Il titolo è volutamente provocatorio, ma se Lorenzo Lotto (Venezia 1480 – Loreto 1556), è stato “scoperto” con la mostra del 2011 alle Scuderie del Quirinale, da allora, quanti italiani alla parola Lotto pensano alla forza espressiva e all’esplosione cromatica di Lorenzo? in quanti al nominar Recanati (scusaci Giacomo, ma è per una nobile causa) chiudono gli occhi e vedono l’Annunciazione?

Un oblio iniziato con Giorgio Vasari: Lorenzo è immenso quanto sconosciuto al grande pubblico, uno di quei casi disperati e incomprensibili anche se qualcosa sembra muoversi. Una mostra di suoi ritratti si è conclusa il 30 settembre al museo del Prado di Madrid spostandosi alla National Gallery di Londra dallo scorso 5 novembre. Continuando con la provocazione, occorrerebbe una laureanda, o un ricercatore, capaci di mettere le mani su un documento scottante, qualcosa che dimostri come questo genio della pittura cinquecentesca, uomo di fede morto in povertà come oblato nella Santa Casa di Loreto, avesse vissuto una vita parallela da maledetto dannato. L’oscurantismo ideologico del terzo millennio propende alla spettacolarizzazione, all’arroganza, alla volgarità. Come per magia basterebbe poco per accendere la miccia all’interesse di massa esattamente come accaduto prima per Van Gogh e poi Caravaggio: il mondo scoprirebbe il bisogno di nutrirsi di Lotto e, dopo vent’anni, non se ne potrebbe più di tanto martellamento.

Realisticamente, quel documento, non potrà essere “rinvenuto” e allora forza, cercate in agenda qualche giorno per partite con destinazione Marche per un incontro ravvicinato con il pittore veneziano che dedicò cinquant’anni della propria esistenza a quelle terre che custodiscono venticinque delle sue opere visibili nell’itinerario: Ancona, Loreto, Recanati, Monte San Giusto, Mogliano, Cingoli, Jesi e Urbino.
A Macerata, invece, è in corso fino al 10 febbraio 2019 la mostra “Lorenzo Lotto. Il richiamo delle Marche” ’esposizione di ricerca e discussione critica, con importanti prestiti, curata, con la collaborazione di studiosi marchigiani, da Enrico Maria Dal Pozzolo (co-curatore sia della mostra spagnola che di quella inglese) di cui riferirà Anastasia nella seconda metà di dicembre.

I lavori lotteschi disseminati nei diversi centri, volutamente lasciati nei siti di appartenenza, danno forma a questa mostra diffusa da vivere insieme alle bellezze artistiche, naturali e gastronomiche di una regione ferita dall’ultimo sisma che ha colpito il Centro Italia, ma che sta puntando a valorizzare il suo immenso patrimonio. L’itinerario permette di fermarsi adeguatamente su ogni opera anche per coglierne particolari e simbolismi.

Realizzando opere di grande intensità, Lotto suggestionò profondamente le vicende artistiche locali e le Marche si collocano a pieno titolo tra i luoghi di immediato interesse per la vastità e la preminenza dei documenti che il pittore vi ha lasciato. Nel corso dei suoi viaggi e soggiorni, sperimentò il senso di un cambiamento radicale rispetto ai territori della Serenissima dove brillavano Giorgione e Tiziano. Lotto era vissuto con l’indiscutibile influenza del contesto sociale circostante e la cerchia di parenti e di amici orefici lo spinse ad avvicinarsi alle nuove idee riformate.

Basilare identificare e qualificare gli spazi fisici, politici e gli ambienti religiosi differenti dove l’intensità della sua fede era vissuta, quali fossero i suoi orientamenti specifici assunti in tempi diversi. La sua esperienza dei nuovi spazi marchigiani, quelli all’inizio del secolo XVI e nei decenni immediatamente successivi, costituiva la legazione della Marca pontificia lontana dalle corti dei ducati di Urbino e Camerino dove, dai documenti noti, sembra non vi mise mai piede. Se una personalità inquieta, autonoma e solitaria è alla base del suo continuo viaggiare, indubbiamente non fu di aiuto essere considerato un pittore eccentrico in un mondo dove le commesse non erano subordinate solo alle capacità.

Assenza di meritrocazia e fuga dei cervelli non è piaga solo attuale, ma per Lorenzo, essere ignorato da Vasari, probabilmente contribuì a peggiorarere il rapportarsi con gli altri, in particolare con quelli che non considerava alla sua altezza. Inoltre, nel periodo romano (chiamato da papa Giulio II nel 1509 dove collaborò con Raffaello alle Stanze Vaticane) la sua inquietudine malinconica, pur non essendo un manierista puro, lo portò a reagire all’idealismo classicheggiante dell’epoca.

Se si osservano attentamente alcune delle sue opere come negare che sia stato incompreso? Sembra incredibile come lo smisurato talento e lo studio non bastarono se, negli ultimi anni di vita, brattava i dipinti con cibo e vestiario. Prendiamo a esempio la Madonna del Rosario dove traspare una conoscenza diretta del territorio, delle tradizioni locali  evidenti dalla descrizione puntuale del modellino di Cingoli e per come ha rappresentato i quindici misteri del Rosario.

Un’altra grande tavola, il “San Cristoforo con Bambino tra i santi Rocco e Sebastiano” (1532-1533 circa) può essere ammirata nella basilica della Santa Casa, ove è stata ricollocata dopo un intervento conservativo a fine dello scorso luglio. Non essendoci notizie circa la committenza, la presenza dei tre santi evocati in occasione di epidemie (anche se il primo si è imposto anzitutto come protettore dei viaggiatori), lascia supporre come l’opera possa essere stata realizzata con un intento votivo, contestualmente allo scoppio di una qualche pestilenza. Un soggetto, questo dei santi taumaturgici, che, anche se non sempre in forma di triade, venne più volte ripreso da Lotto, tanto da produrne numerose repliche. Su l’opera, e sulla mancanza del committente, avremmo una certa idea e non è escluso ve ne parleremo in un articolo futuro.

Sempre a Loreto, nelle Sale del Museo Pontificio Santa Casa, in un nuovissimo allestimento, trovano adeguato spazio: la Caduta di Lucifero, il Sacrificio di Melchisedech, il Battesimo di Gesù, l’Adorazione del Bambino, Cristo e l’adultera (che figurano nella lista delle opere esposte dal pittore presso la Loggia dei Mercanti di Ancona, nel 1550 come annotato nel  Libro di spese diverse, il manoscritto autografo del Lotto custodito nell’Archivio Storico della Santa Casa), tutte queste opere furono offerte da Lotto alla Santa Casa con l’atto di oblazione. Invece L’Adorazione dei Magi e la Presentazione di Gesù al tempio sono i dipinti realizzati durante la sua permanenza a Loreto, il primo ritenuto opera di collaborazione, il secondo, lasciato interrotto dalla morte, autentico capolavoro, quasi il suo “testamento” artistico e spirituale.
Tutto questo per una piccola idea di cosa può offrire il percorcorso lottesco. 

Didascalie immagini opere Lorenzo Lotto

  1. Annunciazione di Recanati , 1534 circa, (particolare delle Vergine con il gatto), olio su tela cm. 166×114. Recanati, Museo civico Villa Colloredo Mels
  2. Itinerio lottesco Ancona, Loreto, Recanati, Nonte San Giusto, Mogliano, Cingoli, Jesi e Urbino
  3. Polittico di Recanati, 1506-1508, olio su tavola, cm. 307×242, Recanati, Museo civico Villa Colloredo Mels
  4. Deposizione nel sepolcro, 1512, olio su tavola, cm. 298×197, Jesi, Palazzo Pianetti, Pinacoteca Civica e Galleria di Arte Contemporanea
  5. Crocifissione, 1531 (forse completato fra il 1533-1534 circa perché le ultime due cifre della data non sono originali), olio su tela, cm. 425,5×248, Monte San Giusto, chiesa di Santa Maria della Pietà in Telusiano
  6. Santa Lucia davanti al giudice, 1532, tecnica mista su tavola cm 335×188, Jesi, Palazzo Pianetti, Pinacoteca Civica e Galleria di Arte Contemporanea
  7. Madonna del Rosario, 1539, olio su tela, cm. 384×264, Cingoli, chiesa di San Domenico
  8. San Cristoforo, San Rocco e San Sebastiano, 1532/1533, olio su tela, Loreto basilica della Santa Casa
  9. Cristo e l’adultera, 1548, olio su tela, Loreto, Museo Pontificio Santa Casa

In copertina un particolare di:
Madonna delle Rose, 1526, olio su tavola: centrale cm. 155×160, lunetta cm. 85×160, Jesi, Palazzo Pianetti, Pinacoteca Civica e Galleria di Arte Contemporanea