Sebbene tutti i più grandi legislatori della storia siano stati degli uomini ˗ Mosè in Israele, Minosse a Creta, Manu in India, come del resto i più noti codificatori ˗ si pensi ad Hammurabi, Solone e Giustiniano ˗, la giustizia, in molti paesi occidentali, è stata invece rappresentata come una donna.
Tale peculiarità non è casuale, dato che è stata dimostrata la tendenza nel corso della storia a distinguere, da una parte, il potere dello Stato, sovente associato ad una figura maschile forte come nel caso della raffigurazione del Leviathan nel frontespizio dell’omonima opera del filosofo britannico Thomas Hobbes; dall’altra, lo spirito dello Stato, spesso invece accostato ad un personaggio femminile, quale la Marianne francese del famoso dipinto di Eugène Delacroix.

Ecco che, a fronte delle difficoltà riscontrabili nell’individuazione di una definizione univoca di giustizia, la sua rappresentazione allegorica, iconografica e letteraria, è stata fin dalle origini univoca: un’immagine femminile. In proposito, vengono anzitutto in considerazione le dee del mondo greco antico: Themis, considerata nella cultura greca la prima figurazione divina della giustizia, alla quale era subordinata, poiché rappresentava una forma di giustizia minore – quella umana -, Dike.
È opportuno inoltre ricordare la divinità romana Iustitia, celebrata dall’operetta giuridica del XII secolo Quaestiones de iuris subtilitatibus, che ne esalta la natura femminile e sovrannaturale, disegnando quella che secondo il giurista Mario Sbriccoli è «la prima espressiva allegoria della giustizia dell’età medievale e moderna». L’opera esordisce con il racconto della bellezza e della maestà del Templum Iustitiae, un immaginario santuario al cui interno dimorano le sei virtù civili – Religio, Pietas, Gratia, Vindicatio, Observantia e Veritas -, le quali circondano la Iustitia, una vergine maestosa, munita di bilancia, dalla postura solenne e dal volto velato di tristezza a causa della contemplazione delle miserie umane. Sopra la donna si trova la Ratio, mentre al di sotto, nel grembo della stessa, è collocata l’Aequitas, che la aiuta a tenere in equilibrio la bilancia.

La circostanza che l’autore delle Quaestiones offra una tale visione ideale della giustizia dimostra come le parole possano essere un mezzo per tradurre efficacemente una rappresentazione figurativa, facendo sì che quest’ultima prenda vita. In altri termini, siamo di fronte ad un’immagine della giustizia che seppur offerta mediante le parole, è in grado di attribuirle un determinato significato in funzione di uno specifico ideale giuridico. In particolare, per cogliere il senso della descrizione proposta nelle Quaestiones si deve guardare alla disposizione verticale che Ratio, Iustitia e Aequitas assumono: si tratta di una formula espositiva sovente utilizzata nelle arti figurative per rappresentare la Trinità. In tal senso, come osservato da Sbriccoli, «la Giustizia, pur distinta da Ratio e da Aequitas, è una sola cosa con esse, mentre le virtù che la contornano sono insieme suoi attributi, suo compendio e sua emanazione».

È singolare come tale immagine della giustizia contenuta nelle Quaestiones sia stata poi ripresa dallo storico tedesco E.H. Kantorowicz nella sua celebre opera I due corpi del Re con l’intento di evidenziare la dimensione sessuata della rappresentazione iconografica. È indubbio, afferma l’Autore, che il faro che guida le istituzioni e i giudizi umani sia la giustizia, colei che sola ha un ruolo sia nel superiore diritto naturale, sia nell’inferiore diritto positivo, ancorché non coincida con nessuno di essi; la Iustitia di per sé «non è il diritto, sebbene preesista a qualsiasi legge e sia in essa presente, […] è un’idea o una dea. È una premessa extra-giuridica del pensiero giuridico. E come ogni idea, essa ha anche una funzione mediatoria fra le leggi divine e quelle umane, o fra la ragione e l’equità». Quel Templum Iustitiae cui si accennava sopra è quindi dedicato all’idea o alla dea che preesiste al diritto e che lo crea, da qui l’appellativo di mater iuris: la giustizia è la rappresentazione di un femminile inteso come universale, quale corpo generativo, dotata di una funzione mediatrice da intendersi, ad avviso di Anna Simone, come «la misura stessa del diritto e delle società, quindi dell’umanità». E infatti, alla giustizia non si riconduce la dimensione della sanzione e della funzione coercitiva, la quale è collegata invece alla Legge da cui discendono simbologie connesse al pater e al potere: l’imperatore è un pater legis, la giustizia una mater juris, e lo ius il figlio o servitore della giustizia.

Non a caso, l’universo simbolico che ha accompagnato e veicolato l’iconografia della Legge, diversamente da quello della giustizia, non tende a fissare, tramite il principio dell’aequitas, forme di società più giuste che soppesino il rapporto tra bene e male fino a trovare il giusto mezzo; piuttosto, sembra avere di mira esclusivamente il sorvegliare e il punire, la necessità di esercitare un potere prescrittivo e sovrano finalizzato a ordinare e controllare la società. Tale rappresentazione, dunque, denota una simbologia della Legge fondata su una cultura giuridica maschile, che non contempla la misura del “giusto”. Un esempio emblematico è la raffigurazione della Legge come un occhio che vigila, controlla e impone. In origine si trattava dell’occhio di Dio fisso ed eterno, al di sopra di ogni dualismo tra bene e male e con funzione non mediatrice ma soltanto decisoria; in seguito, dall’occhio divino si è passati a quello Sovrano, che a partire dal basso medioevo, insieme alla sua corte, diviene il centro di potere dei grandi Stati in formazione.

In tempi più recenti, infine, l’immagine dell’occhio è stata impiegata, come sottolineato da Micheal Stolleis, per evocare lo Stato di diritto che, con la sua legge e la sua polizia, incaricate di prevenire il pericolo e garantire la sicurezza, protegge il cittadino dalla criminalità. Questo concetto è chiaramente espresso in una poesia di Friedrich Schiller, comparsa per la prima volta nel Musenalmanach del 1800, che inneggia all’ordine borghese e statale: «di nero si copre / la terra, / il cittadino sicuro / la notte non teme, / che il criminale orribilmente desta / ché l’occhio della legge vigila».
Con riguardo a quest’ultima accezione dell’occhio della Legge, sempre espressione del potere maschile, è interessante guardare alla raffigurazione contenuta nel frontespizio del primo numero della Juristische Zeitung für das Königreich Hannover – “Rivista giuridica per il Regno di Hannover” – del 1826, in cui l’occhio sovrasta uno scettro, un ramo d’ulivo, un codice e una bilancia, rappresentanti rispettivamente la sovranità, la pace, il diritto positivo e la giustizia. Da ciò si ricava che, dietro l’immagine antropomorfa di una Legge simboleggiante il nascente Stato costituzionale di diritto – fautore, quest’ultimo, dell’onnipresenza dello ius e dell’uguaglianza dei consociati di fronte alla legge – si cela, ancora nell’opinione di Stolleis, «l’oggettività del diritto a fronte della doppia soggettività del potere e della grazia».

In altre parole, il simbolo dell’occhio, espressione dell’atto del guardare, ha una funzione di veicolo attraverso cui si instaurano i rapporti fra gli individui e le relazioni sociali. Tuttavia, se riferito all’iconografia della Legge che sovrasta l’umanità e che impone senza accogliere, dismette questo ruolo assumendone un altro: dettare regole nei confronti dei singoli soggetti riducendoli a meri oggetti di normazione. E proprio in opposizione a questa tendenza oggettivante, la giustizia, nella sua rappresentazione iconografica, è stata utilizzata per riscoprire il valore e la potenzialità dello ius dicere come espressione di un sapere umanistico prima che tecnico-giuridico.
Rispetto a ciò, è altresì rilevante evidenziare, anche per meglio comprendere l’inesauribile repertorio di qualità attribuite all’immagine femminile della giustizia, il diverso modo in cui nella nostra cultura è articolata la concezione morale maschile e femminile. Difatti, mentre il ragionamento maschile tende spesso ad essere astrattamente universale, oggettivo, decontestualizzato e formale, la sua controparte femminile è più frequentemente sensibile al caso particolare, prestando attenzione allo specifico contesto e all’unicità del singolo. In tal modo la giustizia, prendendo in prestito l’espressione usata da Carol Gilligan, lungi dal riconoscere soltanto un immaginario «generalized other» astraendo l’individualità e l’identità concreta dell’altro, prende in considerazione prima di tutto un «concrete other», approfondendone la singolarità e cercando di indagarne i bisogni e le motivazioni.

Didascalie immagini

  1. Abraham Bosse, Leviathano, incisione frontespizio da T. Hobbes, Leviathan, 1651
    Foto © The Times Literary Supplement
  2. Eugène Delacroix, La libertè guidant le peuple, olio su tela, 1830, Museo del Louvre, Parigi
    Foto © Alamy
  3. Trono di grazia (la Trinità), incisione all’interno del Salterio di Cambridge, XIII secolo
    Foto © Trinity College Library
  4. Immagine dell’incoronazione ungherese e boema si Leopoldo I 1640-1705, con gli stemmi di Ungheria e Boemia e il motto «Consilio et Industria» 1657
    Foto © Emblematica Grainger University of Illinois
  5. Frank Philipp Florin, incisione all’interno dell’Oeconomus prudens et legalis continuatus. Oder Grosser Herren Stands und Adelicher Haus-Vater, Nürnberg-Frankfurt a.M.-Leipzing 1751
    Foto © Münchener DigitalisierungsZentrum
  6. Frontespizio del primo numero della Juristische Zeitung für das Königreich Hannover, 10 Gennaio 1826
    Foto © VisualHistory

IN COPERTINA
Tribunale di Giustiniano consigliato dalle Virtù, incisione all’interno del Digestum vetus, 1345 ca.
[particolare]
(fonte)

OPERE CITATE

  • M. Sbriccoli, Storia del diritto penale e della Giustizia. Scritti editi e inediti (1972-2007), Giuffrè, Milano 2009
  • E.H. Kantorowicz, I due corpi del Re: l’idea di regalità ella teologia politica e medievale, Einaudi, Torino 1989
  • A. Simone, Mater iuris. La rappresentazione della giustizia nella prima modernità, in “Parolechiave”, vol. 53, n. 1 2015
  • C. Gilligan, In a different voice: psychological theory and women’s development, Harward University Press, Cambridge-Mass. 1982
  • M. Stolleis, L’occhio della legge. Storia di una metafora, a cura e tr. it. di A. Somma, Carocci, Roma 2007