Un altro interessante esempio di come la rappresentazione del diritto e della giustizia, sempre meno orientata ai solenni archetipi del passato, sia legata alla percezione che la società ha del loro ruolo si trova nel capitolo settimo del Processo – opera scritta nel 1914 dal laureato in legge Franz Kafka −, in cui compare un’emblematica raffigurazione della giustizia realizzata da Titorelli, il pittore del tribunale di fronte al quale si presenterà l’accusato Josef K. proclamando la sua tanto agognata innocenza. Il protagonista, osservando nello studio dell’artista il ritratto, ancora non ultimato, di un giudice nell’atto di sollevarsi da un’alta poltrona con fare minaccioso, intravede sullo sfondo «una grande figura in piedi nel mezzo della spalliera» e, non riuscendo a capire con certezza cosa raffiguri, chiede un chiarimento al pittore. Titorelli, dopo aver ritoccato i contorni della figura, senza per questo averla resa più intelligibile, afferma che quella rappresentata è la giustizia; al che K., pur riconoscendone gli attributi della benda e della bilancia, osserva come essa abbia le ali ai piedi e sia in procinto di correre. Alla risposta del pittore − il quale rivela di aver dovuto illustrare insieme la giustizia e la dea della vittoria perché così commissionatogli −, K. obietta come questa non sia un’unione riuscita, in quanto «la Giustizia deve star ferma, altrimenti la bilancia dondola, e non è possibile pronunciare una sentenza giusta».

Analizzando i principali simboli di questa imago Iustitiae kafkiana, emerge una vera e propria novità ideologica e iconografica, vale a dire il tema dell’“ibrido” , discendente, a detta di Cacciari, dalle contaminazioni che investono i nuovi mondi del diritto. Prendendo in considerazione l’attributo della benda, è possibile affermare che questa dovrebbe essere posta non sul volto della giustizia, ma su quello del giudice in primo piano, di modo che egli − privato di ogni distrazione − rivolga la sua attenzione alla giustizia medesima, la quale dovrebbe «perfettamente vedere per misurare-giudicare, e dunque mantenere in equilibrio la sua bilancia». Invece Titorelli, dipingendo una giustizia bendata alle spalle di un giudice dallo sguardo minaccioso, inscena un rovesciamento delirante di quella che dovrebbe essere la realtà, contravvenendo alla pretesa secondo cui, mutuando le parole di Cristaldi, «come l’imago Iustitiae indica quale deve essere l’atteggiamento del giudice, così l’atteggiamento di questi è simbolo dell’essenza della Giustizia».

K., invero, comprende la verità celata non dal posizionamento della benda, ma dal simbolo delle ali ai piedi della giustizia, poiché turbato dal fatto che il movimento di questa possa rompere l’equilibrio dei piatti della bilancia. Sotto questo profilo, giova richiamare la riflessione di Sbriccoli sul rapporto di interdipendenza fra gli attributi con cui la giustizia è raffigurata: «la benda valorizza la bilancia e dal verdetto della bilancia dipende l’azione della spada». La giustizia, infatti, sul punto di spiccare il volo, rappresenta un ibrido: è al tempo stesso, afferma Cacciari, il «rapido Kairos […] fuso ormai con la figura della Fortuna e dell’Occasio», e Nike, la quale è incapace di «porre fine all’ondeggiante, imprevedibile dominio della Fortuna» e perciò non sarà mai una vittoria definitiva. Da questo punto di vista, appare emblematico il ruolo della benda, che da semplice simbolo di cecità propria del “caso”, diviene motivo di occultamento di un volto terribile, quello della necessità e dell’inflessibilità di Tyche, di colei che non può provare pietà. Difatti, secondo Cristaldi, la benda «impedisce di vedere ma anche di essere visti».

Lo stesso Kelsen non ha esitato nel preferire la benda della giustizia al terrore dello svelamento: «il problema del diritto naturale è l’eterno problema di ciò che sta dietro il diritto positivo. E chi cerca una risposta, troverà – temo – non la verità assoluta d’una metafisica né la giustizia assoluta d’un diritto naturale. Chi alza quel velo senza chiudere gli occhi si vede fissare dallo sguardo sbarrato della Gorgone del potere». Nondimeno, tali osservazioni sono strettamente legate alla percezione finale che K. ha della figura. Infatti, nella parte conclusiva del dialogo, quando l’artista si rimette all’opera, ha modo di rilevare un’impercettibile sfumatura attorno alla figura, tale per cui essa sembra acquistare un risalto particolare «senza che rammentasse ormai la dea della Giustizia, ma neanche quella della Vittoria, anzi ora sembrava in maniera perfetta la dea della Caccia». Ma, a differenza di quella, non munita di spada, la quale non consente di distinguere il bene dal male, la ragione dal torto.

Kafka, trasfigurando la dea della caccia in quella della giustizia, rappresenta l’idea di quest’ultima come colei che va alla ricerca di colpevoli perché sostanzialmente attratta dalle colpe. Non è un caso se, lungo tutto il corso del romanzo, Leni – segretaria e infermiera dell’avvocato Huld, amico dello zio del protagonista – avverte K. circa un costante e imminente pericolo, ripetendogli più volte «ti danno la caccia»; cosicché lo sventurato protagonista prenderà coscienza della sua condizione.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Félicien Rops, Un portrait flatté, in Charivari, 31 janvier 1840, litografia
    foto © Artstor
  2. Lisippo, Kairos, bassorilievo, Museo di Antichità, Torino, ca. 330 a.C.
    foto © Artstor
  3. Bottega del Mantegna, Occasio e Poenitentia, Museo della in Palazzo San Sebastiano, Mantova, affresco trasferito su tela, ca. 1500 [particolare]
    foto © Artstor
  4. Paionis, Nike, Museo Archeologico di Olympia, Grecia, scultura in marmo pario, 425-420 a.C.
    foto © Artstor/
    Artemide e Ifigenia, Statens Museum for Kunst, Danimarca, scultura in marmo, ca. 125 a.C.
    foto © Artstor

In copertina

Félicien Rops, Un portrait flatté, Charivari, 31 janvier 1840, litografia
[particolare]
(https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k3051695t/f3.item.zoom)

 

Opere citate

• T. MARCI, Codificazione artistica e figurazione giuridica, Giappichelli, Torino 2014
• F. KAFKA, Il processo, Mondadori, tr. it. E. Pocar, Milano 1988
• M. CACCIARI, Icone della legge, Adelphi, Milano 1985
• R.V. CRISTALDI, La benda della giustizia, in “Quaderni catanesi di Studi classici e medievali”, vol. III, n. 6, 1981
• M. SBRICCOLI, Storia del diritto penale e della Giustizia. Scritti editi e inediti (1972-2007), Giuffrè, Milano 2009
• H. KELSEN, Il problema della giustizia, a cura di M.G. Losano, Einaudi, Torino 1975