“Il sole stava per scomparire dietro le colline che limitavano la vista a ovest. Il tempo era bello. Dalla parte opposta, al di sopra del mare che si confondeva con il cielo a nord-est e a est, alcune  nuvolette riflettevano gli ultimo raggi, che non avrebbero tardato a spegnersi nelle ombre del crepuscolo, lunghissimo alla latitudine del cinquantacinquesimo grado dell’emisfero australe”

Con questa immagine idilliaca, si apre il romanzo Il faro in capo al mondo di Jules Verne, una storia a fosche tinte pubblicata postuma nel 1901 a cura del figlio Michel e ambientata attorno al faro di San Juan de Salvamento, nell’Isola degli Stati, a est della Terra del Fuoco. Costruito nel 1884 in un luogo così remoto da stimolare la fantasia dell’autore di escursioni nell’impossibile come 20.000 leghe sotto i mari e del Viaggio al centro della terra, all’epoca era il faro più a sud del mondo. Nella realtà, il contesto ambientale è ben lontano dalla descrizione di gusto impressionistico scaturita dalla penna di Verne: cieli bassi e plumbei, venti furiosi, violenti acquazzoni e un oceano perennemente tempestoso rappresentano la quotidianità di una terra sulla quale cadono ogni anno oltre 2.000 mm di pioggia.

Nell’Isola degli Stati fu istituita nel 1899 una prigione militare argentina, dove detenuti e carcerieri sopravvivevano a stento in condizioni climatiche estreme, tanto che dopo appena tre anni la prigione fu trasferita per motivi umanitari a Ushuaia, all’epoca un piccolo villaggio di frontiera, oggi la città più meridionale del mondo, situata com’è sul 55° parallelo.

Nella baia di Ushuaia (“baia profonda” nella lingua dei nativi) si erano stabiliti intorno al 1870 alcuni missionari protestanti provenienti dalla Gran Bretagna, guidati da Thomas Bridges, una straordinaria figura di religioso-esploratore, che aveva appreso la lingua dei nativi Yamana in un precedente soggiorno alle Malvinas (Falkland) ed era in grado di fare da interprete; Bridges dedicò anni e passione allo studio dello Yahgan, la lingua degli Yamana, dimostrandone la straordinaria ricchezza: il dizionario che compilò con un lungo e minuzioso lavoro comprendeva oltre 32.000 voci e rimane una preziosa testimonianza della cultura di un popolo scomparso agli inizi del Novecento.

Per la sua opera di intermediario nei rapporti con i nativi e di assistenza agli equipaggi delle navi che frequentemente naufragavano lungo le coste della Terra del Fuoco, affrontando il passaggio del temibile Capo Horn, il governo argentino concesse a Bridges la cittadinanza onoraria e una proprietà terriera a est di Ushuaia; qui Bridges fondò la prima fattoria (estancia) della Terra del Fuoco, l’Estancia Harberton, dal nome del villaggio nel Devon da cui proveniva sua moglie Mary Ann. L’estancia è tuttora di proprietà dei discendenti del fondatore, che vivono nell’abitazione fatta costruire da Thomas Bridges nel 1887, divenuta monumento nazionale. Bridges fu anche il primo a introdurre l’allevamento di ovini e di bovini nella Terra del Fuoco.

Ma se questa attività dette inizio allo sviluppo economico di una vastissima area praticamente deserta, d’altro canto pose fine alla pacifica convivenza fra europei e nativi nelle steppe della Patagonia. Infatti, gli indigeni non comprendevano perché animali commestibili che pascolavano sulle terre attorno alle loro povere capanne, non fossero a disposizione di tutti come i selvatici guanacos, ma di esclusiva proprietà di un singolo, e non potessero quindi essere cacciati e mangiati secondo i bisogni della comunità. Il concetto venne ribadito dai coloni a colpi di fucilate fino allo sterminio dei nativi, fatti oggetto di una caccia spietata che li accomunava ai puma, con i quali condivisero l’infausto destino dei predatori nocivi.

La cittadina di Ushuaia, in posizione strategica sul Canale di Beagle, che mette in comunicazione l’oceano Pacifico con l’Atlantico, conobbe alla fine dell’Ottocento un rapido sviluppo non soltanto come punto d’incontro ed emporio di approvvigionamento per gli allevatori che stavano avviando la loro attività nelle estancias della Terra del Fuoco, ma soprattutto con l‘istituzione del carcere nazionale, destinato a militari e civili condannati a gravi pene detentive, poi utilizzato anche per i detenuti politici.

Nella sua costruzione, che sarebbe durata quasi venti anni, furono impiegati i detenuti, inizialmente alloggiati in un campo di baracche nella non lontana Bahia Lapataia, ancora oggi un luogo solitario immerso nella foresta. Un grande pannello ci ricorda che qui termina la Ruta n. 3, la statale che collega la Terra del Fuoco alla capitale, Buenos Aires, con un percorso di oltre 3.000 chilometri .

Al “lavoro e disciplina” – come recitava il motto del carcere – dei detenuti si deve la realizzazione di tutti gli edifici pubblici cittadini, compresa la sede della Banca Nazionale e la  Casa de Gobierno – prima sede del governo del Territorio Nacional de la Tierra del Fuego, Antártida e Islas del  Atlántico Sur – oggi Museo dei Fin del Mundo. Il carcere di Ushuaia, un grande complesso con cinque bracci che si dipartono da un vasto ambiente centrale, rimane tuttora l’edificio più imponente della città, in posizione dominante sulla baia; dismesso nel 1947 e trasformato in Museo Maritimo y del Presidio, ospita in uno dei suoi cortili una replica del faro di San Juan de Salvamento, mentre un braccio è stato conservato nell’aspetto originario, con le celle disposte su due piani attorno a un’angusta corte interna.

Poco lontano da Ushuaia, sul Canale di Beagle, il faro di Les Eclaireurs contende a quello di San Juan de Salvamento il titolo di faro alla fine del mondo: effettivamente situato più a sud, Les Eclaireurs è stato costruito in epoca successiva al romanzo di Jules Verne; innalzato su un isolotto roccioso – dove una numerosa colonia di leoni marini contende a migliaia di cormorani e altri uccelli l’esiguo spazio – indica con il suo fascio di luce la rotta alle navi che, dirette alle basi in Antartide, escono dal porto di Ushuaia, il più prossimo alle immense solitudini dell’ultimo continente.

 

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Il faro di San Juan de Salvamento, “faro della fine del mondo” [fonte]
  2. Sul porto di Ushuaia, un cartello ci ricorda che qui siamo alla “fine del mondo”
    (© Donata Brugioni)
  3. Nella baia di Ushuaia (© Donata Brugioni)
  4. La casa padronale dell’Estancia Harberton, affacciata sulle gelide acque del canale di Beagle  
    (© Donata Brugioni)
  5. Esterno del Carcere di Ushuaia
    (© Donata Brugioni)
  6. L’interno di un braccio del carcere è stato mantenuto nel suo aspetto originario
    (© Donata Brugioni)
  7. Uno scorcio della Bahia Lapataia
    (© Donata Brugioni)
  8. La Casa de Gobierno, dal 2008 sede del Museo del Fin del Mundo
    (© Donata Brugioni)
  9. Il faro Les Eclaireurs sorge su un isolotto roccioso nel Canale di Beagle, che mette in comunicazione l’oceano Atlantico con il Pacifico
    (© Donata Brugioni)

IN COPERTINA
Veduta della baia di Ushuaia in una notte dell’estate australe
(© Donata Brugioni)