“… e perderagli / più di speranza ch’a trovar la Diana”
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Purgatorio XIII (152-153)
La senese Sapìa Salvani, incontrando Dante nel Purgatorio, dove sconta la sua pena fra gli invidiosi, porta come esempio di ricerca senz
a possibilità di successo quella della Diana, il fiume sotterraneo del quale per tutto il Medioevo si favoleggiava scorresse sotto la città di Siena. Il fiorentino Alighieri, nato in riva d’Arno – che di acqua a volte ne forniva fin troppa – guardava con sufficienza le vane ricerche dei senesi, che ai suoi tempi duravano ormai da oltre un secolo. La posizione di Siena, sorta sulla cima di tre colline in epoca etrusca, la rendeva facilmente difendibile dal nemico, ma le fonti di approvvigionamento idrico erano distanti, mentre il progressivo crescere della popolazione e lo sviluppo di artigianato e commerci rendevano sempre maggiore il fabbisogno. Comprensibile quindi che la voce secondo la quale in alcune zone della città si sentiva uno scorrere d’acque sotterraneo portasse nel corso del XII secolo alla ricerca di un fiume, da subito denominato Diana, che i frati del Carmine tentarono di individuare a partire dal 1176. Lo scavo di un pozzo, che ancora oggi si chiama “pozzo della Diana” (così come esiste a Siena una Via della Diana), portò solo alla scoperta di una modesta vena d’acqua, nonostante nelle ricerche venissero chiamati rabdomanti e astrologi, che ipotizzavano la presenza del fiume sotterraneo, indicandone addirittura il corso, da un capo all’altro della città. Un secolo dopo il Comune continuava la ricerca, iniziando lo scavo di cunicoli sotterranei (che avrebbero formato la rete dei cosiddetti “bottini”), ma della Diana non si trovò mai traccia.
Nel corso dei secoli XI e XII, che videro una notevole espansione di Siena, era stato dato inizio alla costruzione di fonti nei pressi delle mura, sfruttando le vene d’acqua esistenti e ripristinando antiche sorgenti e pozzi di epoca etrusca e romana, situati negli avvallamenti tra le colline sulle quali sorgeva il centro urbano. Le fonti senesi vennero costruite secondo criteri di razionalità e praticità che ne fecero un modello esemplare: erano infatti suddivise in tre vasche di raccolta, poste su diversi livelli. La prima vasca riceveva la cosiddetta “acqua nova” (l’acqua sorgiva) che sgorgava direttamente dal muro e veniva utilizzata per bere e per gli usi di cucina; l’acqua passava poi nella vasca sottostante, alla quale si abbeveravano gli animali, infine l’ultima vasca, la più bassa, serviva da lavatoio. L’acqua che fuoriusciva da quest’ultima vasca veniva utilizzata nei lavori artigianali e per annaffiare gli orti. Tutte le vasche, che contenevano una notevole quantità di acqua, costituivano una riserva utilissima in occasione dei frequenti incendi. Le fonti, che inizialmente si trovavano fuori delle mura, vennero progressivamente inglobate nella città con la creazione di una nuova e più ampia cinta muraria.
In epoca medioevale fu sviluppato un acquedotto sotterraneo che permetteva di captare le acque e convogliarle verso le varie fonti: si tratta di oltre venticinque chilometri di gallerie, il cui nome “bottini”, documentato già nel Duecento, deriva probabilmente dal fatto che le gallerie erano coperte da volte a botte. I bottini erano scavati nell’arenaria che costituisce il sottosuolo di Siena, e dove necessario le volte venivano rinforzate con mattoni a scopo di consolidamento e per scongiurare il pericolo di crolli. Particolarmente disagiato e faticoso per le condizioni ambientali era il lavoro di scavo e di manutenzione dei bottini, nel quale venivano impiegati come manodopera specializzata anche minatori fatti venire appositamente dalla zona delle Colline Metallifere. I bottini constavano di due rami principali: uno alimentava la Fontebranda e l’altro, costruito successivamente, la Fonte Gaia in Piazza del Campo.

L’ingresso nei bottini era severamente vietato agli estranei, così come qualsiasi coltivazione al di sopra del percorso dei bottini stessi, in modo da evitare che l’acqua venisse inquinata dalla concimazione o che le radici delle piante danneggiassero le volte delle gallerie; il timore maggiore era quello che la rete dei bottini potesse permettere, in caso di assedio, l’ingresso dei nemici all’interno della città. Per questa ragione, nel 1467 furono chiusi vari accessi che si trovavano al di fuori della cerchia delle mura, e durante l’assedio del 1553 i bottini furono sbarrati, cercando però di non interrompere il flusso dell’acqua.

La Fontebranda è la più antica delle fonti senesi, ed è anche la più famosa, non solo perché citata da Dante e Boccaccio, ma anche perché nei pressi nacque e visse Santa Caterina da Siena. La fonte esisteva già nell’XI secolo, ma nel 1193 fu ricostruita e ampliata, come attesta un’iscrizione ancora conservata al suo interno. Nel 1246 venne realizzata la copertura con volte a crociera e furono inseriti nella fronte quattro leoni in pietra dalle cui bocche zampillava l’acqua. Nella Fontebranda è già presente il complesso delle tre vasche, che avrebbe caratterizzato le fonti senesi costruite successivamente.

La collocazione di una tra le fonti più importanti della città, la Fonte Nuova (o fonte Nuova d’Ovile, per distinguerla dalla non lontana fonte d’Ovile “antiqua“), fu decisa nel 1295 da una commissione di cui facevano parte anche Giovanni Pisano e Duccio di Buoninsegna, i due massimi artisti presenti in città, e questo fa comprendere quale importanza avesse la disponibilità di acqua corrente in un’area cittadina. In questo caso la presenza della fonte, terminata nel 1303, fece sì che la zona circostante vedesse un fiorire di attività artigianali destinato a durare fino al XVIII secolo. Come Fontebranda, anche la Fonte Nuova d’Ovile è costruita in mattoni, con due grandi archi ogivali e imponenti volte a crociera, con una struttura che richiama le architetture cistercensi dell’epoca.

La Fonte di Pescaia, di cui non si conosce la data di costruzione ma che era già attiva nella prima metà del Duecento, trae il nome dalla sua funzione, che era quella di alimentare le vasche nelle quali venivano allevati i pesci destinati al consumo cittadino. L’edificio sovrastante la fonte, costruito tra Settecento e Ottocento, ospita oggi il Museo dell’Acqua, che illustra il sistema dei bottini e delle fonti. Il percorso museale accompagna il visitatore nel tempo, tracciando la storia dell’area senese attraverso la presenza dell’acqua, dalla Preistoria all’epoca etrusca e poi da Medioevo e Rinascimento ai giorni nostri. La Fonte di Pescaia costituisce il nucleo centrale del museo stesso: non solo la sua architettura testimonia la sapienza costruttiva dei maestri che la progettarono, ma il sistema idraulico che la alimenta, conservatosi integro, permette di seguire il percorso dell’acqua a partire dal bottino sottostante, che è stato reso praticabile e fa parte dell’itinerario di visita. Il Museo è gestito dall’Associazione La Diana, “Associazione per la tutela e la salvaguardia dei Bottini, delle Fonti monumentali e di tutto il patrimonio storico, culturale ed architettonico legato alle Acque di Siena”, che prende nome dal mitico fiume.
La più nota e monumentale fontana di Siena è certamente la Fonte Gaia in Piazza del Campo. L’acqua giunse sulla piazza (che si trova nella parte alta della città) nel 1343, dopo otto anni di lavori e grazie a un’imponente opera idraulica, un bottino maestro, che insieme con tutto il complesso dei bottini costituì l’unico mezzo di distribuzione idrica di Siena fino a dopo la prima guerra mondiale. La fonte derivò il nome Gaia dai festeggiamenti che accompagnarono l’evento.
Fra il 1414 e il 1419 lo scultore Jacopo della Quercia realizzò per la fonte Gaia una struttura monumentale che rimane uno dei massimi esempi di scultura toscana del Quattrocento. La vasca rettangolare è circondata per tre lati da un parapetto ornato da rilievi: sul lato maggiore la Madonna col Bambino è affiancata dalle Virtù e da Angeli, mentre nei lati minori figurano la Creazione di Adamo e la Cacciata dal Paradiso terrestre. I due pilastri che chiudono il parapetto erano in origine sormontati dalle statue di Rea Silvia, madre di Romolo e Remo, e Acca Larentia, che dei due gemelli fu la nutrice: un riferimento alla leggenda secondo la quale Siena fu fondata dai figli di Remo, Senio e Ascanio, in fuga da Roma perché perseguitati dallo zio Romolo.
La scarsa qualità del marmo impiegato e il continuo utilizzo della fonte per tutte le necessità quotidiane portarono ben presto al degrado del monumento, fino ai danni inferti nel 1743 da un contradaiolo, che per vedere meglio il palio salì sulla statua di Rea Silvia, mandandola in pezzi e restandone ucciso. Ormai irrimediabilmente compromessa, la Fonte di Jacopo della Quercia fu sostituita a metà dell’Ottocento con una copia, opera della scultore Tito Sarrocchi; i marmi originali, dopo un restauro durato quasi venti anni e conclusosi nel 2011, sono esposti all’interno del complesso museale di Santa Maria della Scala in piazza del Duomo a Siena.
Didascalie immagini
- Fontebranda è la più antica e la più famosa fra le fonti senesi
(© Donata Brugioni) - La Fonte d’Ovile “antiqua” fu realizzata nel 1262 fuori dalla porta d’Ovile
(© Donata Brugioni) - La struttura della Fonte Nuova (o Fonte Nuova d’Ovile, non lontana dalla precedente), trecentesca, si ispira al gotico cistercense
(© Donata Brugioni) - La Fonte di Pescaia è sormontata dall’edificio sette-ottocentesco nel quale ha oggi sede il Museo dell’Acqua
(© Donata Brugioni)
in prima pagina:
La Fonte Gaia alla fine dell’Ottocento. Immagine tratta dal libro “La Patria – Geografia dell’Italia Arezzo Grosseto Siena” di Strefforello Gustavo (1890)
(fonte)