Ieri sera mi trovavo al concerto della Kyle Eastwood Band, uno degli eventi “di punta” della stagione organizzata da Catania Jazz. Mentre riflettevo sul noiosissimo andamento degli spettacoli di quest’anno (l’unica eccezione finora è stata la performance di Omar Sosa), mi si è ripresentata una domanda che negli ultimi anni sono stato costretto a ripropormi spesso: perché abbiamo paura della contemporaneità? La risposta potrebbe essere semplice, come vedremo; la vera domanda è piuttosto “chi” ha paura della contemporaneità?
L’avvento del Novecento ha dato il via ad una lacerazione fra artisti e pubblico destinata a divergere “a forbice”; nel momento in cui l’Arte è diventata sostanzialmente concetto e si è sbilanciata preferendo il momento fattivo a quello fruitivo (in risposta al Neo-Idealismo, ci dice Borio), il pubblico si è ritirato alienandosi dagli artisti. Certamente ne sono stati complici il timore di scavare nell’abisso di noi stessi e la necessità di evasione da una realtà già complessa di suo senza bisogno che qualcuno la formalizzi; la cultura di massa, che Argan definisce della “non-creatività”, ha poi progressivamente frullato la curiosità intellettuale di ognuno di noi nel turbine del consumo veloce. È evidente come la Musica abbia sofferto più di tutte le Arti questa situazione; essa infatti non riesce a scrollarsi di dosso quel ruolo di intrattenimento che la propria invisibilità e impalpabilità le ha attribuito.
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E gli artisti? Gli artisti – esecutori e compositori – hanno attraversato due fasi. Durante la prima si sono ritirati nella torre d’avorio, estremizzando sempre più i propri atteggiamenti nella speranza di rianimare questa morente curiosità; con la seconda hanno ammorbidito – stanno ammorbidendo – la posizione nel tentativo di avvicinarsi al pubblico per incontrarlo nuovamente, anche se ben oltre un punto mediano (le bollette e gli affitti, d’altro canto, non si pagano soli). La soluzione si è dunque trovata nel ritorno a un rassicurante passato, conosciuto, formalizzato, digerito; una sorta di “ai miei tempi le cose andavano meglio” applicato in presente.
Il jazz, ad esempio, è diventato spesso la riproposizione (e di questo sono complici i grandi istituti conservatoriali che, nel mondo, lo insegnano) di alcuni stili-chiave della storia del genere: ora si riascolta, sebbene con nuovi titoli e nuove note, la musica di Miles Davis o del quartetto di John Coltrane, ora – fra i più audaci – quella dei fratelli Adderley. Stessa cosa si potrebbe dire di buona parte dei cartelloni sinfonici dei teatri italiani ai quali pare che nessuno abbia presentato i nostri artisti formatisi a Darmstadt (eccetto Berio, troppo grande e ingombrante per non essere notato). Una musica di plastica dunque, in bianco e nero, che entusiasma le folle ma che cita e non dice niente di nuovo o di diverso, svilendo l’Arte della sua funzione principale. È chiaro, come dico sempre, che non si predica qui un abbandono della tradizione (qualsiasi cosa questa parola significhi): Sanguineti non sarebbe il grande poeta che conosciamo senza lo studio di Petrarca (dico senza pretesa di esattezza filologica), eppure ne abbiamo apprezzato la voce individuale; Modigliani e Picasso non si sarebbero formati nel modo migliore senza studiare Renoir, ma amiamo la loro originalità.
Luciano-berio-nello-studio-di-fonologia-della-rai
Perciò, per rispondere alla domanda con la quale abbiamo cominciato, bisogna dunque tristemente indicare almeno tre individui intimoriti dalla contemporaneità: il pubblico, svuotato della propria curiosità; gli organizzatori, spaventati dall’idea del fallimento; gli artisti, conniventi e vigliacchi che non sono più pronti a osare come i loro illustri predecessori (è chiaro che non si fa di tutta l’erba un fascio in nessuno dei tre casi).
Ma forse sono io a sbagliare il punto di partenza: che la contemporaneità non sia quella che immagino? Che sia proprio questa la nuova contemporaneità profetizzata dalla Pop art? Non so, a questo punto della riflessione la poltrona del teatro era troppo comoda e il concerto troppo prevedibile per non addormentarsi.

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Kyle Eastwood Kyle Eastwood Luciano Berio nello studio di fonologia della Rai (fonte)