Fra i tanti monasteri e santuari aggrappati a pareti di roccia che costellano i luoghi più impervi di Europa e Medio Oriente, il monastero della Panaghia Hozoviótissa (Monastero della Presentazione della Vergine) sull’isola di Amorgos – la più orientale delle Cicladi, che Omero definì “isola nuda” per il suo aspetto arido e la scarsità di acqua – non è il più famoso né il più imponente, ma risulta sicuramente indimenticabile per la sua posizione, situato com’è a trecento metri di altezza su una parete di roccia che si innalza a picco dalle onde del Mediterraneo.

La fondazione del monastero risale agli inizi del IX secolo, ma l’aspetto attuale si deve alla ristrutturazione operata durante il regno dell’imperatore bizantino Alessio Comneno I intorno al 1190. Alla fine dell’VIII secolo era giunta sull’isola una comunità di monaci in fuga dal monastero di Chozeba, situato in una gola del deserto di Giuda a poca distanza da Gerico, che era stato occupato e saccheggiato dagli Arabi. Quando approdarono ad Amorgos, i monaci portavano con sé una venerata icona, che erano riusciti a mettere in salvo.

Sull’impervia costa meridionale dell’isola, formata dalle estreme propaggini del Monte del Profeta Elia, i monaci trovarono un ambiente ricco di grotte e di falesie, simile a quello da cui provenivano, e un’amichevole e ospitale accoglienza da parte della popolazione di Chora, il villaggio principale dell’isola. Secondo la tradizione, i monaci sbarcarono sulla spiaggia di Agia Ana, ai piedi del monte su cui venne poi costruito il monastero e nei pressi della spiaggia è stata eretta una piccola cappella a memoria di quell’evento, che ha segnato indelebilmente la storia dell’isola.

La costruzione del monastero, iniziata nei primi decenni del IX secolo, procedette a rilento per le enormi difficoltà che un luogo così impervio presentava sia per il trasporto dei materiali che per la loro collocazione nella posizione scelta, ma l’isolamento e il difficile accesso costituivano requisiti determinanti, non solo per le caratteristiche stesse del monachesimo bizantino, che trovava i propri elementi fondanti nella contemplazione e nella meditazione, ma anche perché fornivano una difesa da invasioni e saccheggi.

Nei secoli furono ripetute le incursioni di pirati che si succedettero sulle coste di Amorgos, così come l’alternarsi di dominazioni, da quella veneziana fino all’ottomana, che le subentrò alla metà del XVI secolo e che sarebbe durata fino al 1824. Inizialmente, la facciata del monastero non era imbiancata a calce come la vediamo oggi, ma realizzata in nuda pietra: in questo modo risultava praticamente invisibile per chi arrivava dal mare, confondendosi con il fianco della montagna. Sia l’imbiancatura, che l’aggiunta dei due contrafforti in facciata per motivi di stabilità, sono il frutto di restauri effettuati circa un secolo fa. In seguito all’intervento dell’imperatore Alessio, il monastero divenne un importante centro di cultura e arte: vi confluirono reliquie e icone di grande valore e vi furono raccolti molti manoscritti in pergamena eseguiti dal XI al XIII secolo, mentre la stretta connessione con l’importante monastero di San Giovanni nell’isola di Patmos accresceva la fama e il prestigio di quello di Amorgos.

L’accesso è ancora oggi quello originario: il monastero si raggiunge attraverso una scalinata di quasi quattrocento gradini che si inerpica lungo il fianco della montagna, e dalla quale la vista spazia sul mare e sulle isole vicine. Anche l’approvvigionamento di acqua, viveri e quanto serve alla vita del monastero è rimasto praticamente immutato dai tempi dell’impero bizantino, affidato com’è a tre asinelli che fanno la spola lungo la gradinata che collega il monastero con la strada carrozzabile, realizzata in anni recenti al posto del sentiero che raggiungeva Chora.

Il monastero si articola in una settantina di ambienti disposti su otto piani e comprende quindici celle per i monaci, che attualmente sono solo tre. La costruzione ha dimensioni contenute, con una profondità massima di soli cinque metri, così che anche la chiesa è un ambiente raccolto, stipato di icone e arredi liturgici. Impressionanti le scale che collegano i vari livelli: i gradini si insinuano fra le rocce, serpeggiando tra cavità e fessure naturali in maniera acrobatica, e dando l’impressione di sfidare la forza di gravità. Nell’architettura si notano i segni del dominio veneziano (1296-1537), in particolare gli archi a sesto acuto della porta d’ingresso presenti anche in alcune parti interne del monastero.

Il cuore di tutto il complesso è la piccola chiesa, situata al livello più alto dell’edificio e collocata all’interno di una cavità nella parete rocciosa, dove la preziosa icona della Madonna è esposta in una vetrina dalla cornice di legno riccamente decorata. Dalla chiesa si accede a un piccolo spazio all’aperto, sul quale si alza il semplice campanile con tre campane: le croci bianche dipinte sulla roccia, il profondo blu del mare sottostante, la costa ripida e solitaria, il silenzio rotto solo dalle grida dei gabbiani, contribuiscono a creare un’atmosfera di raccolta spiritualità che rende ragione della venerazione tributata a questo luogo da oltre un millennio.

Fin dalla sua fondazione, il monastero è stato il centro della vita di Amorgos, ed è tuttora il cuore di quella che è l’isola più selvaggia delle Cicladi, tenacemente attaccata alle proprie tradizioni. Durante la Settimana Santa l’icona viene portata in processione di villaggio in villaggio, in un evento corale che coinvolge tutti e testimonia il senso di appartenenza e i legami tra le singole comunità. Il 21 novembre, giorno in cui si celebra la presentazione di Maria al Tempio, tutta Amorgos è in festa e gli abitanti fanno a gara nel preparare i cibi tradizionalmente dedicati a questa ricorrenza – immancabile il baccalà fritto – che vengono offerti ai fedeli alla fine delle funzioni religiose.

La facciata del complesso monastico, con le bianche superfici delle pareti costellate dagli sporadici vuoti delle piccole finestre asimmetriche, ha ispirato architetti, ingegneri e artisti del Novecento: l’esempio più evidente è rappresentato dalle pareti laterali con le aperture asimmetriche che caratterizzano la Cappella di Notre-Dame du Haut a Ronchamp, opera di Le Corbusier, che visitò Amorgos in occasione del Congresso Internazionale di Architettura tenutosi ad Atene nel 1933.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Veduta del monastero della Panagia Hozoviótissa dalla scalinata di accesso
  2. In primo piano a sinistra la chiesetta costruita nel luogo dove, secondo la tradizione, alla fine dell’VIII secolo approdarono i monaci che portavano dalla Palestina l’icona di Maria.
    In alto a destra, sotto la cima del monte, si intravede la facciata del monastero (v. foto dettaglio)
  3. Le vie di Chora, il centro abitato principale di Amorgos, sono in gran parte costituite da scalinate che salgono verso la fortezza costruita dai Veneziani nel XIII secolo
  4. Il monastero della Panagia Hozoviótissa è distribuito su otto piani che culminano nel piccolo campanile, dotato di tre campane (in alto a destra)
  5. Ingresso al complesso monastico: l’arco a sesto acuto, presente anche in altre parti del monastero, testimonia l’influenza della presenza veneziana sull’isola
  6. La porta di ingresso, dalla cornice scolpita a motivi fitomorfi, è alta poco più di un metro
  7. Dalla chiesa si accede a un piccolo spazio aperto, sovrastato dal semplice campanile e affacciato sull’arida costa sudorientale dell’isola
  8. La vista dal piazzale di accesso
  9. Una finestra al culmine del complesso monastico

In prima pagina:
Il monastero della Panagia Hozoviótissa, nell’isola di Amorgos, la più orientale delle Cicladi

Tutte le foto © Donata Brugioni