Il giardino è la più piccola particella del mondo e, al contempo, è la totalità del mondo. (Michel Foucault)
150 anni dopo la pubblicazione dell’opera fondatrice di Arthur Mangin, Les Jardins: histoire et description, e quaranta anni dopo la determinante esposizione a opera della Cassa nazionale dei monumenti storici e dei siti, Jardins, 1760-1820. Pays d’illusion, terre d’expérience, l’entusiasmo che il patrimonio verde della Francia ancora oggi suscita, non accenna a diminuire: 22 mila parchi e giardini che presentano un vivo interesse storico, botanico e paesaggistico, e tra i quali circa duemila risultano iscritti o classificati come veri e propri monumenti storici. La mostra intitolata Jardins è ospitata nella sale dal Grand Palais parigino fino al prossimo 24 luglio e ha l’obiettivo di evocare, già dal titolo, tutta la diversità del soggetto esaminato, considerando da una parte la storia dell’arte a esso dedicata, dall’altra la storia delle esposizioni su questo tema, che solo in rare occasioni ha trattenuto su di sé l’attenzione delle istituzioni culturali. Se da un lato la presenza del tema “giardino” in un museo può apparire contraddittoria – il giardino, infatti, naturalmente destinato a cambiare, a evolversi può non risultare il migliore dei soggetti per una mostra – i legami tra giardini e musei sono da sempre in realtà piuttosto stretti. Luoghi di sapere e di piacere, essi nascono, crescono e muoiono, restando però in ogni caso degli spazi capaci di guidare il visitatore in base a uno specifico ritmo.

Il soggetto, in questa particolare occasione, è indagato a partire dalla sua definizione più essenziale: come recinto, entità delimitata di uno specifico territorio, spazio messo in scena e dunque specchio del mondo. Presentato all’interno delle gallerie nazionali del Grand Palais, questa raccolta pluridisciplinare di pitture, sculture, fotografie, disegni, film ecc., non si riferisce né a una completa storia artistica dei giardini, né a uno stato dei luoghi che ambisce all’esaustività. Si tratta piuttosto di una connessione tra differenti nozioni, come accade anche in natura e che, come in un grande collage, mirano a presentare il giardino sotto la forma di un’opera d’arte totale, capace di risvegliare i sensi e sottoporre la questione essenziale della rappresentazione. Il percorso tematico, nel quale si intrecciano armoniosamente la storia dell’arte e quella delle scienze, è realizzato come una vera e propria passeggiata all’aperto, in cui il giardino è raffigurato allo stesso tempo sia come insieme botanico che come costruzione artistica. L’esposizione è dunque pensata e strutturata col fine ultimo di difendere il giardino come forma d’arte e i suoi creatori come inimitabili artisti.

Jardins si concentra sulle sperimentazioni condotte in Europa – e in particolare in Francia – a partire dal Rinascimento fino ai giorni nostri. Se il giardino medievale è spesso il punto di partenza dei grandi panorami della disciplina, la storia dell’arte così come quella della botanica invitano a privilegiare un altro inizio. Nel Rinascimento, appunto, i sapienti e gli artisti, animati da una nuova impostazione critica, rileggono le fonti dell’antichità alla luce di una minuziosa osservazione della pianta. Queste nuove interpretazioni, accompagnate da vere e proprie rivoluzioni artistiche incarnate negli straordinari disegni di Albrecht Dürer, conducono alla creazione del primo orto botanico, a Padova nel 1545. Se qui le piante sono coltivate esclusivamente per la loro utilità alimentare e medica, il loro raduno acquista ormai una vocazione dimostrativa e serve da supporto all’insegnamento scientifico. L’hortus conclusus medievale s’incrina e si affaccia sul mondo, con la diffusione di tutta una serie di giardini che si arricchiscono delle scoperte dei grandi esploratori: il giardino si apre, così, anche al paesaggio, divenendo parte integrante delle arti e assurgendo a vero e proprio progetto pittorico per degli artisti che dispongono, grazie alla conoscenza della prospettiva, di strumenti di rappresentazione inediti e rivoluzionari. Dal più piccolo ciuffo d’erba di Dürer fino al cosiddetto “giardino planetario” di Gilles Clément, i giochi in scala costituiscono il principale filo rosso di questo percorso.

La visita comincia con la terra, preludio a un vasto insieme che lascia spazio agli elementi primigeni e al lessico del giardino stesso. Una selezione di opere in diversi formati e materiali evoca queste componenti essenziali: campioni di terreni, fiori e frutti in vetro e in gesso, strumenti da giardiniere sono gli elementi generatori di un forte legame coi toni curiosi del pubblico osservante. E l’erbario, inteso come giardino secco, è al centro di questo primo gruppo presentato sotto il segno dell’inaspettato. Questo vocabolario lascia progressivamente spazio alla sintassi: che sia destrutturato, analizzato, rappresentato o soltanto immaginato, il giardino è sempre pensato in relazione a un figura la cui presenza ritma l’insieme del percorso, quella del giardiniere. Dipinto, scolpito, fotografato, quest’ultimo è messo in evidenza a tutto tondo, dai primi schizzi fino agli strumenti tipici del suo lavoro quotidiano. La rappresentazione delle evoluzioni cronologiche appare ritmata anche da alcuni momenti propizi alla meditazione, come accade per Gli acanti di Matisse, il quale parla dei suoi guazzi tagliati, come di un’arte che si costruisce nella stessa maniera di un piccolo giardino.

I giardini, così come i musei, sono il luogo di tutti i tempi – tempi brevi, tempi lunghi, alternanza di stagioni o eternità. Luoghi di raccolta e d’incontro per eccellenza, i giardini sono mostrati nella loro dimensione collettiva, evocati attraverso la storia delle loro forme e dei loro diversi usi. Luoghi di festa e d’amore, di malinconia e distruzione, sottomessi ai cambiamenti della moda e talvolta lasciati a se stessi, costituiscono gli oggetti di intensi transfert culturali e sono una forma d’arte segnata dall’ambivalenza e dal passaggio del tempo. In seno a questa storia, sono messi in evidenza diversi momenti forti: il XVIII secolo, incarnato dal capolavoro del maestro Fragonard, La festa a Saint-Cloud, occupa uno spazio fondamentale all’interno del percorso espositivo. Il titolo dell’opera, scelto nel 1885 a partire dai mercatini offerti ai parigini le ultime tre domeniche di settembre all’interno del parco di Saint-Cloud, in realtà non corrisponde al soggetto del dipinto, nonostante la presenza dei venditori di giocattoli e gingilli e del piccolo teatro di marionette. Infatti La festa a Saint-Cloud, realizzata dal pittore al ritorno dal suo secondo viaggio in Italia, non costituisce né un luogo né un avvenimento preciso, ma testimonia l’importanza del giardino pittorico che, negli anni 1775-1780, rinnova profondamente la pittura paesaggistica e ispira all’artista i suoi più grandi capolavori. Allo stesso modo, i cambiamenti a cavallo tra XIX e XX secolo, in cui rappresentare il giardino diventa, per gli artisti, un mezzo per approfondire la conoscenza dei confini di un universo in continuo mutamento e per esplorare il vocabolario plastico della modernità. Si inserisce in questo periodo il celebre olio su tela, Il pranzo, probabilmente dipinto da Monet nel 1873 a testimonianza dell’ambizione decorativa della pittura impressionista. Il giardino della proprietà che il pittore affitta ad Argenteuil trae ispirazione dai giardini pubblici cittadini, i quali offrono a Monet un mondo ideale di natura addomesticata il cui spazio pittorico ne è la metafora. La riconoscibile formula impressionista evoca l’atmosfera fresca e luminosa di un semplice momento di felicità quotidiana, quasi sospesa, con la tranquilla figura del figlio dell’artista intento a giocare e quella delle donne che passeggiano in secondo piano.

Una vera e propria passeggiata, che riunisce alcune delle più grandi rappresentazioni di giardini di questi periodi, propone al visitatore un coinvolgente percorso attraverso quadri senza personaggi umani. La deambulazione che si attua alternativamente in spazi come congelati dagli artisti, in istantanee catturate al volo o in gruppi segnati dal sentimento del passaggio del tempo, conduce metaforicamente il visitatore all’interno di vere e proprie boscaglie nonché di grandi prospettive panoramiche. Il lavoro scenografico della mostra realizza delle inquadrature e dei giochi di luci e colori che generano costanti effetti a sorpresa, al fine di trasporre il percorso espositivo nel contorno di una realistica passeggiata en plein air. Dalla terra al giardino planetario, dall’alto il percorso si snoda e si completa sull’immagine, ancora da definire, del giardino del domani e dei nuovi paradigmi artistici, botanici e sociali che di volta in volta la modellano. La mostra vuole anche porre l’accento su coloro che, in Francia, rappresentano da oltre trent’anni una generazione d’eccezione: giardinieri, paesaggisti, autori di iniziative inedite in cui il giardino è lavorato e trattato a scopi ecologici e sociali, prendono parte a questo raggruppamento unico il cui obiettivo primario è anche quello di amalgamare perfettamente viva conoscenza e puro divertimento.