“Il Grande Cretto è una ferita aperta che non si rimargina”
(Alberto Burri, 1986)

“Andammo a Gibellina con l’architetto Zanmatti, il quale era stato incaricato dal sindaco di occuparsi della cosa. Quando andai a visitare il posto, in Sicilia, il paese nuovo era stato quasi ultimato ed era pieno di opere. Qui non ci faccio niente di sicuro, dissi subito, andiamo a vedere dove sorgeva il vecchio paese. Era quasi a venti chilometri. Ne rimasi veramente colpito. Mi veniva quasi da piangere e subito mi venne l’idea: ecco, io qui sento che potrei fare qualcosa. Io farei così: compattiamo le macerie che tanto sono un problema per tutti, le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti perenne ricordo di quest’avvenimento”.

Così Alberto Burri (1915-1995), uno dei maggiori artisti italiani del secondo dopoguerra, narrava il momento in cui, davanti alle macerie di Gibellina, distrutta dal terremoto che devastò la valle del Belice nel dicembre 1968, ebbe la prima ispirazione di quello che sarebbe divenuto un grandioso capolavoro di land art, esteso su una superficie di oltre ottantamila metri quadrati. Era il 1981 quando Burri aderì all’invito che il sindaco di Gibellina Nuova, Ludovico Corrao, aveva rivolto a numerosi artisti di livello internazionale perché donassero opere destinate al nuovo abitato costruito a quasi venti chilometri dalle rovine della vecchia Gibellina, convinto che “solo attraverso l’arte queste zone povere e disabitate avrebbero avuto un futuro”.

Fra i numerosi artisti che aderirono all’appello figurano anche Pietro Consagra, Mimmo Rotella e Mario Schifano; ma nonostante le nobili intenzioni di Corrao, le opere disseminate nelle vie di Gibellina Nuova non appaiono in grado di integrarsi in un contesto edilizio senz’anima, con i caratteri tipici degli insediamenti creati dal nulla a seguito di catastrofi naturali o distruzioni belliche. La scelta di Burri, assolutamente originale e in controtendenza, nata da un sentimento di pietas che ancora oggi è in grado di emozionare, fu quella di coprire le rovine della vecchia Gibellina con un bianco sudario di cemento, solcato da camminamenti profondi quasi due metri, che tracciano il reticolo di vie nel quale si articolava il paese.

La realizzazione di questa imponente opera fu iniziata nel 1985 e si interruppe nel 1989, quando era stata coperta una superficie di oltre sessantamila metri quadrati: era ferma a questo stadio nel 1995, alla morte di Burri. L’artista quindi non vide mai la realizzazione finale del Cretto, che fu portata a termine solo nel 2015, in occasione del centenario della nascita di Burri, avendo cura di rispettare integralmente il progetto originale.

L’enorme gettata di cemento bianco ricopre interamente le rovine di Gibellina, distendendosi sopra le case, gli oggetti e anche i corpi degli abitanti rimasti sepolti dalle macerie. L’andamento ondulato del Cretto, che rispettava la planimetria dell’abitato sviluppatosi lungo il fianco della collina, e le crepe che segnavano la posizione delle strade e delle piazze, avrebbero guidato la memoria dei sopravvissuti e posto in risalto, allo stesso tempo, le ferite inflitte alla terra dal sisma. Ripercorrere le tracce delle antiche vie faceva scaturire i ricordi di quei luoghi e della vita che li animava – i volti e le voci dei paesani, le luci e gli odori dei vicoli, l’animazione della piazza nei giorni festivi e di mercato – consegnandoli all’eternità.

Non la fragorosa profanazione delle ruspe che avrebbero spianato tutto per costruire un non-luogo come sarà poi Gibellina Nuova, né lo sgretolarsi attraverso il tempo dei muri rimasti in piedi, fra crolli di mattoni e vegetazione destinata a invadere tutto. Il sudario di cemento avrebbe fissato nel tempo della memoria quella che per secoli era stata Gibellina, prima di una catastrofe destinata a spazzare via tutto. Viene alla mente lo straordinario e inquietante Cristo Velato del Sanmartino, nella Cappella Sansevero di Napoli, che lascia intuire un corpo intatto e bellissimo, inviolato dal martirio della Passione, consegnando al ricordo quello che era prima dello scempio. Nel silenzio di Gibellina si ascolta solo la voce del vento: Burri tenne a precisare che non si sarebbe dovuto costruire nulla intorno al Grande Cretto, lasciando spazio al dialogo
fra la sua opera, immutabile nella solida concretezza del cemento, e la natura circostante, immutabile nel succedersi delle stagioni.

A Gibellina Nuova, che tiene viva la sua vocazione di luogo aperto alle sperimentazioni in campo artistico, e che per il 2026 è stata proclamata “Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea”, è nato il “Gibellina Photoroad Festival”. Si tratta di una manifestazione biennale – con installazioni fotografiche di grande formato, mostre all’aperto, video e conferenze – che fino dalla prima edizione (2016) ha portato in Sicilia artisti e fotografi noti a livello internazionale. In questo contesto, il fotografo catalano Joan Fontcuberta ha realizzato nel 2019 un grande fotomosaico-murale lungo dodici metri, collocato sulla piazza del Municipio. Il murale è composto da oltre seimila immagini stampate su ceramica di selfie e fotografie che gli abitanti di Gibellina gli hanno inviato rispondendo a un appello sul web.

Si tratta di un’opera permanente dal titolo Gibellina Selfie – Lo sguardo di tre generazioni, che appare frutto di uno spirito ispiratore analogo a quello del Cretto di Burri. Spiega infatti Fontcuberta: “Gli occhi di tre abitanti di Gibellina di diverse generazioni ci guardano, ma quando ci avviciniamo scopriamo che quegli occhi sono costituiti da migliaia di foto, ritratti, famiglie, gruppi di amici, luoghi emblematici di Gibellina e non solo. Una radiografia della città e dei suoi abitanti in un momento presente della storia che verrà consegnato come monumento-documento al domani”.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Pietro Consagra: Ingresso al Giardino Botanico di Gibellina Nuova
    foto ©Donata Brugioni
  2. Veduta del Grande Cretto
    foto ©Donata Brugioni
  3. Percorrendo i camminamenti che solcano il Cretto, la sensazione è quella di trovarsi in un labirinto
    foto ©Donata Brugioni
  4. La campagna attorno al Cretto, coltivata ma quasi priva di presenza umana
    foto ©Donata Brugioni
  5. Ai margini del Cretto resta solo una casa abbandonata, sopravvissuta quasi intatta al terremoto e spogliata di tutto quanto fosse riutilizzabile
    foto ©Donata Brugioni
  6. Joan Fontcuberta: Gibellina Selfie – Lo sguardo di tre generazioni (part.) (2019) – Gibellina, Piazza del Municipio, fotomosaico-murale
    foto ©Donata Brugioni

in prima pagina:
I camminamenti che solcano il Cretto
foto ©Donata Brugioni