L’arte contemporanea nei borghi italiani è giunta alla settima edizione. Il progetto diffuso di Fondazione Elips nato nel 2020 da un’idea di Marina Nissim, si sviluppa ogni anno attraverso il coinvolgimento di venti artisti e artiste invitati a realizzare interventi site-specific in venti borghi, uno per ciascuna regione. Nato con l’obiettivo di attivare nuove relazioni tra arte contemporanea, paesaggio e comunità locali, negli anni la proposta ha progressivamente costruito una rete culturale che attraversa il Paese da nord a sud, coinvolgendo piccoli centri – generalmente sotto i cinquemila abitanti – spesso lontani dai circuiti tradizionali dell’arte e del turismo. Oltre quaranta opere permanenti sono state accolte dai territori attraverso acquisizioni, donazioni o processi di adozione da parte delle amministrazioni locali, costruendo progressivamente una geografia parallela di interventi visitabili durante tutto l’anno. Parallelamente, la crescente risonanza del progetto ha portato a un aumento significativo delle auto-candidature da parte dei Comuni.

Con l’edizione in corso fino a domenica 4 ottobre, Una Boccata d’Arte ha raggiunto il traguardo di centoquaranta interventi realizzati in altrettanti borghi, consolidandosi come uno dei progetti di arte contemporanea più estesi e articolati sul territorio nazionale. Ogni intervento nasce da un periodo di permanenza nei territori e da un processo di ascolto che interessa abitanti, amministrazioni, associazioni, artigiani, archivi locali e patrimoni immateriali in quanto, il cuore della manifestazione, è la simbiosi tra artista e borgo: una relazione costruita a partire da affinità, tensioni o risonanze, tra la ricerca artistica e le caratteristiche materiali, simboliche o storiche dei luoghi ospitanti.
Nel 2026 Una Boccata d’Arte ha consolidato un cambiamento di paradigma già emerso negli ultimi anni: il passaggio da una temporalità legata all’evento a una pratica di permanenza, ritorno e relazione continuativa con i territori. Le residenze degli artisti si estendono, i processi si dilatano, le opere vengono riattivate nel tempo e il progetto assume sempre più la forma di un’infrastruttura culturale diffusa, costruita attraverso legami durevoli.

Questa settima edizione, attraversata da una riflessione insistita sulla memoria e sulla permanenza – memoria delle migrazioni, dei paesaggi scomparsi, delle architetture distrutte, delle economie locali, delle forme di convivenza e dei saperi vernacolari – e molti interventi sono nati da un confronto diretto con ciò che resta, con ciò che si trasforma o rischia di scomparire.
Si sviluppa come una costellazione di interventi che attraversano temi condivisi: il rapporto tra ecologia e paesaggio, la memoria collettiva, il suono come pratica di ascolto del territorio, le ritualità vive, il cibo come dispositivo culturale e relazionale, le forme di coesistenza multi-specie, la nostalgia come spazio critico e politico. Il tema del fiume emerge in diversi territori come figura di trasformazione, fragilità e rinascita: dalla piena che nel 2023 ha distrutto il ponte di Palazzuolo sul Senio, al rapporto con il torrente Tramazzo a Tredozio, con il fiume Lys a Fontaneimore, fino ai paesaggi residuali attraversati dall’Adda nella pianura lombarda.

Altrove, il progetto si confronta con patrimoni rituali ancora vivi: le Commare a fiore in Abruzzo, i pani cerimoniali in Sardegna, il mito della Dea Cupra nelle Marche, la festa della Maiella in Molise. In altri casi, l’arte si intreccia a pratiche di ascolto e trasformazione sonora, come accade nei progetti di Enrico Malatesta, Renato Grieco e Lara Dâmaso, realizzati in collaborazione con Threes Productions che ogni edizione cura tre interventi legati al suono, quest’anno in Puglia, Veneto e Toscana.
In calce le pillole dei venti progetti in corso mentre, ogni dettaglio, biografie e informazioni, sono rilevabili al sito ufficiale.