Quando si sbarca sulla riva fangosa dell’Ayarwaddy, scendendo dal battello che arriva da Mandalay – antica capitale della Birmania – la prima testimonianza del passato splendore che si incontra sovrasta imponente i grandi alberi sulle sponde e appare come un enorme monolito: sono i resti della Mingun Paya, enorme stupa che il re Bodawpaya fece erigere a partire dal 1790. Progettata per essere la più grande del mondo nel suo genere, la costruzione fu interrotta quando aveva raggiunto la ragguardevole altezza di cinquanta metri, appena un terzo di quanto previsto dal progetto iniziale.

Come in ogni stupa non esistono ambienti interni, ma solo quattro grandi nicchie cieche, poste al centro di ciascun lato. La scarsa elasticità di una massa così imponente e compatta, fece sì che in occasione del disastroso terremoto che devastò Mingun nel 1838, si aprissero enormi fenditure; crollarono in quella circostanza anche i possenti sostegni della gigantesca campana di bronzo, del peso di 90 tonnellate – fino a pochi anni fa la più grande al mondo – in grado di non sfigurare accanto alla Mingun Paya.

Il sito è animatissimo di gitanti e pellegrini, in un’atmosfera da festa paesana, con frotte di bambini che s’infilano sotto la grande cupola della campana e giovani ardimentosi che si cimentano nella scalata delle facciate della Mingun Paya, arrampicandosi col solo ausilio di sottili pertiche fatte con canne di bambù sovrapposte in precario equilibrio; regna ovunque il fumo oleoso che si leva dalle innumerevoli bancarelle dove si frigge di tutto.

Basta girare attorno alla Mingun Paya e allontanarsi dalla riva del fiume seguendo un sentiero tra gli alberi per scoprire un luogo di serena quiete, dove sboccia nelle sue bianche volute un gioiello architettonico la cui delicata leggerezza contrasta con la mole massiccia della Mingun Paya. La pagoda di Hsinbyume, concepita e realizzata in forme insolite secondo una precisa e complessa simbologia – che dopo due secoli resta in gran parte misteriosa – è diversa da ogni altra e spicca per la sua unicità nel pur ricco e variegato panorama dell’architettura religiosa buddista in Birmania.

Il candido edificio che il principe ereditario Bagyidaw fece costruire nel 1816 in memoria della sua prima sposa e cugina, la principessa Hsinbyume, morta dando alla luce un figlio, s’ispira alla struttura del mitico Monte Meru: secondo la cosmologia buddista, il Meru costituisce l’asse del Cosmo, centro dell’Universo e punto di contatto fra il mondo terreno e i cieli divini che lo sovrastano; sette catene di montagne circondano il picco, sulla cui cima si trova il Paradiso terrestre Tavatimsa.

La pagoda, a pianta circolare, si sviluppa su sette piani concentrici, ciascuno con un diametro che è metà di quello sottostante: ne risultano sette ampie terrazze ad anello, con i parapetti modellati in un motivo “a onde” che secondo alcune interpretazioni simboleggia le sette catene montuose che circondano il Monte Meru, mentre per altre vuole richiamare l’acqua, principio vitale dell’universo; a ogni livello, una nicchia ospita i cinque tipi di animali che fanno la guardia al monte sacro. Singolare appare ai nostri occhi l’analogia della struttura con quella che Dante Alighieri nella Divina Commedia attribuisce al monte del Purgatorio: circondato dalle acque, articolato in sette cornici e la cui cima ospita il Paradiso terrestre.

Sulla terrazza più alta sorge la vera e propria pagoda, ispirata alla mitica pagoda Sulamani che la cosmogonia buddista colloca sulla vetta del monte Meru, e culminante con una guglia d’oro. Alla sua base, cinque ordini di piccole edicole racchiudono nicchie nelle quali sono collocate statuette raffiguranti personaggi e spiriti della mitologia locale. Come tutti gli edifici di Mingun, la pagoda fu gravemente danneggiata dal terremoto del 1838 e venne restaurata nel 1874; non è dato sapere che cosa ne sia stato dei centomila smeraldi che si narra ornassero in origine il monumento, e dei quali è rimasto solo l’altro nome con cui è conosciuta la pagoda, Mye Theintan (dei centomila smeraldi).

Nel consacrare alla memoria della sua sposa il simulacro del monte Meru, il principe Bagyidaw legò il ricordo di Hsinbyume all’immagine del Paradiso terrestre, dimora ultraterrena di bellezza e serenità, degna di accogliere una creatura “venuta da cielo in terra a miracol mostrare” come la Beatrice dantesca (con la quale condivise anche la causa di morte); inoltre il monte Meru, in quanto passaggio fra mondo umano e divino, racchiude in sé il barlume di speranza che la porta dell’oltremondo non sia irrevocabilmente chiusa. Una speranza che dal mito di Orfeo ed Euridice non ha mai abbandonato l’umanità.

Un ultimo enigma attende il visitatore che sale le ripide scale fino alla piccola cella della pagoda: la statua del Buddha, con il suo ieratico sorriso, ne nasconde un’altra posta in una nicchia alle sue spalle, più piccola e tutta rivestita d’oro, visibile solo se ci si sposta lateralmente; un’insolita collocazione, rimasta inspiegata. Certo è che la popolazione locale ha raccolto e tramandato lo spirito che ispirò il principe Bagyidaw: da due secoli la pagoda è meta di pellegrini che bruciano bastoncini d’incenso e depongono offerte in memoria dei loro cari scomparsi e in omaggio agli spiriti degli antenati. Con il suo aspetto quasi evanescente, questo affascinante esempio di edificio-scultura appare simile a una farfalla o a un candido fiore posato al centro di un verde prato: la sua straordinaria leggerezza è accentuata dal gioco delle ombre sull’alternanza di vuoti e pieni che si succedono a ritmo serrato e al tempo stesso armonioso, con un effetto di chiaroscuro che tocca il momento di maggiore pathos al declinare del sole verso il tramonto.

Didascalie immagini

  1. All’arrivo a Mingun, la mole massiccia della Mingun Paya che spunta dietro gli alberi sulla riva del fiume appare come un enorme monolito più che un edificio concepito e realizzato dall’uomo
    (© Donata Brugioni)
  2. La Mingun Paya è costante meta di visitatori e pellegrini in una colorata e vivace kermesse
    (© Donata Brugioni)
  3. Il terremoto che distrusse Mingun nel 1838 ha lasciato pesanti segni anche sull’enorme mole della Mingun Paya, alta 50 metri
    (© Donata Brugioni)
  4. Veduta d’insieme della pagoda Hsinbyume; uno dei quattro accessi, situati in corrispondenza dei punti cardinali
    (© Donata Brugioni)
  5. La terrazza al livello più alto circonda la base della pagoda vera e propria, con cinque ordini di piccole edicole che ospitano statuette di figure mitologiche
    (© Donata Brugioni)
  6. Il caratteristico motivo “a onde” dei parapetti si ripete a ogni livello (© Donata Brugioni) / Domenico di Michelino: Dante e la Divina Commedia – Firenze, Cattedrale di Santa Maria del Fiore. Sullo sfondo, la montagna del Purgatorio con Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre
  7. Al culmine dei sette livelli sovrapposti, si accede alla vera e propria pagoda, sormontata da uno stupa che culmina con una guglia d’oro
    (© Donata Brugioni)
  8. All’interno, due statue di Buddha collocate una davanti all’altra
    (© Donata Brugioni)

IN COPERTINA
Veduta d’insieme della pagoda Hsinbyume
(© Donata Brugioni)
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