Attenzione! Zurbarán ci sembrerà ogni giorno più moderno, e molto più categoricamente del Greco italianizzante rappresenterà la figura del genio spagnolo. (Salvador Dalì)
La Fondation Bemberg è lieta di annunciare che, coerentemente con il suo obiettivo di arricchire con regolarità le collezioni tramandate da Georges Bemberg, ha recentemente acquisito un dipinto destinato a completare alcune delle sue più antiche collezioni. Si tratta dell’opera di un artista poco rappresentato nei musei francesi, lo spagnolo Francisco de Zurbarán (1598-1664), intitolata Gesù bambino si ferisce con la corona di spine in un paesaggio (El Niño de la Espina en un paisaje) e acquisita nell’ottica di sancire il completamento delle collezioni del XVII secolo, al giorno d’oggi più povere di esponenti rispetto a quelle del Rinascimento o a quelle del XVIII secolo. Il quadro (110×82 cm) è stato probabilmente dipinto nell’intervallo di tempo tra gli anni 1645 e 1650.

In questa toccante iconografia, Gesù bambino si diverte a intrecciare dei rami spinosi per farne una corona, finendo però col pungersi un dito: siamo di fronte alla raffigurazione di un episodio premonitore che spinge a meditare sulle sofferenze dell’avvenire. Le variazioni iconografiche sul tema sono state numerosissime, al punto di diventare uno dei soggetti prediletti dalla pittura spagnola. La tematica, infatti, ha avuto influenza anche su diversi contemporanei di Zurbarán, primo fra tutti Bartolomé Estaban Murillo,ma è penetrata fino in Messico. In alcuni altri dipinti dell’artista o del suo atelier anche la posizione del Cristo è identica, come in La casa di Nazareth, dove la scena si svolge in un luogo chiuso, la casa d’infanzia, e non all’interno di un paesaggio all’aperto.
Nella versione acquisita dalla Fondation, si nota tuttavia la presenza di un bel paesaggio il cui ponte è stato identificato con quello che attraversa il fiume Guadiana a Medellin, nella provincia natale del pittore, Bedajoz.

Il soggetto sembra trarre ispirazione da uno di quegli scrittori mistici che, sotto il favore dello slancio militante del Concilio di Trento, nel corso del XVI secolo, è stato ricondotto all’ordine del giorno per aver “ricamato” a suo piacimento le storie apocrife dell’infanzia di Cristo: in particolar modo si tratta in questo caso del certosino Rodolfo Cartujano. Si trova, infatti, menzione dello stesso soggetto nella sua opera Vita Christi, scritta in latino intorno al 1350 e tradotta in castigliano a Siviglia nel 1537, qualche anno prima del Concilio di Trento, appunto. Merita ricordare che l’ordine dei certosini fece parte dei finanziatori di Zurbarán e non stupisce dunque che il pittore abbia avuto conoscenza del testo.
Da un punto di vista stilistico, l’apertura sul paesaggio in secondo piano così come la chiarezza ambientale sono sintomatici del periodo di maturità dell’artista, intorno al 1645-1650, proprio quando Zurbarán prende le distanze dallo stile austero e oscuro del realismo ispirato da Caravaggio, per avvicinarsi piuttosto ai manieristi italiani e ai loro toni più acidi.

La tela, conservata fino a oggi presso le collezioni dei duchi di Sotomayor, è stata resa pubblica per la prima volta solo nel 1966, poi esposta nei dintorni di Siviglia, Saragozza e Granada. Odile Delenda l’ha integrata all’interno del suo catalogo ragionato dedicato a Zurbarán e pubblicato nel 2010, mentre il 5 febbraio 2018 ha affermato: «Quando abbiamo studiato l’opera nel quadro del catalogo ragionato, nel 2009-2010, non la conoscevamo se non attraverso una fotografia a colori piuttosto mediocre, dove appariva oscurata da alcune vecchie vernici. Era dunque impossibile fare una buona lettura del dipinto e di percepire le sue qualità estetiche. Per queste ragioni, il quadro ci era sembrato composto dalla mano di uno degli allievi di Francisco de Zurbarán, forse dipinto nel suo atelier a partire da un modello del maestro. Recentemente, l’opera è stata accuratamente restaurata e il risultati finale è a dir poco spettacolare. Adesso, pensiamo infatti che l’opera trovi piena e giusta collocazione all’interno del corpus artistico di Zurbarán, per motivi sia iconografici, sia tecnici, ben manifesti in numerose pitture dell’artista, datate tra il 1645 e il 1650. La tela presenta un buonissimo stato di conservazione e il restauro ha avuto a cuore di non occultare l’usura naturale dell’opera stessa».
Didascalie immagini
- Francisco de Zurbarán (1598-1664), Gesù bambino si ferisce con la corona di spine in un paesaggio (El Niño de la Espina en un paisaje), 1645-1650 ca., Olio su tela, 110 x 82 cm, Crédit Fondation Bemberg
- Francisco de Zurbarán (1598-1664), Gesù bambino si ferisce con la corona di spine in un paesaggio (El Niño de la Espina en un paisaje), 1645-1650 ca., Olio su tela, 110 x 82 cm, Crédit Fondation Bemberg (particolare)
- Francisco de Zurbarán (1598-1664), Gesù bambino si ferisce con la corona di spine in un paesaggio (El Niño de la Espina en un paisaje), 1645-1650 ca., Olio su tela, 110 x 82 cm, Crédit Fondation Bemberg (particolare)
IN COPERTINA
Francisco de Zurbarán (1598-1664), Gesù bambino si ferisce con la corona di spine in un paesaggio (El Niño de la Espina en un paisaje), 1645-1650 ca., Olio su tela, 110 x 82 cm, Crédit Fondation Bemberg
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