Tra le numerose città nate per volontà univoca che costellano il pianeta e che dal nucleo originario hanno tratto l’impulso a vivere la propria storia, l’esempio di Fatehpur Sikri, nell’India del Nord, spicca per la brevità della sua esistenza, che ne ha fatto una splendida capitale nata e morta nell’arco di una generazione. Il fondatore della città, Akbar (che in arabo significa il Grande), terzo imperatore della dinastia Moghul, era nipote del capostipite Babur (il Leone) che dall’Asia centrale si era spinto alla conquista dell’India negli anni Venti del Cinquecento. Nel composito esercito di Babur figuravano persiani, turco-mongoli, pashtun afgani e arabi, uno specchio di quel crogiolo multietnico che era – ed è tuttora – la sua terra natale. Tra i suoi antenati, Babur vantava due personaggi che avevano segnato la storia del mondo: da parte di padre era un diretto discendente di Tamerlano, mentre tra gli avi della madre, principessa mongola, figurava Gengis Khan.

Salito al trono nel 1556 all’età di quattordici anni, Akbar non aveva generato figli maschi: nel 1568 si recò a consultare un mistico Sufi e astrologo, Salim Chisthi, che viveva in eremitaggio in una zona montuosa non lontana da Agra. Salim predisse all’imperatore l’imminente nascita del tanto atteso erede, evento che puntualmente si verificò nel corso dell’anno successivo; in un luogo così propizio alle sorti della dinastia, Akbar decise di fondare la nuova capitale, dando inizio ai lavori nel 1570. Il nome di Fatehpur Sikri (città della vittoria) le fu conferito dopo la conquista della regione del Gujarat, che assicurava all’impero lo sbocco sul Mar Arabico, essenziale per i commerci verso occidente e l’Europa. Il viaggiatore inglese Ralph Fitch, che visitò la città nel momento del suo massimo splendore, la descrisse come “notevolmente più grande di Londra e più popolosa”: si stima infatti che nell’arco dei quindici anni intercorsi fra la sua fondazione e il definitivo abbandono – le cui reali cause restano ancora oggi sconosciute – la popolazione di Fatehpur Sikri abbia raggiunto almeno i duecentomila abitanti.

La vita di Akbar e le sue gesta ci sono state tramandate nell’Akbarnama, biografia ufficiale commissionata dallo stesso imperatore, riccamente illustrata da splendide miniature e scritta in persiano, che era la lingua ufficiale della corte. L’arte dei miniatori persiani, pur in un paese di religione musulmana, non aveva eliminato la rappresentazione della figura umana: i preziosissimi volumi miniati – in cui le scene con figure erano prevalenti – avevano comunque una circolazione limitata a una ristretta cerchia, spesso realizzati ad uso della corte, e quindi godevano di una libertà figurativa che non aveva riscontro nelle opere accessibili al pubblico. Nell’Akbarnama l’imperatore compare ripetutamente, raffigurato nel corso di azioni belliche, mentre doma elefanti e durante la caccia, esercitata con l’utilizzo di ghepardi addomesticati.

Con Akbar l’impero Moghul conobbe la sua massima espansione in India e rappresentò un periodo di stabilità economica e sociale, anche grazie alla politica di apertura verso la popolazione locale: nell’intento di realizzare un’effettiva integrazione fra musulmani e hindu, Akbar istituì scuole comuni e favorì l’accesso degli hindu agli alti gradi dell’amministrazione e dell’esercito. Protettore delle arti e della cultura, il sovrano creò una biblioteca di oltre ventiquattromila volumi che comprendeva testi in sanscrito, urdu, persiano, greco, latino e arabo, mentre a Fatehpur Sikri fu istituita anche una biblioteca riservata alle donne.

La cultura artistica perso-islamica si fuse con gli elementi autoctoni indiani, contribuendo a formare lo stile Moghul, caratterizzato dalla grandiosità delle architetture e dalla finezza delle decorazioni: a Fatehpur Sikri gli abilissimi artigiani locali riuscivano a cesellare l’arenaria rossa delle vicine cave fino a dare alla pietra l’apparenza del legno modellato da un paziente lavoro di ebanisteria, mentre il marmo bianco, minuziosamente traforato, assumeva l’aspetto lieve e delicatissimo di un merletto. Inoltre, molti ambienti nei palazzi di Fatehpur Sikri erano decorati da pitture murali di vario soggetto, ormai in gran parte scomparse.

Di molti palazzi non si conosce l’esatta destinazione, certo è che l’aspetto complessivo appare il risultato di una fusione fra la tradizione architettonica islamica di città come Samarcanda, e gli elementi decorativi propriamente indiani, riflettendo il sincretismo che Akhbar voleva stabilire fra la religione mussulmana e quella hindu-jainista, nel tentativo di dare vita a un’unificazione del proprio regno anche dal punto di vista religioso; nel 1582 veniva promulgato il Din-i-Ilahi (religione di Dio), una dottrina monoteista che derivava principalmente dall’islam e dall’induismo, con elementi tratti dallo zoroastrismo e dal cristianesimo.

Il  Diwan I Khas (sala delle udienze private) è l’edificio in cui Akbar si incontrava con saggi e studiosi di tutte le religioni per intrattenersi in discussioni teologiche e meditare. Al centro dell’ambiente, un pilastro scolpito con gli elementi decorativi caratteristici di tutte le religioni dell’impero si apre in trentasei elaborate mensole che sostengono una piattaforma circolare dalla balaustra finemente traforata: da questa si dipartono quattro passerelle che giungono agli angoli della sala. La struttura dell’ambiente è un esempio unico in tutta l’architettura Moghul, e si ritiene che la sua funzione fosse collegata proprio alla religione promulgata da Akbar, che sedeva sulla piattaforma circolare mentre i saggi occupavano i bracci laterali; in realtà il Din-i-Ilahi non oltrepassò mai i limiti della corte e alla morte del sovrano si estinse con lui.

In un certo senso, Akbar trasferì anche nella vita privata il suo sincretismo religioso; le differenze stilistiche e nella decorazione che caratterizzano le case delle sue tre mogli rispecchiano il credo di ciascuna: mussulmana, cristiana – la cui casa era decorata con pitture murali di soggetto religioso – hindu; a quest’ultima, madre dell’erede al trono, era riservato un grande padiglione, dotato di una propria cucina destinata a preparare esclusivamente i pasti della sultana, rigorosamente vegetariana.

L’appartamento privato di Akbar, una costruzione a due piani situata di fronte a una grande vasca rettangolare, ospitava al piano terreno la biblioteca e la sala da pranzo; una scala sale alla stanza da letto, con le pareti di pietra finemente scolpite e decorate da pitture murali – in gran parte ormai illeggibili – raffiguranti scene della vita di corte, corredate da iscrizioni in lingua persiana che elogiavano la bellezza paradisiaca del palazzo.

A poca distanza dal complesso della corte sorge la grande moschea Jami Masjid, che Akbar volle su modello di quelle di Samarcanda; nel vasto cortile fu collocato il mausoleo di Salim Chishti, morto poco dopo la fondazione della città, che in seguito il figlio di Akbar fece rivestire di marmo bianco; il monumento è ancora oggi meta di pellegrinaggio da parte di mussulmani e hindu che chiedono la grazia per la nascita di un figlio annodando nastri colorati ai pannelli di marmo traforato che schermano l’interno.

Il grandioso portale di accesso al recinto della moschea, fatto edificare da Akbar nel 1576 per celebrare la conquista del Gujarat, è il più alto del mondo: posto su una base a gradini che ne magnifica l’imponenza, s’innalza per oltre cinquanta metri; all’interno dell’arco d’ingresso un’iscrizione in lingua persiana recita: “ Gesù figlio di Maria – la pace sia con lui – disse: ‘Il mondo non è  che un ponte, attraversalo senza costruirci sopra la tua casa’.”

Didascalie immagini

  1. Il cortile d’ingresso ai palazzi imperiali di Fatehpur Sikri, con la loggia dalla quale Akbar assisteva alle cerimonie e parate ufficiali
    (© Donata Brugioni)
  2. Nel grande piazzale destinato alle udienze pubbliche si affaccia l’edificio del Panch Mahal, un loggiato a cinque piani riservato alle donne dell’harem
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  3. Scena di caccia con Akbar. Miniatura dall’Akbarnama (fonte)
  4. Le pareti di molti ambienti sono decorate da pannelli di pietra scolpiti con una finissima lavorazione
    (© Donata Brugioni)
  5. La costruzione a due piani, riservata alle udienze private, mostra una fusione di architettura mussulmana ed elementi decorativi caratteristici degli edifici hindu (come le quattro edicole agli angoli del tetto, i chhatri, termine che significa baldacchino)
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  6. Interni della sala delle udienze private: il pilastro centrale sostiene la piattaforma su cui Akbar sedeva a meditare e discutere con i saggi di varie religioni
    (© Donata Brugioni)
  7. Akbar durante un incontro religioso a Fatehpur Sikri; i due uomini in nero sono missionari gesuiti spagnoli. Miniatura dall’Akbarnama (fonte)
  8. Alla moglie hindu di Akbar, madre dell’erede al trono, era riservato il padiglione più ampio
    (© Donata Brugioni)
  9. L’appartamento privato di Akbar, a due piani, si affaccia su una grande vasca rettangolare
    (© Donata Brugioni)
  10. La moschea Jami Masjid, una delle più grandi dell’India, è in grado di accogliere fino a diecimila fedeli
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IN COPERTINA
L’appartamento privato di Akbar, a due piani, si affaccia su una grande vasca rettangolare
(© Donata Brugioni)
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