Come un addio di lontani, / tra le sartie nella notte ulula il vento. / Mandano un lungo lamento / le mute dei cani. / Palpita in alto un’aurora / verde che sfuma e si dora: / sale e fiammeggia; discende, / si rifugia nel mistero.
(Giovanni Pascoli, “Al duca degli Abruzzi e ai suoi compagni”, 1906)
Le isole Svalbard, le terre emerse più a nord del pianeta, hanno rappresentato, insieme con la Groenlandia, uno dei punti di partenza per le spedizioni che si sono susseguite dagli inizi del Novecento nel tentativo di raggiungere il Polo Nord. Mentre la Groenlandia, situata molto più a sud, era abitata da tempo immemorabile dagli inuit, e venne colonizzata nell’XI secolo da vichinghi provenienti dall’Islanda, le isole Svalbard rimasero deserte finché, alla fine del XVI secolo, l’esploratore olandese Barentsz le scoprì mentre era alla ricerca di una rotta verso oriente attraverso il Polo Nord, il mitico “Passaggio a Nord-Est”. Barentsz dette alle isole del remoto arcipelago il nome di Spitzbergen, “montagne appuntite”: oggi questa denominazione indica solo l’isola maggiore, mentre Svalbard, in norvegese “costa fredda”, designa l’arcipelago nel suo complesso.

Nel giro di pochi anni dall’arrivo di Barentzs le isole attirarono turbe di cacciatori di trichechi e balene da tutta l’Europa settentrionale, scatenando una lotta tra equipaggi per tenere lontane le altre flotte; cacciatori di pellicce di volpi artiche e di orso iniziarono ad affluire nell’arcipelago durante i mesi più freddi, quando il bianco mantello invernale della volpe artica raggiunge il suo massimo splendore. Nell’Ottocento si aggiunse lo sfruttamento dei giacimenti di carbone e numerose miniere vennero aperte in varie zone sull’isola di Spitzbergen. Una situazione totalmente fuori controllo: dalla loro scoperta, infatti, le Svalbard rimasero per secoli una “terra di nessuno”, dal momento che non appartennero ad alcuno stato fino a dopo la Prima Guerra Mondiale, quando vennero assegnate alla Norvegia.

Le prime spedizioni che cercavano di raggiungere il polo dalle Svalbard furono organizzate tra gli ultimi anni dell’Ottocento e gli inizi del XX secolo, con una differenza fondamentale rispetto a quelle che già da qualche anno si organizzavano in Groenlandia dove il percorso veniva effettuato a piedi con il supporto delle slitte trainate da cani, utilizzate per viveri e materiali vari; le spedizioni che avevano come base le Svalbard prevedevano invece di raggiungere il polo anche con altri mezzi: navigando tra i ghiacci, o sorvolandoli.

All’epopea vissuta da personaggi passati alla storia, oppure oscurati dall’insuccesso e praticamente dimenticati, è dedicato il “North Pole Expedition Museum” a Longyearbyen, capoluogo delle Svalbard. Si tratta di uno dei pochi musei indipendenti della Norvegia, gestito da un italiano, Stefano Poli, che ha dedicato la vita a questa impresa. Vi sono narrate le storie delle spedizioni artiche, principalmente effettuate con dirigibili ma anche con sci, slitte trainate dai cani e barche. Documenti originali, abbigliamento, giornali, immagini, film, lettere sono disposti negli ambienti del museo, che occupano due piani. Vi figurano anche parti originali di navi e aerei e manufatti correlati.

Nel percorso espositivo sono rappresentate le nazioni che hanno preso parte alle grandi spedizioni polari: Norvegia, Russia, Italia, America, Svezia, Olanda, Francia, Repubblica Ceca e Finlandia. Numerose polemiche e una generale mancanza di informazioni attendibili hanno spesso caratterizzato la narrazione di queste epiche avventure. Il museo cerca di ripercorrerne nel modo più imparziale e chiaro possibile la storia, dalla preparazione alla conclusione e agli eventi successivi, evidenziando la varietà e complessa diversità delle storie personali di coloro che hanno promosso le spedizioni polari e che vi hanno partecipato.

L’ultimo decennio dell’Ottocento vede scatenarsi una serrata competizione a livello internazionale. Alla spedizione dell’esploratore norvegese Nansen con la nave Fram, che si lascia andare alla deriva per diciotto mesi, convinto di poter arrivare al polo facendosi trasportare dalle correnti (ma poi abbandonò la nave e rientrò sulla terraferma con le slitte trainate dai cani che aveva a bordo), segue il tentativo dello svedese Andrée, con il suo pallone aerostatico Ørnen (aquila, in svedese). Andrée sosteneva che si sarebbe potuto raggiungere il Polo Nord solo in volo, abbreviando in questo modo il tempo necessario a percorrere grandi distanze e superare agevolmente gli ostacoli. Infine, nel 1899 il Duca degli Abruzzi tenta l’impresa con la nave “Stella Polare”, giungendo più a nord di ogni altra spedizione precedente, ma senza arrivare al polo.

Negli ambienti del museo sfilano le immagini dei personaggi che parteciparono a queste imprese, documentate da foto e ritagli di giornali dell’epoca. Ampio spazio è dedicato alle due spedizioni compiute fra il 1926 e il 1928: la prima, organizzata e guidata dal norvegese Amudsen, che con il dirigibile “Norge”, costruito e pilotato dall’italiano Umberto Nobile, raggiunse finalmente il Polo Nord dopo due tentativi falliti a bordo di idrovolanti. Il campo base fu stabilito nel Kongsfjord, sull’isola di Spitzbergen.

Qui, ancora oggi, nei pressi dell’insediamento di Ny-Ålesund, è visibile il pilone di ancoraggio del dirigibile, e un busto di Amudsen è stato collocato lungo l’unica via del villaggio. Da Ny-Ålesund partì nel 1928 la spedizione guidata da Umberto Nobile: l’obiettivo di sorvolare nuovamente il polo con il dirigibile “Italia” fu raggiunto, ma il dirigibile precipitò sulla via del ritorno causando la morte di metà equipaggio. Nobile si salvò, ma Amudsen, che era partito con un idrovolante dalla Norvegia alla ricerca dei superstiti, scomparve dopo il decollo. Nel Museo delle Esplorazioni Polari una ricca documentazione accompagna la narrazione delle operazioni di soccorso dopo lo schianto sul ghiaccio marino, che rappresentano la più grande opera di salvataggio compiuta nell’Artico fino ad oggi.

Ny-Ålesund, l’insediamento permanente più settentrionale del pianeta, era all’epoca un centro minerario, abitato soltanto dai minatori e dalle loro famiglie finché dopo una serie di incidenti mortali, la miniera venne definitivamente chiusa nel 1962. Ne restano alcune testimonianze nel piccolo museo, che documenta la storia del luogo dalla sua scoperta nel XVII secolo ad oggi, mentre a ricordo dell’attività mineraria, è esposto all’esterno il trenino che trasportava il carbone dal luogo di estrazione al porto.

In memoria della dura e pericolosa vita dei minatori in un ambiente così ostile, sulla via principale di Longyearbyen – dove l’estrazione del carbone, che si svolgeva a due passi dal centro dell’abitato, è stata chiusa solo nell’estate 2025 – è stato eretto un monumento in bronzo che raffigura il minatore diretto al lavoro con gli attrezzi da scavo e la carriola. Ai suoi piedi, un mazzo di fiori sempre freschi appare come una visione surreale, in un ambiente naturale in cui cresce solo qualche filo d’erba, ed esclusivamente nelle zone più riparate e meglio esposte.

Oggi Ny-Ålesund è una moderna base internazionale per la ricerca e il monitoraggio dell’Artico. Negli anni Sessanta l’Osservatorio aurorale di Tromsø e l’Organizzazione europea per la ricerca spaziale hanno stabilito qui sedi distaccate; negli stessi anni il Norwegian Polar Institute realizzava qui la Stazione di ricerca Sverdrup. Una delle attività principali dell’istituto è effettuare il monitoraggio atmosferico a lungo termine presso l’Osservatorio Zeppelin, che si trova sull’omonimo monte alle spalle dell’abitato: si tratta di un osservatorio scientifico di estrema importanza per geologi e meteorologi, dal quale provengono dati significativi sulle variazioni climatiche e sull’inquinamento del pianeta.

A Ny-Ålesund hanno sede complessivamente diciotto istituzioni di undici paesi, alcune delle quali continuano le loro attività tutto l’anno, affrontando i rigori della notte polare: qui il sole tramonta a metà ottobre e non tornerà a sorgere fino alla fine di febbraio dell’anno seguente. ”Dirigibile Italia” è il nome della stazione di ricerca multidisciplinare italiana, istituita dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, che fornisce supporto a numerosi progetti di ricerca nazionali e internazionali.