“Ora et labora” (Prega e lavora)
Motto dell’ordine di San Benedetto
Già in età romana, a Firenze l’Arno era attraversato da un ponte di legno, spazzato via da una delle numerose alluvioni che hanno più volte devastato la città in ogni epoca. Attorno al IX secolo, un nuovo ponte, anche questo di legno, collegava le due rive nella posizione in cui sarebbe poi sorto il Ponte Vecchio. Quest’ultimo assunse la forma attuale nel corso del Trecento, quando a valle della città e fino a Pisa l’unico ponte che attraversava l’Arno era quello di Signa, esistente già alla fine del primo millennio, e sostituito nel corso del XIII secolo da un ponte turrito in pietra ad arcate, che ancora oggi figura sullo stemma cittadino.

A Signa l’Arno cessava di essere navigabile per i “navicelli”, le imbarcazioni da carico che risalivano il fiume trasportando le merci arrivate via mare da tutto il Mediterraneo al porto pisano. E a Signa si trovava il porto di Firenze, dove il carico veniva sbarcato e inviato verso le varie destinazioni. Non lontano dal porto, sulla riva sinistra del fiume, era sorto alla fine del X secolo un insediamento monastico destinato ad assumere nel tempo un’importanza sempre maggiore, l’abbazia di San Salvatore a Settimo, il cui nome deriva dalla posizione in cui si trova, circa sette miglia a valle di Firenze.

L’abbazia, fondata poco prima del Mille dai conti Cadolingi, che vi chiamarono dalla Francia una comunità di benedettini cluniacensi, visse l’epoca di massimo splendore a partire dal Duecento, quando venne affidata dal pontefice Gregorio IX ai cistercensi provenienti da San Galgano di Siena. Grazie a loro, la Badia di Settimo ha svolto un ruolo da protagonista nella storia economica, politica, artistica, spirituale e culturale della Firenze medievale e rinascimentale. Non solo nel suo scriptorium, uno dei più importanti d’Europa, furono prodotti preziosi codici miniati, oggi conservati nelle più prestigiose collezioni del mondo, ma gli abati di Settimo stabilirono legami importanti sia religiosi sia economici con la Repubblica fiorentina, che per secoli affidò loro il proprio Sigillo e l’Amministrazione del Tesoro.

Fu proprio grazie al contributo del governo fiorentino che nel Trecento il monastero venne fortificato con una poderosa cinta muraria, a conferma dell’importanza strategica della sua posizione, situato com’era all’incrocio tra le vie di comunicazione per Pisa e per Roma e nei pressi del porto sull’Arno. La sapienza dei monaci benedettini nella gestione del territorio, che aveva dato prove magistrali nella pianura padana, si mostrò anche nella sistemazione idrogeologica della piana dell’Arno – un territorio soggetto a frequenti allagamenti e con ampie zone paludose – realizzata secondo un’impostazione lungimirante che arrivò fino agli interventi di forestazione di Monte Morello e alla creazione di un sistema di mulini e pescaie che costituiva per il monastero anche una notevole fonte di guadagni. La Badia di Settimo fa inoltre parte della rete di abbazie fondate dai Benedettini attorno a Firenze tra la fine del X e gli inizi dell’XI secolo, con al centro la Badia fiorentina: ne fanno parte la Badia Fiesolana a nord, la Badia di Settimo a ovest, l’abbazia di San Miniato a sud, e la Badia a Ripoli ad est.

Il complesso di Settimo è costituito da una serie di edifici destinati alle varie attività, disposti attorno alla chiesa e al chiostro secondo lo schema proprio dei monasteri benedettini: l’abbazia concepita come sintesi di una città ideale, fatta di dialogo con il contesto territoriale e con le sue risorse, composta di spazi adibiti alla vita monastica, funzionali al duplice scopo dell’ora et labora. La facciata della chiesa ha al centro il portale d’ingresso, al di sopra del quale si apre un grande oculo, mentre ai lati i due portali minori sono sormontati da finestre ad arco ribassato. Sul fianco sinistro si eleva il campanile, con monofore e bifore. Intorno al chiostro a pianta quadrata, circondato dal portico ad arcate a tutto sesto, gli edifici a servizio del complesso abbaziale sono disposti in modo da formare un insieme organico e articolato di corti interne, con orti e spazi verdi.

L’interno della chiesa è a tre navate divise da arcate su pilastri, con il profondo presbiterio coperto da una volta a botte che richiama modelli brunelleschiani, mentre l’aula ha una copertura a capriate, le cui travi conservano la decorazione trecentesca a motivi geometrici e tondi monocromi, nei quali sono rappresentate scene allegoriche il cui significato non è ancora stato interpretato. La cripta, costruita riutilizzando i materiali di un tempio pagano che qui sorgeva, è la parte più antica e risale probabilmente all’epoca longobarda. Numerose le opere d’arte custodite nella chiesa, dal Tabernacolo di Giuliano da Maiano all’Annunciazione affrescata da Domenico Ghirlandaio, che insieme alla sua bottega arricchì il complesso monastico con una serie di dipinti ancora oggi visibili in vari ambienti.

Per l’architettura del grande chiostro quattrocentesco si è ipotizzato l’intervento di collaboratori del Brunelleschi, che frequentò questi luoghi durante la costruzione della cupola per la cattedrale fiorentina, essendo qui attiva una delle fornaci dalle quali provenivano i relativi mattoni. L’ariosa semplicità delle arcate a tutto sesto, mortificata dalla successiva sovrapposizione di un pavimento che occulta le basi delle colonne, ricorda per le sue armoniose proporzioni il loggiato del fiorentino Ospedale degli Innocenti, che Brunelleschi realizzò in anni precedenti alla costruzione della cupola. Nel Refettorio dell’Abate, dove si ricevevano le personalità che si fermavano all’abbazia prima di entrare in città – in omaggio all’autorità religiosa, politica ed economica dell’Abate – sono state collocate alcune sculture, tra le quali spicca il busto-reliquiario di una delle compagne di Sant’Orsola, opera di provenienza nordica finemente lavorata (fine XIV – inizi XV secolo).

Si affaccia sul chiostro anche il Calefactorium dalle volte a crociera, nel quale domina un grande camino: nei monasteri medioevali questo era uno dei pochi ambienti riscaldati, dove i monaci dello Scriptorium potevano sostare per dare sollievo alle dita intorpidite dal freddo e far liquefare gli inchiostri, e dove potevano riscaldarsi coloro che in inverno lavoravano all’esterno e i malati. L’ambiente che suggerisce quale fosse la mole di merci di ogni genere che arrivavano qui e venivano smistate o custodite, è il vasto Dispensarium, il magazzino a tre navate, uno dei più grandi d’Europa. Anche qui il livello del pavimento è stato rialzato in epoca successiva, riducendo l’altezza dell’edificio, così che le colonne hanno perduto gran parte dello slancio originario.

Nel 1529 anche la Badia subì l’assedio di Firenze da parte dei Lanzichenecchi, al soldo dell’imperatore Carlo V, che la devastarono e saccheggiarono, ma riuscì comunque a risollevarsi, finché nel Seicento iniziò un periodo di decadenza che si concluse alla fine del secolo successivo, quando il Granduca Pietro Leopoldo decretò lo smembramento del complesso monumentale. La chiesa divenne una semplice parrocchia di campagna, e venne dedicata anche a San Lorenzo, oltre che a San Salvatore. Quasi due terzi del monastero e tutte le terre furono venduti a privati, con il conseguente allontanamento dei monaci e la dispersione dell’ingente patrimonio artistico accumulato nei secoli.

Da alcuni anni, grazie al mecenatismo di un imprenditore fiorentino che ha acquisito gli edifici di proprietà privata, con la riunificazione del complesso abbaziale e la costituzione della Fondazione Opera della Badia a Settimo è stato avviato un percorso di studio e restauro che ha portato a scoperte straordinarie. Dopo la rimozione del pavimento moderno, nella sala capitolare è emerso l’antico sepolcro degli abati, di cui si era perduta anche la memoria, unico esempio di questo tipo di sepoltura arrivato intatto fino ai nostri giorni. Vi si trovavano oltre venti scheletri sovrapposti, appartenenti a un arco di tempo di alcuni secoli, sui quali sono attualmente in corso approfonditi studi.

Un accurato lavoro di restauro ha interessato il Chiostro dei Melaranci, il giardino riservato dell’Abate, che è tornato al suo antico splendore con il ripristino della vegetazione originaria, mettendo a dimora gli agrumi dai quali il chiostro trae nome. Si tratta del primo passo nella realizzazione di un progetto a lungo termine e di grande impegno, che si propone l’obiettivo di far rinascere la grande Abbazia, offrendo un luogo in cui potranno tornare i valori del monachesimo e l’attività dei monaci, per «ritrovare un senso comunitario e una spiritualità in risposta a una società sempre più individualistica», come ha dichiarato il Priore, Don Carlo Maurizi.