
All’interno della rassegna The big dreamer con encomiabile impegno Cineteca di Bologna e Lucky Red stanno riportando su grande schermo la quasi totalità dei lungometraggi firmati da David Lynch, un modo per trasmettere anche alle nuove generazioni l’opera del cineasta scomparso lo scorso gennaio, e dal prossimo 15 settembre per tre giorni, sarà Velluto blu (1986) a essere distribuito di nuovo nelle sale.
Quarto film nella filmografia di Lynch, dopo l’esordio di Eraserhead – la mente che cancella e i due progetti di derivazione letteraria “meno suoi” come The elephant man e Dune, quello di Velluto blu è da considerarsi l’inizio della creazione di quell’universo onirico e disturbante che ha caratterizzato poi tutta la sua produzione cinematografica successiva.
Arrivato al cinema da un’attività artistica prevalentemente pittorica, Lynch iniziò a pensare a questo film da una suggestione nata dalla canzone Blue velvet di Bobby Vintou, il tono nostalgico del brano inciso nel 1951 gli fece pensare al contrasto di un mistero celato sotto le apparenze false e consolatorie dello stile di vita americano, costruite dalla propaganda a stelle e strisce dopo la Seconda Guerra Mondiale. La sequenza di apertura dà forma visiva a quella menzogna, mostrando il pompiere che saluta dal carro che passa per le vie della pacifica cittadina di Lumberton, i bambini che attraversano ordinatamente la strada e i fiori che adornano confortevoli steccati di legno bianco, prima di andare a scandagliare un mondo nascosto, affollato da una moltitudine di insetti brulicanti celati sotto l’erba del prato su cui il padre del protagonista ha appena avuto un infarto. Vero e proprio alter ego del regista, l’adolescente Jeffrey Beaumont incarnato da Kyle MacLachlan – quasi esordiente, al secondo film dopo Dune, sempre di Lynch – è il personaggio centrale che rinviene un orecchio mozzato e lo porta a un vicino di casa poliziotto. Il macabro reperto diventerà metaforico portale su una realtà misteriosa, oscura e perversa.

La curiosità morbosa dell’adolescenza, unita al desiderio del proibito tipico di quell’età d’irrequietezza ormonale prima di sperimentare la sessualità, è incarnata da Jeffrey e da Sandy, figlia del poliziotto e prototipo della ragazza perbene, interpretata da Laura Dern, che spinge l’amico e complice a indagare sulla cantante Dorothy Vallens – una splendida Isabella Rossellini, fragile e perversa – forse implicata nelle azioni criminose del violento malavitoso Frank Booth, un ottimo Dennis Hopper.

L’ingresso nell’età adulta di Jeffrey e la discesa nell’abisso dei suoi impulsi inconfessabili, l’attrazione carnale per Dorothy e la contraddizione tra desiderio di proteggerla e violarla, è il tema al centro di Velluto blu che sul finale, coi pettirossi meccanici, dichiara l’impossibilità di un ritorno all’innocenza perduta, una volta varcata la soglia della propria oscurità interiore. Questa metaforica contrapposizione si esprime in due scene speculari, quella in cui Jeffrey esce di camera sua nell’oscurità del corridoio e l’apparizione di Sandy che emerge dal buio come un’ombra.

Nella loro innocente ingenuità i due ragazzi si chiedono perché esistano tipi violenti come Frank, che di fatto incarna le stesse perversioni pulsanti nell’inconscio di Jeffrey, che dovrà tentare di tenerle sotto controllo adesso che sono ormai rivelate, non potendo più ignorarne l’esistenza. Splendide le atmosfere arcane e notturne del film a cui dà un contributo struggente anche un grande Dean Stockwell, nel piccolo ruolo di Ben Soave, cantando in playback la canzone In dreams di Roy Orbison; un momento indimenticabile, ma bruscamente interrotto.

Velluto blu contiene germogli di altre narrazioni a venire: l’appartamento di Dorothy con la tenda rossa che si muove sembra rimando a Twin Peaks, le auto in giro di notte evocano Strade perdute e certi frammenti di montaggio veloce Cuore selvaggio. Ma il film è anche costellato di ironici paradossi, figli dell’umorismo di Lynch, e di intuizioni, come aver dato a Isabella Rossellini il ruolo di una cantante mediocre sul piano vocale, filmandone le nudità senza alcuna sensualità, come nelle tele dell’amato Francis Bacon.

Volutamente disturbante, Velluto blu di David Lynch crea stati d’animo che inquietano e spingono a guardare oltre le apparenze, all’esordio non fu accolto troppo bene da pubblico e critica, ma nel tempo si è saputo costruire lo spazio che merita tra i grandi film della Storia del cinema. L’occasione di poterlo rivedere sul grande schermo è assolutamente da non perdere; imprescindibile!