Il primo giorno dell’agosto 1817, il padovano Giovanni Battista Belzoni (Padova 1778 – Gwato, Nigeria 1823) entrava per primo nel tempio di Ramses II ad Abu Simbel, allora Ibsambul. Il tempio, accanto al quale sorgeva quello della sposa del faraone, la regina Nefertari, era stato quasi completamente sepolto dalla sabbia nel corso dei secoli; l’impresa di riuscire a rimuovere tonnellate di un materiale mobile e sfuggente, sul punto di franare ogni momento, lavorando a temperature che superavano i cinquanta gradi e con una manodopera riluttante, era apparsa irrealizzabile.

I templi di Abu Simbel erano stati scoperti quattro anni prima dal grande orientalista e viaggiatore svizzero Johann Ludwig Burckhardt, ma fino a quel momento nessuno era riuscito ad aprirsi un varco per entrare nel tempio di Ramses II, mentre quello di Nefertari era accessibile. Nelle memorie di Belzoni, accanto allo stupore per la straordinaria bellezza delle decorazioni, e per il loro stato di conservazione – “Le pitture ritengono il colore alla perfezione” annotò, colpito dalle “figure colossali le cui teste non sono fortunatamente guaste per nulla” –  traspare la delusione per l’assenza di quei tesori che immaginava fossero custoditi all’interno; dopo appena due giorni intraprese la via del ritorno, portando con sé alcune statue, che oggi si trovano al British Museum di Londra.

Belzoni aveva la cittadinanza britannica, ed era stato ingaggiato dal Console Generale Britannico Henry Salt; questo spiega perché gran parte delle sue scoperte siano andate ad arricchire le sale del British Museum di Londra. Giovanni Battista, arrivato in Inghilterra dopo aver vissuto a Parigi e poi in Olanda, a Londra aveva intrapreso una carriera nel mondo dello spettacolo, esibendosi in numeri di varietà che sfruttavano la sua prestanza fisica: era alto oltre due metri e riusciva a tenere sulle spalle una piramide umana di nove elementi. In Egitto lo avevano portato nel 1815 i suoi studi d’idraulica, grazie ai quali aveva messo a punto un innovativo sistema per l’irrigazione; sistema che non venne mai utilizzato per il malcontento delle autorità locali, timorose che le macchine potessero soppiantare il lavoro umano e creare disoccupazione. L’anno seguente Belzoni decise di intraprendere un viaggio lungo il Nilo, durante il quale rimase letteralmente abbagliato dalle meraviglie che sfilavano davanti ai suoi occhi, scoprendo un mondo all’epoca quasi completamente sconosciuto agli europei.

Un paio di mesi dopo l’ingresso nel tempio di Ramses II, nella Valle dei Re presso Tebe, Belzoni individua e scava la monumentale tomba del faraone Seti I, padre di Ramses II, che da quel momento in poi prenderà il suo nome. Si tratta di una sepoltura sotterranea “grande e magnifica”, lunga quasi centocinquanta metri e articolata in undici stanze, tutta decorata con passi dei grandi testi religiosi egizi. I primi disegni deil’interno della tomba vennero eseguiti da Alessandro Ricci, che aveva partecipato ai lavori di svuotamento, e al quale si debbono anche le prime immagini di Abu Simbel giunte in Europa. Nella camera principale era collocato uno splendido sarcofago in alabastro, vuoto, “lungo nove piedi e cinque pollici, e largo tre piedi e sette pollici. Non credo che al mondo ne esista uno di simile… non è possibile descrivere in maniera adeguata questo magnifico pezzo…” scriverà Belzoni. Il sarcofago si trova adesso a Londra presso il Sir John Soane’s Museum.

Tenace e geniale, Belzoni riuscì a compiere imprese memorabili, come il trasporto dell’obelisco di File – alto sette metri – e di un busto colossale di Ramses II – che anni prima la spedizione napoleonica aveva tentato invano di rimuovere – fino al porto di Alessandria e poi a Londra, dove figurano nelle sale del British Museum; una delle sue straordinarie intuizioni riguardò la piramide di Chefren, attorno alla quale era sorta una diatriba fra archeologi inglesi e francesi. Secondo gli inglesi si trattava di un unico enorme blocco di pietra, mentre i francesi, convinti che all’interno ci fosse una camera sepolcrale ricca di tesori, intendevano farsi strada nella mole di pietra usando gli esplosivi. Con un attento studio, Belzoni riuscì a intuire da quale lato si dovesse scavare per riuscire a penetrare nell’interno della piramide: il 2 marzo 1818, dopo trenta giorni di lavoro, ebbe infatti “la gioia di trovarsi nel corridoio che conduce alla camera centrale di una delle due grandi piramidi d’Egitto”

Quando tornò in Europa, Belzoni fu accolto con grandi onori a Padova, sua città natale, che gli ha dedicato una mostra in corso presso il Centro Culturale Altinate San Gaetano. Aperta fino al 28 giugno 2020, la rassegna L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi segue il filo conduttore della vita e dei viaggi di questo personaggio eclettico e geniale. Belzoni dette uno straordinario contributo alla scoperta e alla conoscenza di una civiltà all’epoca quasi del tutto ignota, organizzando nel 1821 a Londra la prima mostra dedicata all’antico Egitto. Poco dopo, il francese Jean-François Champollion riusciva a decifrare la scrittura geroglifica, rendendo possibile un approccio scientifico e, di fatto, fondando l’Egittologia.

La scoperta più importante e spettacolare di Belzoni rimane quella del grandioso tempio rupestre che Ramses II dedicò a se stesso, divinizzato, e al dio Amon Ra ad Abu Simbel; il tempio fu costruito all’altezza della seconda cateratta del Nilo, che segnava il limite meridionale del regno. Grazie al contributo di Champollion, che definì il tempio “una montagna trasformata in palazzo” fu possibile conoscere la storia di Ramses e del suo lungo regno – durato oltre settanta anni nel corso del XIII secolo a.C. – narrata sulle pareti degli ambienti in cui si articola questo straordinario monumento.

Sulla facciata spiccano le quattro statue del faraone, alte venti metri, mentre i pannelli che fiancheggiano l’ingresso sono decorati da due rilievi con i prigionieri delle terre conquistate da Ramses II: a sinistra i popoli africani e a destra quelli orientali, individuati dalle diverse fisionomie e acconciature. Nella sala principale, otto pilastri alti oltre dieci metri raffigurano il faraone con le sembianze di Osiris, mentre sul soffitto sono dipinte le ali distese della dea Mut, a invocarne la protezione sul tempio.

I rilievi sulla parete destra della sala celebrano la grande vittoria del faraone sugli Ittiti nella battaglia di Qadesh. Segue una sala più piccola, nella quale il faraone è rappresentato insieme alla regina Nefertari in atto di offrire doni alla barca di Amon. Infine, la piccola cella del Santuario contiene quattro statue delle più importanti divinità egizie, compreso Ramses stesso, divinizzato.

Il tempio più piccolo è dedicato alla dea della fertilità Hathor e alla regina Nefertari: sulla facciata, larga ventotto metri e alta dodici, sei statue raffigurano Ramses e Nefertari, affiancati rispettivamente dai figli e dalle figlie. I pilastri della sala interna sono decorati con teste di Hathor e coperti da iscrizioni che narrano la vita del faraone e della regina, rappresentati anche in atto di porgere offerte alla dea.

Ancora a Padova, in contemporanea con la mostra dedicata a Belzoni, nelle sale di Palazzo Zuckermann la rassegna Abu Simbel. Il viaggio del Faraone celebra fino al 12 gennaio 2020 l’impresa titanica del salvataggio dei templi che con la costruzione della grande diga di Assuan erano destinati a essere sommersi dalle acque. Lo smontaggio e rimontaggio dei due templi di Abu Simbel, spostati circa sessanta metri più in alto dell’originaria collocazione, fu completato nel 1979: a cinquant’anni dall’eccezionale impresa ingegneristico-archeologica la mostra ne ricorda i protagonisti e documenta le spettacolari fasi dei lavori e le tecnologie messe in atto per un’opera titanica nella quale furono impegnati oltre duemila uomini.

Didascalie immagini

  1. Ritratto di Giovanni Battista Belzoni 
    (foto © Donata Brugioni)
  2. I templi di Abu Simbel  (XIII secolo a.C.) all’epoca della loro scoperta in un’incisione tratta dai disegni e rilievi che Alessandro Ricci eseguì durante le spedizioni di Belzoni in Egitto e Nubia 
    (foto © Donata Brugioni)
  3. Alessandro Ricci (circa 1795-1834), disegnatore, Charles J. Hullmandel (1789-1850), litografo 
    Tavola XVIII, Londra, editore John Murray – Padova, Biblioteca Civica, BP 3757.XVIII La tavola, posta a corredo del diario di viaggio scritto da Belzoni – il Narrative, pubblicato a Londra nel 1820 – raffigura il sovrano Sethi I di fronte alla dea Hathor. Egli ha un braccio levato in segno di adorazione e preghiera ed è tenuto per mano dalla dea, riconoscibile per il tipico copricapo con le corna bovine che incorniciano il disco solare.
  4. Agostino Aglio (1777-1857), disegnatore, N. Chater, incisore 
    Tavola II, Londra, editore John Murray – Padova, Biblioteca Civica, BP 3757.II La tavola, posta a corredo del diario di viaggio scritto da Belzoni – il Narrative, pubblicato a Londra nel 1820 – illustra la prima “impresa impossibile” da lui realizzata una volta intrapreso il primo viaggio lungo il Nilo: il trasporto del busto colossale del Giovane Memnone, in realtà Ramses II, dal Ramesseum alla sponda del Nilo. Oggi il busto, del peso di circa sette tonnellate, si trova al British Museum di Londra.
  5. I templi di Abu Simbel oggi visti dal lago Nasser; il lago è stato creato dalle acque del Nilo in seguito alla costruzione della diga di Assuan fra gli anni sessanta e settanta del secolo scorso
    (foto © Donata Brugioni)
  6. La facciata del tempio di Ramses II ad Abu Simbel, alta 33 metri e larga 38 è ornata da quattro statue del faraone alte 20 metri. Nella grande sala, otto pilastri alti oltre dieci metri raffigurano il faraone con le sembianze di Osiris, mentre sul soffitto dipinto le ali distese della dea Mut ne invocano la protezione sul tempio
    (foto © Donata Brugioni)
  7. Sui pannelli che fiancheggiano l’entrata sono raffigurati i prigionieri provenienti dalla terre conquistate dal faraone in Africa e in Asia 
    (foto © Donata Brugioni)
  8. Tra i rilievi della sala più piccola, figura la scena in cui il faraone è rappresentato insieme alla regina Nefertari in atto di offrire doni alla barca di Amon. La piccola cella del Santuario contiene quattro statue sedute di divinità, Ptah (dio dell’arte e dell’artigianato), Amon-Ra (dio del sole e padre degli dei), Ramses II divinizzato e Ra-Harakhti (il falco con il disco solare). Due volte l’anno, in febbraio e ottobre, il primo raggio del sole illumina il volto della statua del faraone, e in parte anche gli altri dei, tranne Ptah che, considerato dio delle tenebre, non viene mai illuminato.
    (foto © Donata Brugioni)
  9. Il tempio minore, dedicato alla dea Hathor e alla regina Nefertari, è l’unico tempio egizio in cui la regina è rappresentata con la stessa importanza del faraone; i pilastri della sala interna sono decorati con teste di Hathor; nella cella del Santuario la dea è rappresentata in forma di vacca.
    (foto © Donata Brugioni)
  10. Allestimento della sala dedicata alla scoperta di Abu Simbel nella mostra L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi, presso il Centro Culturale Altinate San Gaetano di Padova

in prima pagina: 
Allestimento della sala dedicata alla scoperta di Abu Simbel nella mostra L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi, presso il Centro Culturale Altinate San Gaetano di Padova
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