«Di tutto ciò che l’uomo, spinto dal suo istinto vitale, costruisce ed erige, nulla è più bello e più prezioso, ai miei occhi, dei ponti. I ponti sono più importanti delle case, più sacri, perché più utili dei templi. Sono di tutti e sono uguali per tutti, costruiti sempre con criterio nel luogo ove s’incrocia la gran parte delle necessità umane, più duraturi di tutte le altre costruzioni e mai asserviti al segreto o al male.»
Ivo Andrić in Mostovi (I ponti), 1933
Scorrono le verdi acque della Drina sotto il maestoso ponte di Višegrad, che il grande architetto ottomano Mi’mār Sinān progettò a metà del Cinquecento per Mehmed Pascià Sokolović. Sinān fu per mezzo secolo il responsabile per la costruzione e supervisione di tutti gli edifici più importanti dell’impero ottomano, e fu in contatto con Andrea Palladio tramite l’ambasciatore di Venezia a Istanbul, Marco Barbaro. Questi scambi di idee e competenze si riflettono in creazioni architettoniche nelle quali gli influssi reciproci portano da un lato un sapore d’oriente in alcuni edifici veneziani dell’epoca, mentre dall’altro la razionale austerità di forme che impronta l’architettura palladiana offre una solida base agli eleganti volumi delle realizzazioni di Sinān.

Il ponte sulla Drina, con la sequenza armoniosa delle sue undici arcate, ha segnato per cinquecento anni la storia di Višegrad, cittadina a sud est di Sarajevo non lontana dal confine con la Serbia. Grazie alla presenza del ponte, Višegrad divenne una tappa fondamentale nei collegamenti tra Europa e Oriente, un ricco emporio, nodo di intensi e vivaci scambi commerciali e culturali tra due mondi. Proprio il ponte di Višegrad è il protagonista del romanzo Il ponte sulla Drina, nel quale il grande scrittore Ivo Andrić, premio Nobel per la Letteratura nel 1961, traccia un affresco storico che attraversa quattro secoli, dagli anni Settanta del Cinquecento fino agli inizi del Novecento, nel quale il ponte diviene il simbolo stesso dell’identità e dell’appartenenza di tutta una comunità.

A Sarajevo, nelle acque della Miljacka – il breve fiume che nasce a poca distanza dalla capitale – così particolari per l’odore salmastro e il colore ambrato, si specchia la grande mole della sinagoga ashkenazita. Il tempio fu innalzato agli inizi del XX secolo in stile neomoresco, guardando anche al viennese padiglione della Secessione, di pochi anni precedente, che all’epoca rappresentava la realizzazione più innovativa e originale nel panorama dell’architettura europea. A breve distanza, attraversa la Miljacka il Ponte Latino, così detto perché adiacente al quartiere cattolico (abitato da commercianti provenienti in gran parte da Dubrovnik): infatti, nei territori dell’impero ottomano tutti i cattolici erano definiti genericamente “latini”.

Su questo ponte si cambiarono i destini dell’Europa: è qui che il 28 giugno 1914 il giovane studente serbo Gavrilo Princip uccise in un attentato l’erede al trono dell’impero austro-ungarico Francesco Ferdinando insieme alla sua consorte, innescando la reazione a catena che porterà allo scoppio della prima guerra mondiale. Durante gli anni della ex Jugoslavia, al ponte fu dato il nome di Gavrilo Princip, all’epoca considerato un patriota, per ripristinare in seguito quello originario, ribadendo ancora una volta il principio secondo il quale la differenza fra un patriota e un terrorista la fa chi scrive la storia, e la storia la scrivono sempre i vincitori.

A Sarajevo, città dove coesistono quattro confessioni religiose (mussulmana, ortodossa, ebraica e cattolica), lungo la via pedonale più importante, nei cui pressi si trovano minareti, campanili e l’antica sinagoga oggi trasformata in museo, ad un incrocio figura sul lastricato la scritta “Meeting of Cultures”: è il punto che segna il passaggio dal quartiere del bazar di Baščaršija, delle moschee e dei caravanserragli – nel quale architetture, volti, merci esposte e odori danno l’impressione di trovarsi in una città dell’Anatolia – alle vie ampie e fiancheggiate da edifici neorinascimentali dall’aspetto imponente, del tutto simili a quelli che sorgono nel centro di Budapest o di Vienna.

Una scritta che appare come un timido segno di buona volontà, dopo i massacri che questa terra ha visto ancora una volta appena trenta anni or sono, e che tornano periodicamente a manifestarsi, come un fiume carsico, che appare improvviso, sbucando dalle profondità della terra. Scriveva nel 1946 Ivo Andrić in uno dei Racconti di Sarajevo dal titolo Una lettera del 1920: «anche di notte, mentre tutto dorme, nella conta di ore deserte d’un tempo silenzioso, è vigile la diversità di questa gente addormentata, che da sveglia gioisce e patisce, banchetta e digiuna secondo quattro calendari diversi, tra loro contrastanti, e invia al cielo desideri e preghiere in quattro lingue liturgiche diverse. E questa differenza, ora evidente e aperta, ora nascosta e subdola, è sempre simile all’odio, spesso del tutto identica ad esso.»

Sul selciato, nelle vie del centro e sul lungofiume, fioriscono le “rose di Sarajevo”: piccole buchecircondate da fori che si aprono come petali, riempiti di resina rossa. Sono i segni lasciati dai colpi di mortaio dei soldati serbi, dalle granate e dalle bombe, che cadendo si frammentavano formando disegni dall’aspetto quasi floreale. Sono circa duecento queste rose, e restano ad indicare i luoghi in cui sono state uccise più di tre persone simultaneamente, testimonianze di un periodo tragico nella storia di Sarajevo, che rimase assediata per quasi quattro anni, divenendo un immenso campo di tiro a segno su una popolazione inerme.

Lo Stari Most, il Ponte Vecchio di Mostar, che attraversa la Neretva collegando le sponde di una stretta forra, fu costruito a metà del Cinquecento su progetto di un allievo di Sinān, che disegnò una slanciata struttura a schiena d’asino, realizzando un capolavoro d’ingegneria che pare librarsi nell’aria. Due poderose torri, situate alle estremità del ponte, ospitavano in origine il presidio addetto alla sorveglianza di questa struttura e una polveriera. Dello Stari Most, assurto a simbolo della cieca furia distruttiva di una guerra fratricida che insanguinò la Bosnia ed Erzegovina fra il 1992 e il 1995, molto è stato scritto. A memoria dello scempio resta il filmato del suo abbattimento, nel quale, oltre alle immagini, sono agghiaccianti le grida di giubilo che si levano dalle unità croate a ogni colpo di cannone. Ci vollero due giorni per completare l’opera. Infine, la mattina del 9 novembre 1993 lo Stari Most, unico collegamento rimasto tra le due sponde della Neretva, crollava nel fiume.

Anche se si trattò di un’azione di scarso impatto sugli esiti della guerra, l’effetto sul morale della popolazione fu devastante. Lo riconoscerà, anni più tardi, la sentenza emessa dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aia che condannerà tutti i responsabili di quell’atto a pene dai dieci ai venticinque anni, definendo l’abbattimento del ponte «un atto cosciente da parte degli autori che miravano a distruggere l’identità culturale attraverso la distruzione materiale e l’avvilimento della popolazione.» Il nuovo ponte, ricostruito sul modello dell’originale, è stato consegnato alla città nel 2004.

Scriveva ancora Ivo Andrić nel breve articolo dedicato ai ponti, pubblicato a Belgrado nel 1933 sul quotidiano Politika: «In definitiva, tutto ciò che questa nostra vita enuncia, pensieri, fatiche, sguardi, sorrisi, parole, sospiri, tutto tende verso l’altra sponda, che funge da destinazione e solo con questa ottiene il suo vero senso. Tutto ciò possiede qualcosa da superare, su cui gettare un ponte: il disordine, la morte e l’assurdo. Perché tutto è passaggio, è un ponte le cui estremità si perdono nell’infinito e al cui confronto tutti i ponti di questo mondo sono solo giochi per bambini, simboli sbiaditi. E tutta la nostra speranza si trova dall’altra parte.»