A pochi passi dalla Sicilia, così pochi da vedere l’Etna dominare il cielo in una giornata di sole, sorge Bova, comune della città metropolitana di Reggio Calabria inserito tra “I borghi più belli d’Italia”. A Bova respiri l’aria di tempi antichi, il silenzio di un luogo pacifico ma ambito dai visitatori in ogni periodo dell’anno, il gusto di cibi autentici. Si può anche avere il privilegio di essere accompagnati nella propria visita da guide d’eccezione, due cani senza fissa dimora che accolgono festanti chiunque provi a inerpicarsi per i vicoletti del borgo, già a partire da Piazza Roma davanti al municipio. Corrono sotto un arco merlato e decidiamo di seguirli, scoprendo dunque il settecentesco Palazzo Nesci di Sant’Agata, affascinante per i conci di pietra squadrata e le forme neoclassiche. A pochi metri da qui è collocata una locomotiva 740 Ansaldo Breda, del 1911, simbolo dell’emigrazione; lasci allora che l’immaginazione corra al tempo dei saluti o degli addii, delle lacrime e delle pesanti valigie in legno tra i binari e i fumi di una vaporiera, quando intere famiglie intraprendevano viaggi colmi di speranza che avrebbero cambiato la loro vita per sempre.

Le gradinate limitrofe invitano a salire verso l’alto, così come gli occhi dei nostri due amici scodinzolanti che posano accanto alla facciata semplice e lineare del santuario di San Leo, fieri di mostrarci la chiesa del patrono; di quest’ultimo, monaco italo greco, si erge una statua sull’altare in marmo all’interno, considerata il capolavoro di Rinaldo Bonanno.
Proseguendo la risalita, tra casette minuscole dai conci ben in vista, le colonie di gatti e i romantici lampioni a lanterna, a ben novecentocinquanta metri di altitudine si raggiunge la rocca che domina Bova, dove sorge il Castello normanno. Ai suoi piedi si apre un varco tra megaliti, accessibile e molto suggestivo, così tanto da essere soprannominato “Grotta degli innamorati”: qui puoi sedere sui muretti in pietra, protetto da alte pareti rocciose, e distendere lo sguardo tra le vette boschive dell’Aspromonte. La “Grande scalinata al castello” consente di girovagare tra le superstiti mura perimetrali, in cima alle quali una grande croce, abbagliante, si staglia nel cielo, proprio sul punto più alto del borgo. Non resta poi che ridiscendere, proseguendo però questa volta verso il delizioso campanile della cattedrale dell’Isodia, dalla facciata piacevolmente disadorna. Da qui il borgo appare davvero come un piccolo presepe, mentre a ovest si scorge l’ultima torre che cinge la città dal periodo angioino e che dà il nome al quartiere, un tempo giudecca: Pirgoli (in greco torri).

Ridiscendendo verso il centro, il profumo di una fragrante lestopitta, focaccia senza lievito fritta nell’olio, mette l’acquolina in bocca. Imperdibili i maccheroni con sugo di capra, la frittata con carciofini selvatici, le patate novelle, il baccalà fritto.
Le indicazioni turistiche e le insegne degli esercizi commerciali recano accanto al nome italiano anche l’equivalente grecanico, poiché ci troviamo in un’area ellenofona. Nino, un amico del luogo, spiega che non era raro, fino a poco tempo fa, sentire discutere nonni o bisnonni in grecanico, lingua ancora praticata agli inizi del Novecento dagli abitanti delle campagne e a poco a poco abbandonata per l’imbarazzo nei confronti di chi risiedeva nelle città.

Ma com’era la vita di un tempo a Bova? Gli anziani si raccontano in un progetto realizzato dal Comune, che prevede la disposizione di pannelli “narrativi” in alcune zone del borgo. Pensiamo alla panificazione, momento molto importante per gli abitanti di Bova: in campagna quasi ogni famiglia aveva un forno e tutti partecipavano alla produzione del pane, ognuno con le sue mansioni. Quando veniva sfornato era una festa e prima ancora di mangiarlo si pensava a donarlo al vicino avvolgendolo ancora caldo in uno strofinaccio; si diceva quindi ai bambini di portarlo nella casa accanto, perché nella cultura contadina gioia e prosperità erano tali solo se condivise con altri. Specialmente nel dopoguerra, quando c’era molto povertà, esistevano famiglie con tredici figli e ci si curava con le erbe. La nipitedda, ad esempio, veniva usata come cicatrizzante, il miele e il vino cotto erano i rimedi per la tosse, mentre il lauru per il mal di pancia.

Quando una famiglia entrava in lutto il tempo si fermava: non si cucinava e non si faceva niente fino al settimo giorno, quello del funerale; nell’attesa si vegliava giorno e notte sulla bara e i vicini di casa portavano qualcosa da mangiare. Il periodo del lutto durava anche nei mesi successivi, durante cui non si suonava, non si ballava e non si andava a un matrimonio se invitati; le donne vestivano di nero, gli uomini a volte non si facevano la barba per giorni e mesi, o per un anno; neanche i bambini venivano risparmiati dal lutto perché sul loro vestito veniva cucito un pezzo di stoffa nera.
Ma quanto ci si divertiva a Carnevale! Era festeggiato da tutti: gli uomini si vestivano da donna e viceversa, e si coloravano il viso con il nero del carbone per non essere riconosciuti. Al posto dei coriandoli si usava sparare la farina con una cerbottana di bambù. In ogni casa si cucinava il maiale e al loro interno spesso avvenivano delle incursioni “golose”: ci si presentava all’improvviso e si andava a prendere direttamente dalla pentola la pietanza con cui cibarsi, così su due piedi; a Carnevale infatti questo era un modo di fare tollerato e vissuto con allegria.

E l’acqua? In passato non era in tutte le case e bisognava approvvigionarsi alla fonte, lu pigàdi, spesso camminando per ore. L’arduo compito spettava alle donne, mentre i ragazzi a volte ne approfittavano e andavano a corteggiarle durante il percorso, per poi recarsi nelle case dei genitori a dichiararsi. Per irrigare i campi venivano costruite dai pastori delle dighe rudimentali canalizzando le acque di piccoli torrenti; alle prime luci dell’alba, tutte le mattine d’estate, si tornava alle vasche per sbarrarle e liberare l’acqua verso i campi; la sera lo sbarramento veniva ricostruito per garantire l’approvvigionamento l’indomani. Durante un anno di siccità i bovesi decisero di condurre la statua di San Leo fino alla marina e il giorno successivo tornò la pioggia, riportando nuovamente il benessere a tutta la popolazione.
Questo e molto altro si apprende e si respira a Bova, gemma dell’Aspromonte.