“…il vento di terra quando si avvicina a Cuba nell’oscurità: l’odore dei fiori di cactus, di mimosa e delle viti marine …” (Ernest Hemingway, Per chi suona la campana)

Quando Hemingway scriveva queste parole si trovava a Cuba, nella sua residenza situata a una decina di chilometri dall’Avana; il romanzo Per chi suona la campana, pubblicato nel 1940, nasce dall’esperienza dello scrittore come corrispondente di un gruppo di quotidiani statunitensi a fianco dell’esercito repubblicano durante la guerra civile spagnola, che era da poco terminata in un bagno di sangue. A Cuba Hemingway aveva sostato brevemente per la prima volta nel 1928, ma è dal 1932 che i suoi soggiorni sull’isola si fecero sempre più lunghi, tanto che per sette anni l’Hotel Ambos Mundos, nel centro antico dell’Avana tenne una camera a sua disposizione.

La stanza è stata conservata così come lo scrittore l’aveva lasciata, piena di libri e con la macchina da scrivere portatile sul tavolo di quello che considerava “un buon posto per scrivere”. Nella camera dell’Ambos Mundos, immerso nell’animata vita cittadina del vecchio centro e a pochi passi dai bar più famosi di cui era assiduo cliente nelle sue giornate e serate ad alta gradazione alcolica, Hemingway iniziò la stesura del romanzo autobiografico Verdi colline d’Africa e  completò Avere e non avere, il cui incipit evoca uno sguardo fugace dalla  finestra della sua stanza: “Sapete com’è la mattina presto all’Avana, coi vagabondi ancora addormentati lungo i muri, prima che i furgoni del ghiaccio comincino il loro giro dei bar?”.

I suoi locali preferiti, il Floridita e La Bodeguita del Medio conservano testimonianze delle epiche bevute dello scrittore: accanto al bancone del Floridita, dove figuravano già da tempo un busto in bronzo di Hemingway e una sua foto insieme a Fidel Castro, si è aggiunta nel 2003 una statua in bronzo a grandezza naturale che lo raffigura in posa disinvolta, appoggiato al bancone. Del resto, proprio grazie all’affermazione di Hemingway “My mojito in La Bodeguita, my daiquiri in El Floridita”, i due locali hanno conosciuto un successo strepitoso che dura ancora oggi.

La passione per la pesca d’altura fu la molla che spinse Hemingway a soggiornare sull’isola e trasferirvi la sua barca attrezzata allo scopo, la Pilar (nome che aveva dato alla moglie Pauline e che poi attribuirà alla protagonista di Per chi suona la campana). Nel 1939 Hemingway acquistò una villa nel modesto villaggio di San Francisco de Paula non lontano dall’Avana, la Finca Vigía (traducibile come Villa la Vedetta). Lontano dalle luci dell’Avana, con le sue strade polverose, attraversate da bambini e animali da cortile, percorse dai carrettini dei venditori ambulanti e dalle mastodontiche decappottabili americane degli anni Cinquanta – che a Cuba circolano tuttora in quantità – San Francisco de Paula non è oggi dissimile da quello che doveva apparire quando Hemingway si trasferì alla Finca Vigía.

Costruita da un architetto spagnolo alla fine dell’Ottocento, la casa divenne un punto di riferimento per lo scrittore, che trascorse qui lunghi periodi per oltre venti anni. Alla Vigía videro la luce alcuni fra i romanzi e racconti più famosi di Hemingway, tra cui Il vecchio e il mare, incentrato sulla figura solitaria di un vecchio pescatore cubano e sulla sua battaglia con un gigantesco marlin: riuscirà a catturarlo, ma quando dopo infinite peripezie tornerà a terra, il pesce sarà ormai stato completamente divorato dagli squali. La pubblicazione de Il vecchio e il mare contribuì in maniera decisiva al conferimento nel 1954 del Nobel per la Letteratura allo scrittore, con lo stile asciutto ed essenziale della narrazione intervallato da momenti lirici che danno voce alle solitarie riflessioni del vecchio pescatore, circondato dall’insondabile orizzonte dell’oceano: “Ora, nel buio, e senza luci in vista e senza chiarori, e soltanto col vento e la spinta regolare della vela, gli parve di essere già morto, forse. Congiunse le mani e si tastò le palme. Non erano morte e gli bastava aprirle e chiuderle per risuscitare il dolore della vita”.

Nelle ampie stanze della Finca, imbiancate a calce e con i pavimenti di piastrelle in maiolica tipici delle dimore caraibiche, le pareti sono tappezzate di libri e cimeli; numerosi i trofei di quella caccia grossa che Hemingway praticava in Africa e che descrisse in racconti e romanzi. Accanto all’edificio, che si sviluppa orizzontalmente su un unico piano, immerso nella rigogliosa vegetazione tropicale del giardino, alla fine degli anni Quaranta la terza moglie di Hemingway, Martha, fece costruire una torretta-osservatorio, che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto divenire lo studio dello scrittore; invece Hemingway preferì destinare la torretta ai numerosi gatti dei quali amava circondarsi.

Nell’ambiente luminoso della torretta, sopra la libreria figura un ritratto di Hemingway in tenuta da safari che imbraccia un fucile e ha accanto un leopardo ucciso; per lo scrittore il leopardo – il più solitario e schivo dei grandi felini – rappresentava un animale-simbolo dal valore totemico. Con l’immagine di un leopardo si apre Le nevi del Chilimangiaro, riflessione in forma di racconto sui temi del coraggio e della morte: “Il Chilimangiaro è un monte coperto di neve alto 5890 metri e si dice che sia la più alta montagna africana. La vetta occidentale è detta “Masai Ngài”, Casa di Dio. Presso la vetta c’è la carcassa stecchita e congelata di un leopardo. Nessuno ha saputo spiegare che cosa cercasse il leopardo a quell’altitudine”.

In ogni stanza immagini, oggetti e trofei di caccia testimoniano le passioni di una vita nella quale le armi hanno costituito una presenza costante: strumenti dello scontro fra l’uomo e l’animale selvaggio, tra ragione e forze primigenie della natura, simboli di quel “mettersi in gioco” che come l’abuso di alcool assume il valore di un tentativo per esorcizzare l’insanabile “male di vivere” che segnò tutta l’esistenza dello scrittore.

I primi anni Trenta, quando iniziarono i soggiorni di Hemingway all’Ambos Mundos, videro la scalata al potere di Fulgencio Batista, il dittatore che avrebbe dominato Cuba per venticinque anni, facendo dell’Avana una delle capitali mondiali del divertimento: vi proliferavano locali notturni dagli spettacoli fantasmagorici – celebri e insuperati quelli del Tropicana – casinò e ogni tipo d’intrattenimento. Hemingway, che si considerava cubano d’adozione e ne era fiero (“sono il primo bastardo cubano ad aver vinto il premio Nobel” dichiarò con il suo stile rude ed efficace), rimase estraneo a quel mondo preferendo frequentare i pescatori del villaggio di Cojimar: qui, un monumento posto di fronte all’oceano nei pressi della fortezza spagnola, commemora l’assidua presenza dello scrittore nel piccolo porto dal quale partiva per le spedizioni di pesca a bordo della Pilar.

Quando Batista, sconfitto definitivamente dall’esercito popolare, fuggì da Cuba nella notte di Capodanno del 1959 portandosi via le riserve monetarie nazionali, Hemingway si schierò a favore del nuovo governo rivoluzionario di Fidel Castro. Nel maggio del 1960 la gara internazionale di pesca d’altura che era stata istituita da Hemingway dieci anni prima fu vinta da Fidel Castro, e la foto in cui lo scrittore gli consegna il trofeo è divenuta un’icona presente in molti luoghi dell’Avana, documentando quello che fu il loro unico incontro. La Pilar è ora esposta nel vasto giardino della Finca Vigía, a memoria delle avventure marine di Hemingway nel mare caraibico, sul cui sfondo si muovono i protagonisti di Isole nella corrente, opera rimasta incompiuta e pubblicata postuma.

Nel luglio del 1960 Hemingway lasciava definitivamente l’amata isola, il deteriorarsi delle sue condizioni fisiche e psichiche imponeva il rientro negli Stati Uniti, dove fu curato per una grave depressione dalla quale non si sarebbe più ripreso; un anno dopo, Il 2 luglio 1961 poneva fine alla propria esistenza con uno di quei fucili che lo avevano accompagnato durante le battute di caccia nelle savane d’Africa. Aveva scritto: “L’uomo non è fatto per la sconfitta. Un uomo può essere distrutto ma non sconfitto”. La Finca, con tutto ciò che vi era contenuto passava allo stato cubano, tranne i manoscritti e i documenti personali di Hemingway rimasti a disposizione della famiglia. Dopo un lungo periodo di abbandono, la casa è stata restaurata con cura ed è oggi il più importante museo esistente dedicato a Ernest Hemingway.

Didascalie immagini

  1. Presso l’hotel Ambos Mundos dell’Avana Hemingway occupò per sette anni una camera, che oggi è un piccolo museo con i libri e gli oggetti lasciati dallo scrittore (fonte)
  2. Al bancone del Floridita è stata collocata nel 2003 una statua di Hemingway in bronzo a grandezza naturale, accanto ad altri ricordi della sua assidua presenza nel locale
    (© Donata Brugioni)
  3. Davanti alla Finca Vigía scorre la vita del villaggio di San Francisco de Paula  
    (© Donata Brugioni)
  4. L’ingresso della Finca Vigía
    (© Donata Brugioni)
  5. Il salotto, nello stile della dimora caraibica di epoca coloniale
    (© Donata Brugioni)
  6. Interno dello studio nella torretta, aggiunta alla casa negli anni Quaranta
    (© Donata Brugioni)
  7. Ritratto di Hemingway in tenuta da safari
    (© Donata Brugioni)
  8. Sui tavoli da lavoro figurano numerosi ricordi dei safari africani di Hemingway
    (© Donata Brugioni)
  9. La Pilar, la barca da pesca di Hemingway, è stata restaurata ed è esposta nel giardino della Finca
    (© Donata Brugioni)
  10. Hemingway nel 1934 posa orgoglioso dopo la cattura di un grande marlin (fonte)

IN COPERTINA
La Finca Vigía, residenza cubana di Ernest Hemingway
(© Donata Brugioni)