“Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia“.
(Matteo, 2, 9)
Solo il Vangelo di Matteo fa menzione della visita dei Magi, giunti da Oriente per onorare il Bambino Gesù con i doni di oro, incenso e mirra. Secondo un’antica tradizione, i Magi sarebbero più tardi tornati a Gerusalemme, dove morirono martiri, e i loro corpi vennero in seguito portati a Costantinopoli dalla madre di Costantino, Sant’Elena. Il lungo peregrinare dei Magi era solo agli inizi, perché nel 343 l’imperatore Costante donò le loro spoglie a Eustorgio, chiamato alla sede vescovile di Milano, dove portò con sé il pesante sarcofago marmoreo in cui erano racchiusi i resti dei Magi.

Prima di giungere in città, i buoi che trainavano il carro si fermarono fuori Porta Ticinese, rifiutandosi di proseguire; Eustorgio, considerandolo un segno del volere divino, decise di fondare in quel luogo una basilica – che avrebbe poi preso il suo nome – per ospitare i corpi dei Magi. Verso la fine del IV secolo il vescovo di Milano, Ambrogio, decise di far asportare tre falangi dai resti dei Magi per donarle alla sorella Marcellina, che si era ritirata in eremitaggio presso Brugherio: l’intento era quello di fare del cenobio, sperduto in mezzo a una landa solitaria, un luogo di devozione. A Brugherio, il culto delle reliquie dei Magi, custodite nella chiesa di San Bartolomeo, è ancora oggi vivo e partecipato.

La basilica di Sant’Eustorgio era divenuta una meta di pellegrinaggi sempre più importante quando, nel 1162, Milano dovette arrendersi all’assedio di Federico Barbarossa; fra gli altri bottini di guerra, l’imperatore si impadronì anche delle spoglie dei Magi, facendole trasportare a Colonia. Qui, per accogliere le preziosissime reliquie venne creato un capolavoro di oreficeria: il Dreikönigenschrein pesa più di trecento chili, e con le sue dimensioni (è alto un metro e mezzo e lungo oltre due metri) è il più grande reliquiario d’Europa. Alla fine del XII secolo, al suo interno vennero collocate tre corone d’oro, raffigurate ancora oggi sullo stemma della città.

A Colonia, nel 1248 veniva posata la prima pietra per la costruzione di una grandiosa cattedrale nell’intento di farne una meta di pellegrinaggi da tutta Europa, mentre a Milano, dove era rimasto il sarcofago marmoreo nel quale i corpi dei Magi erano giunti da Costantinopoli, la basilica di Sant’Eustorgio continuava comunque ad attirare fedeli: ancora nel Trecento, nel giorno dell’Epifania si svolgeva il Corteo dei Magi, che partiva dal duomo diretto a Sant’Eustorgio; una tradizione ripresa negli anni Sessanta del Novecento e che continua tuttora.

Nell’arco dei secoli, numerosissimi e infruttuosi furono i tentativi di far riportare a Milano le reliquie: regnanti, papi e cardinali non riuscirono nell’intento fino al 1906, quando la Curia di Milano ottenne che venissero restituiti alcuni frammenti dei resti custoditi a Colonia, che furono collocati in un reliquiario nella Cappella dei Magi in Sant’Eustorgio, dove si trova anche l’antico sarcofago di marmo con il quale le loro spoglie erano giunte da Costantinopoli; sul coperchio è incisa una stella a otto punte, la stessa che figura sulla cima del campanile della basilica al posto della croce.

Resta indimenticabile la mirabolante narrazione che Umberto Eco fa nel suo Baudolino (capitolo 10 “Baudolino trova i Re Magi e canonizza Carlo Magno“) dell’arrivo del Barbarossa a Milano e conseguente trafugamento delle spoglie dei Magi. Uno straordinario racconto fantastico, dal quale il Medioevo – la stagione d’oro delle reliquie – emerge come un’epoca affascinante, cinica, piena di magia e con un senso del meraviglioso capace di produrre leggende e narrazioni in bilico tra l’assurdo e il verosimile, dal momento che “una reliquia vale se trova il suo giusto posto in una storia vera“, così come “è la fede che le fa vere, non esse che fanno vera la fede“.

Baudolino, creatura letteraria nata nel XX secolo, ci appare degno discendente di quel Frate Cipolla – artefice di reliquie dotato di capacità oratorie pari almeno alla faccia tosta e all’inventiva – che nell’omonima novella del Decamerone intendeva mostrare ai fedeli, riuniti per l’occasione “una delle penne dell’agnol Gabriello, la quale nella camera della Vergine Maria rimase quando egli la venne a annunziare in Nazarette“.