che oggi si rinnova in alcuni settori chiave per il futuro del nostro paese, ma direi del nostro pianeta: sostenibilità, biodiversità, transizione ecologica, transizione digitale, energia pulita, economia circolare, scienze della vita, patrimonio culturale, ma anche inclusione sociale.
Proprio per questo argomento, quello cioè dell’inclusione, è particolarmente importante il tema della lingua e dei linguaggi e, assieme alla collega Marina Pietrangelo, abbiamo ideato un ciclo di seminari chiamandolo appunto “Linguaggi e democrazia” dove si è parlato di lingua e diritto, argomento da sempre nelle nostre corde ed anche della lingua della nostra magnifica Costituzione e dell’incrocio tra linguaggio istituzionale e cittadini stranieri, ma anche di lingua giuridica e traduzione.
I nostri incontri partivano dalla lettura di un libro che poi le autrici e gli autori erano chiamati a discutere con esperte ed esperti della materia. Naturalmente è stato affrontato anche il tema dell’hate speech, delle parole per ferire, dell’uso della lingua e dei linguaggi per rendere e mantenere in posizione di inferiorità gruppi sociali e categorie di persone.

Proprio su questo tema i consigli di lettura per queste vacanze natalizie, da regalare o da regalarsi, sono per lo meno due.
Il primo è sicuramente quello di Claudia Bianchi, “Hate speech. Il lato oscuro del linguaggio”, Laterza, 2021. Grazie a questo bel saggio, di 224 pagine, che però si legge quasi come un romanzo per l’agilità e la chiarezza con cui sono trattati temi così delicati, si prende coscienza di come le parole di chi parla, “soprattutto se da una posizione di autorità e soprattutto se in contesti istituzionali”, abbiano “una pesante responsabilità: ciò che diciamo cambia i limiti di ciò che può essere detto” ridefinendo “ciò che viene considerato normale, scontato, legittimo” (Bianchi 2021: 13).
Grazie a chiare contestualizzazioni con episodi che tutti si sono trovati a vivere, come coscienza del fenomeno dell’ingiustizia discorsiva, quella cioè in base alla quale le parole di persone appartenenti a gruppi discriminati sembrano destinate a avere una efficacia minore rispetto a quelle di altri.
Chiaro per tutti è l’esempio tratto dal celebre romanzo “Orgoglio e pregiudizio” in cui le parole di Liz, di diniego al matrimonio, non sono prese in considerazione dal suo pretendente.

Il linguaggio ha quindi un lato oscuro che emerge con forza anche da un altro volume. Si tratta di “La farmacia del linguaggio. Parole che feriscono, parole che curano” di Federico Faloppa con postfazione di Gabriele Di Luca, (Edizioni Alphabeta 2022, 104 pagine). Il notissimo scrittore che da sempre si occupa di questi temi – basti pensare ai suoi “Parole contro. La rappresentazione del diverso nella lingua italiana e nei dialetti” (2004), “Razzisti a parole (per tacer dei fatti)” (2011), “#Odio. Manuale di resistenza alla violenza delle parole” (2020) e “Sbiancare un etiope. La costruzione di un immaginario razzista” (2022) – mostra alcuni casi di come il linguaggio d’odio si scateni sui social in modo virale e viralizzato. Così accanto a “parole odiose” fatte per ferire e umiliare se non deumanizzare gli altri esistono anche parole non spregiative, ma che possono divenirlo se usate in certi contesti (sono quelle, ci dice Faloppa che De Mauro avrebbe chiamato “parole per ferire”).
Così il termine “signora” rivolto ad una professionista, diviene offensiva se usata in luogo di “dottoressa”, “professoressa” “infermiera” come richiederebbe il suo ruolo.
E allora? Che fare? Come osserva Faloppa (pagina 53) “non abbiamo altra scelta che abitare la lingua, anzi le lingue, dolorosamente insieme, per fare i conti con la malattia, fino in fondo, e, forse, per tentare di trovare una cura”.