“Mi è sempre piaciuto il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende in silenzio…”
(Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe, XXIV)

Amato dai lettori di ogni età e di tutto il mondo, il libro più tradotto dopo Bibbia e Corano (se ne contano edizioni in oltre trecento lingue), Il Piccolo Principe ha ormai superato i duecento milioni di copie dalla sua prima pubblicazione, avvenuta a New York nel 1943 (in inglese e subito dopo in francese). Il poetico racconto dell’incontro fra l’aviatore, col suo velivolo in panne nel deserto, e il piccolo principe arrivato sulla terra dal remoto e microscopico asteroide B-612, che in forma di fiaba affronta l’eterno mistero del senso dell’esistenza, dell’amicizia e dell’amore, si ispira a un episodio realmente vissuto dal suo autore, lo scrittore e aviatore Antoine de Saint-Exupéry. Nato a Lione il 29 giugno 1900, Saint-Exupéry scomparve con il suo aereo nelle acque del Mediterraneo tra la Corsica e Marsiglia il 31 luglio 1944.

Per Saint-Exupéry il volo è la passione di tutta la vita, scoperta all’età di dodici anni quando prova l’ebrezza del battesimo dell’aria su un campo d’aviazione non lontano dal castello di famiglia, passione che diverrà la maggiore fonte d’ispirazione dei suoi libri; di lui, Umberto Eco affermerà che era difficile distinguere “se volava per scrivere o se scriveva per volare”. Ottenuto il brevetto di pilota militare all’età di ventuno anni, il giovane Antoine viene ingaggiato dalla compagnia di aerei postali Latécoere sulla tratta da Tolosa a Casablanca e poi fino a Dakar. In un’epoca in cui si volava a vista, i piccoli aerei erano utilizzati per il trasporto di corrispondenza e documenti ufficiali dalla madrepatria alle colonie d’oltremare, e lungo le rotte era necessario stabilire una serie di scali a distanze compatibili con la ridotta autonomia di volo degli apparecchi.

L’incontro con il deserto avviene nel 1927, quando Saint-Exupéry è nominato capo scalo a Cap Juby (oggi Tarfaya) – all’epoca protettorato spagnolo – un avamposto sperduto sulla costa atlantica all’estremo sud del Marocco, con il compito di soccorrere i piloti costretti ad atterrare nel deserto e negoziare con i capi berberi il rilascio di quelli presi in ostaggio. Un compito difficile e rischioso che svolse con grande abilità e coraggio e che gli valse l’onorificenza della Legion d’Onore.

Oggi a Tarfaya un piccolo museo e un modesto monumento – il modellino del suo biplano – ricordano il soggiorno di Saint-Exupéry, che qui completò il suo primo romanzo, Courrier Sud, ispirato alla vita dei piloti degli aerei postali francesi. Il forte spagnolo, dove era stata stabilita la base della Latécoere, e la vecchia pista di atterraggio ormai in disuso sono stati dichiarati patrimonio dell’umanità dall’UNESCO; ogni anno vi fanno scalo i partecipanti del rally aereo da Tolosa a Saint-Louis (in Senegal), istituito in memoria dello scrittore.

A Cap Juby Saint-Exupéry rimase un anno e mezzo, lavorando anche all’opera autobiografica Terre des Hommes. In una lettera alla madre, descriveva le impressioni e le emozioni di questo tempo sospeso, in un luogo lontano da tutto: “Si è in contatto con il vento, con le stelle, con la notte, con la sabbia, con il mare. Si aspetta l’alba come il giardiniere aspetta la primavera… Non rimpiango niente”. Nella solitudine di Cap Juby gli fa compagnia un piccolo fennec, la volpe del deserto, che riesce ad addomesticare e che diverrà un personaggio chiave del Piccolo Principe, simbolo e testimone del valore dell’amicizia.

Alcuni anni dopo, nel 1935, nel tentativo di vincere il premio che il Ministero dell’Aviazione Francese aveva messo a disposizione di chi fosse riuscito nell’impresa di volare da Parigi a Saigon, Saint-Exupéry, con a bordo il suo meccanico, perse l’orientamento in mezzo a un banco di nuvole basse sul deserto del Sahara e il suo aereo urtò contro una duna, subendo gravi danni. Dopo che i soccorritori avevano cercato invano tracce dei superstiti, tre giorni più tardi i due, ormai allo stremo, furono soccorsi da una carovana di beduini.

L’eco di questa avventura appare nei capitoli iniziali del Piccolo Principe: “Così ho trascorso la mia vita solo, senza nessuno con cui poter parlare, fino a sei anni fa quando ebbi un incidente col mio aeroplano, nel deserto del Sahara… Era una questione di vita o di morte, perché avevo acqua da bere soltanto per una settimana. La prima notte, dormii sulla sabbia, a mille miglia da qualsiasi abitazione umana. Ero più isolato di un marinaio abbandonato in mezzo all’oceano, su una zattera, dopo un naufragio.”(Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe, II).

Nel deserto la presenza umana si rivela labile, effimera e ingannevole come l’ombra di una carovana che passa sulla cresta di una duna, e al tempo stesso suscita un senso di inquietudine al suo improvviso apparire nella solitudine immensa. E nei molteplici aspetti con cui si manifesta sulla superficie terrestre – sabbioso, roccioso, di un bianco abbacinante o ricco di colori – quello del deserto rimane sempre e comunque il paesaggio più misterioso, incommensurabile e mutevole.

Volare sopra il deserto a bassa quota con un piccolo aereo da turismo è ancora oggi un’esperienza indimenticabile e straniante: il paesaggio appare continuamente diverso e uguale allo stesso tempo, in un sovrapporsi di immagini che tendono a confondersi e a disorientare, mentre gli unici punti di riferimento sono rappresentati dalle rare oasi, sperdute nel mare di sabbia, e dalla linea di costa, dove il deserto finisce nell’oceano e dove spesso l’incontro fra la sabbia rovente e le fredde onde crea fitti banchi di nebbia.

Superato per estensione solo dal Sahara – il più grande deserto caldo del mondo, una fascia che attraversa tutta l’Africa – il Rub’ al Khali occupa la parte meridionale della penisola arabica. Il suo nome significa “il quarto vuoto”, e deriva da una leggenda: quando Allah creò l’universo, lo suddivise in quattro parti, cielo, terra, mare, lasciando vuota l’ultima; era il Rub al-Kali.

Inabitabile e invivibile, ma nella notte dei tempi attraversato da prede e cacciatori e costellato da oasi e città leggendarie ora sepolte dalla sabbia, come la mitica Ubar; le incisioni rupestri, presenti in quelli che oggi sono i deserti d’Africa e d’Arabia, ci narrano di un mondo popolato da animali, a volte reali e riconoscibili, a volte frutto di fantastiche metamorfosi che danno vita a raffigurazioni di personaggi straordinari e favolosi, creature dai poteri sciamanici graffite sulla superficie di pietra nelle loro molteplici incarnazioni; su tutte, domina possente la figura dell’uomo-leopardo.

Il deserto come ambiente d’intensa spiritualità e di rivelazione è un concetto comune a culture religiose diverse e lontane, per le quali Dio parla al cuore dell’uomo nel silenzio e nel vuoto di questo non-luogo. Le illusorie visioni create dai miraggi, la percezione delle distanze falsata dall’aria priva di umidità che cancella l’effetto atmosferico della lontananza, il disorientamento prodotto dalle tempeste di sabbia, formano il contesto in cui spiccano le parole di commiato che la volpe rivolge al piccolo principe: “Addio”, disse la volpe. “Ecco il mio segreto. E’ molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.“L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripeté il piccolo principe, per ricordarselo. (Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe, XXI)

Didascalie immagini

  1. A Cap Juby nell’ottobre 1928. Da sinistra a destra: i piloti Don Moron ed Emile Lécrivain, l’interprete El Baum, Antoine de Saint-Exupéry e Guillermo de la Pena, comandante del forte spagnolo.
    © Fondation Latécoère (fonte)
  2. Il piccolo museo dedicato ad Antoine de Saint-Exupéry a Tarfaya 
    (© Vanna Brugioni)
  3. Monumento ad Antoine de Saint-Exupéry a Tarfaya 
    (© Vanna Brugioni)
  4. Tra le sabbie del Sahara algerino
    (© Donata Brugioni)
  5. Lo scalo di Cap Juby in una foto degli anni Venti.
    (fonte) © Fondation Latécoère
  6. Accampamento di beduini nel Wadi Rum (Giordania)
    (© Donata Brugioni)
  7. “Ciò che abbellisce il deserto”, disse il piccolo principe, “è che nasconde un pozzo in qualche luogo…”   (Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe, XXIV). “I pozzi sahariani sono dei semplici buchi scavati nella sabbia” (Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe, XXV) Nella foto un pozzo nel deserto del Sudan
    (© Donata Brugioni)
  8. In volo sopra il grande mare di sabbia
    (© Donata Brugioni)
  9. Oasi abbandonata nel Rub’ al Khali (Yemen): la progressiva desertificazione ha inaridito molti pozzi
    (© Donata Brugioni)
  10. Le incisioni rupestri che s’incontrano nei deserti d’Africa e d’Arabia, testimoniano come in epoche lontane animali e uomini popolassero terre divenute col tempo inospitali. In basso al centro un uomo-leopardo con le zampe e la punta della coda in forma di mani (Twyfelfontein – Namibia)
    (© Donata Brugioni)
  11. Nel deserto la presenza umana si rivela labile, effimera e ingannevole come l’ombra di una carovana che passa sulla cresta di una duna (Merzouga – Marocco)
    (© Donata Brugioni)

in prima pagina: 
Nel deserto la presenza umana si rivela labile, effimera e ingannevole come l’ombra di una carovana che passa sulla cresta di una duna (Merzouga – Marocco)
(© Donata Brugioni)