“E maravigliosa cosa mi pare che di là dal fiume [Senegal] tutti sono negrissimi, e grandi e grossi e ben formati di corpo, e tutto il paese è verde e pien d’arbori e fertile; e di qua sono uomini berrettini piccoli, magri, asciutti e di piccola statura, il paese sterile e secco. Questo fiume, secondo che dicono gli uomini savii, è un ramo del fiume Gion che vien dal paradiso terrestre…”
                                            (da Le navigazioni di Alvise da Ca’ da Mosto e Pietro di Sintra, pubblicato nel 1507)

Il fiume Senegal, che nel 1455 il navigatore veneziano Alvise Ca’ da Mosto scoprì e risalì per primo con le sue caravelle durante una spedizione effettuata al servizio del re del Portogallo, separa le lande desertiche e sabbiose della Mauritania – ultime propaggini del Sahara – dalla fertile pianura del Senegal, ricca di alberi e coltivazioni. Già alla fine del Quattrocento i Portoghesi avviarono per via fluviale una rete di commerci con le regioni interne del continente, aprendo uno sbocco verso l’Oceano e l’Europa alle vie carovaniere che le attraversavano da tempo immemorabile.

Per secoli il fiume ha rappresentato la via principale per il trasporto delle merci più pregiate – oro, avorio, gomma arabica – dal cuore dell’Africa fino alla costa e ai porti d’imbarco per l’Europa. Caravelle, i cui equipaggi erano formati da marinai armati – pronti alla difesa di carichi che per via di terra sarebbero stati facile e appetibile bottino per i predoni – solcavano le acque del Senegal, che pigramente e con una serie di ampie anse si avvia lento verso l’Atlantico. Il fiume, che nasce nel territorio del Mali, e non come suggestivamente riferiva Ca’ da Mosto dal Paradiso Terrestre, segna per circa ottocento chilometri (in pratica metà del suo corso) il confine fra Senegal e Mauritania.

Dalla foce, nei pressi di Saint-Louis – l’antica capitale del Senegal, prima colonia francese al mondo fondata nel 1659 e così battezzata in onore dell’allora regnante Luigi XIII – il Senegal è navigabile tutto l’anno per quasi trecento chilometri fino a Podor, situata nel cuore di quello che tra il IX e il XV secolo fu il mitico regno di Tekrour, il “paese dell’oro”: qui, la produzione del metallo prezioso era così abbondante che l’oro veniva scambiato con il sale e il vetro a parità di peso, come riferiscono le cronache dell’epoca.

Con un retaggio del genere non stupisce la fantasiosa etimologia del nome Podor, nel quale i francesi vollero vedere un richiamo a mitici “pot d’or”, favoleggiando che qui si commerciasse vasellame d’oro. Certo è che questo luogo sulla bassa e sabbiosa isola di Morphil, che divide in due bracci il fiume, costituì fin dai primi secoli della nostra era un nodo importantissimo di scambi commerciali tra le popolazioni nomadi della Mauritania a nord e quelle sedentarie, dedite all’agricoltura, che abitavano sulla riva sinistra del fiume, divenendo un animato crocevia mercantile, etnico e culturale tra mondo arabo e Africa nera. Era nello scalo di Podor che le merci più preziose venivano imbarcate per il lungo viaggio verso paesi lontani, in quello che fu definito il passaggio “dalle carovane alle caravelle”. Per questa ragione, nel 1744 il direttore della Compagnia Francese delle Indie Occidentali, Pierre David, vi fece costruire un forte, collocato in una posizione elevata che permetteva di sorvegliare i battelli impegnati negli scambi commerciali sull’alto corso del fiume e agiva da deterrente contro le frequenti incursioni dei banditi mauritani.

Nel secolo successivo il governo francese decise di ricostruire l’ormai fatiscente forte per farne il caposaldo di una serie di postazioni militari destinate a presidiare il corso del fiume. Tutto il materiale da costruzione, fino all’ultimo chiodo, fu spedito dalla Francia su venti navi e il forte, realizzato nell’arco di due mesi durante il 1854, assunse la forma attuale con i quattro tozzi torrioni angolari e tre edifici destinati ai vari servizi nel cortile interno; la guarnigione risiedeva in una vicina palazzina, con le facciate segnate da profonde arcate, per offrire almeno un’illusione di frescura nelle estati roventi di quello che un viaggiatore del XVIII secolo definì “il luogo più caldo della terra”.

Scendendo a valle, la stessa struttura architettonica caratterizza i presidi di Dagana e Richard Toll: il nome di quest’ultima cittadina, che nella lingua locale significa “il giardino di Richard”, è un tributo al botanico francese Jean Michel Claude Richard, che nel 1816 creò qui un giardino sperimentale di acclimatazione per studiare la possibilità di coltivare in Senegal piante importate da altri paesi, dall’arancio alla canna da zucchero fino al caffè. Al centro della tenuta, da tempo invasa dalle onnipresenti acacie spinose, figura lo stravagante edificio ormai in rovina conosciuto come “la folie du Baron”, una sorta di pretenzioso castello fatto costruire dal barone Jacques-François Roger che fu governatore del Senegal dal 1822 al 1827.

Le aride steppe del Sahel sono alle porte di Podor e le ultime dune del Sahara appaiono in lontananza dietro gli alberi sulla riva mauritana mentre l’harmattan, il vento secco che nell’inverno soffia dal deserto, porta una sabbia impalpabile che oscura l’aria e la rende irrespirabile. Nonostante il clima micidiale, numerosi grandi mercanti francesi, provenienti da Bordeaux, stabilirono qui agli inizi dell’Ottocento le loro filiali commerciali e le loro residenze, costruendo lungo le banchine di Podor una serie di edifici, tutti con un’analoga tipologia: il piano terreno era adibito a magazzini e uffici amministrativi, mentre il piano superiore, caratterizzato da lunghe balconate di legno affacciate su un ombroso patio alberato, era destinato a residenza.

La presenza così numerosa di importanti imprese e ditte francesi – a cui si aggiunse l’americana Singer, che scelse proprio Podor come base per avviare il commercio delle proprie macchine da cucire in Africa – testimonia l’importanza e la vitalità del commercio fluviale, che animò l’esistenza della cittadina nel  corso di quasi due secoli: alle banchine attraccavano ogni giorno numerosi battelli che sbarcavano le merci provenienti dall’Europa e imbarcavano i prodotti locali, prima fra tutti la gomma arabica estratta dalla resina delle acacie subsahariane, di cui ancora oggi il Senegal rimane il maggior produttore al mondo.

Negli anni Sessanta del secolo scorso, la costruzione di una camionabile parallela al corso del fiume ha segnato il declino e poi la fine del commercio fluviale, isolando Podor in una sonnolenta immobilità; tirata in secco nello scalo fangoso resta ad arrugginire una vecchia chiatta in disuso, mentre il Bou el Mogdad, il battello postale delle Messageries du Sénégal che fra il 1950 e il 1970 collegava vari scali tra Saint-Louis e Podor trasportando merci e passeggeri, dopo molte vicissitudini e un lungo periodo di oblio, è tornato da alcuni anni a solcare le acque placide del fiume; un viaggio dal sapore d’altri tempi, scandito dal ritmico pulsare dei motori e dalle grida dei bambini che accorrono sulla riva al suo passaggio.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Sulla riva del Senegal
    (© Donata Brugioni)
  2. Barche da pesca a Saint-Louis
    (© Donata Brugioni)
  3. Lo scalo di Podor nel 1909
    (cartolina d’epoca esposta alla Maison Foy)
  4. La palazzina del Comando all’interno del forte di Podor
    (© Donata Brugioni)
  5. Il forte di Dagana sulla riva del Senegal
    (© Donata Brugioni)
  6. La Folie du Baron a Richard Toll
    (© Donata Brugioni)
  7. Case coloniali dell’Ottocento a Podor
    (© Donata Brugioni)
  8. Podor oggi: una vecchia chiatta in disarmo e il Bou el Mogdad attraccato alla banchina 
    (© Donata Brugioni)

IN COPERTINA: 
Navigazione sul fiume Senegal 
(© Donata Brugioni)