Uno sguardo che sembra perduto verso imperscrutabili misteri sovrasta dall’insegna di un ottico la strada principale di Varosha, il quartiere elegante di Famagosta – sull’isola di Cipro – riaperta da alcuni mesi. La zona fu abbandonata in tutta fretta all’arrivo delle truppe turche, sbarcate sull’isola il 14 agosto 1974, e da allora è recintata con filo spinato, presidiata e inaccessibile. Il tempo si è fermato, immergendo Varosha in una dimensione irreale, dove tutto è rimasto immobile e vuoto per quasi mezzo secolo, finché nel dicembre 2021 il governo turco ha deciso di riaprire a pedoni e biciclette la Democracy Avenue, la lunga via che attraversa il quartiere.

Dopo l’uscita di scena degli inglesi – Cipro era fino al 1960 una colonia della Gran Bretagna, che vi mantiene tuttora due basi militari – l’isola aveva vissuto un vero e proprio boom turistico ed edilizio. Negli anni Settanta Famagosta era una delle mete privilegiate di quello che all’epoca si definiva il jet set; vi soggiornavano attori famosi, da Brigitte Bardot a Elizabeth Taylor e Richard Burton, e la bella spiaggia di Varosha – dove si favoleggiava avesse comprato una villa Sophia Loren – rappresentava il maggior punto di attrazione, con i suoi alberghi di lusso, i numerosi locali notturni, cinema e un elegante teatro. Quando venne abbandonata per l’arrivo dei turchi, nel pieno della stagione balneare, vi si trovavano quasi quarantamila persone tra residenti e ospiti di alberghi e ville, che fuggirono portando con sé solo l’essenziale.

Numerose sono le città fantasma sparse per il globo, in genere relitti di quegli insediamenti che tra Ottocento e Novecento, soprattutto nelle zone minerarie, nacquero in breve tempo e vennero poi abbandonati con l’esaurirsi delle attività estrattive, finendo con l’essere spogliati di quanto poteva essere asportato e riutilizzato. A Varosha tutto è rimasto immutato, ci sono addirittura ancora auto parcheggiate nei saloni di una concessionaria, in attesa di acquirenti da quasi cinquanta anni.

La spiaggia è divenuta dominio incontrastato delle tartarughe marine che vanno a deporre le uova, e tale è rimasta fino a quando, due anni fa, è stata riaperta ufficialmente al pubblico con un “picnic” del presidente turco Erdogan in una piovosa domenica di novembre; nell’estate del 2021 ombrelloni e lettini sono tornati sulla sabbia di quella che un tempo era considerata una tra le località balneari più alla moda del Mediterraneo orientale.

Il quartiere di Varosha, che si estende per circa sei chilometri quadrati, è stato aperto solo in piccola parte: può essere attraversato percorrendo la Democracy Avenue, messa in sicurezza e riasfaltata, mentre tutto il resto è transennato; dopo quasi mezzo secolo di totale abbandono il rischio di crolli è consistente e la curiosità di entrare negli edifici incustoditi sarebbe per molti irresistibile. La vegetazione, incontrollata, ha preso possesso di quelli che erano curati giardinetti urbani, abbelliti da piante e fiori ben curati; oggi, ammassi di rami secchi e rampicanti pendono disordinatamente da cornicioni e insegne.

Sono proprio le insegne a dare più di ogni altra cosa il senso del tempo che è trascorso inesorabilmente: i nomi dei locali, i caratteri stessi che li compongono, appartengono a un’epoca precisa, risultano “datati” più degli edifici stessi, il cui aspetto è analogo a quanto si trova ancora oggi in molte località marine delle nostre coste, dove lo sviluppo edilizio ha imperversato fra gli anni Sessanta e Settanta.

Dall’insegna del Cafè Cabane, semisepolta dalla vegetazione di quello che si immagina come un giardino popolato di tavolini e ombrelloni, lo sguardo si spinge verso la libreria, i Bookstores di Pavlos Kyriakou, con le saracinesche abbassate, tra le cui maglie si vedono i locali vuoti, e ci si chiede che fine abbiano fatto i libri sugli scaffali; e chissà se all’interno della piccola edicola lungo il marciapiede, sul cui tetto è cresciuto un prato fiorito – situata accanto a quello che fu un hotel ed è oggi sede di un presidio dell’ONU – resta ancora qualche copia dimenticata di un quotidiano dell’epoca; a pochi passi, l’insegna rossa, insieme all’armatura in ferro – ormai preda della ruggine – che sosteneva il tendone all’esterno,è tutto quanto resta dell’EDELWEISS CAFE’, che si immagina animato e chiassoso nelle calde serate estive.

Il senso di straniamento e smarrimento che coglie percorrendo la lunga via serpeggiante, fiancheggiata da alberghi e ville, nasce forse dal fatto che si è abituati e vedere e considerare le città morte come testimonianze di epoche passate, pur se vicine a noi, mentre sullo sfondo di una città dei nostri tempi ci si aspetta che si muovano persone e mezzi, e si svolgano attività commerciali. Qui ci si rende conto, guardando le vie deserte e finestre e balconi privi di ogni segno di vita, di quanto la città, la polis, sia fatta delle persone che la abitano, ci affluiscono per studiare e per lavorare, la visitano. Varosha appare come un guscio vuoto, il carapace di un enorme crostaceo dalle mille zampe, venuto a morire sulla sabbia dorata della sua lunga spiaggia.

Accanto a uno dei molti palazzi in costruzione rimasti incompiuti, la presenza inquietante di un’alta gru “d’epoca” ormai arrugginita, ma che sembra pronta a rimettersi in movimento, appare tanto incongrua quanto profetica: adesso che un primo passo è stato fatto, si può immaginare che altri ne seguiranno e prima o poi molte gru, sempre più alte, torneranno ad affollarsi nel cielo di Varosha, oggi dominio incontrastato degli uccelli che hanno nidificato sui balconi deserti.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. La spiaggia di Varosha all’inizio degli anni Settanta
    (fonte)
  2. La spiaggia di Varosha oggi
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  3. Il comando del presidio militare turco occupa un’elegante villa sul promontorio all’inizio dell’area di Varosha. Sulla facciata sono appese la bandiera della Turchia (rossa con mezzaluna e stella bianca) e quella della Repubblica Turca di Cipro Nord (bianca con mezzaluna e stella rossa), la cui esistenza è riconosciuta solo dalla Turchia
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  4. Il teatro lungo la Democracy Avenue, via principale del quartiere di Varosha
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  5. L’insegna del Cafè Cabane si intravede dietro la cortina di rampicanti e cespugli
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  6. Il tetto di quella che fu un’edicola è divenuto un verde prato fiorito; a pochi passi ciò che resta dell’Edelweiss Cafè
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  7. Ville e alberghi fiancheggiano la Democracy Avenue, affollandosi disordinatamente fino a raggiungere l’altezza di quindici piani
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  8. Una vecchia gru arrugginita è quanto resta degli oltre trecento cantieri attivi a Varosha nell’estate del 1974
    (© Donata Brugioni)

IN COPERTINA

L’insegna di un ottico lungo la Democracy Avenue di Varosha
(© Donata Brugioni)
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