
Un inverno in Corea segna l’esordio nel lungometraggio del cineasta Koya Kamura – madre francese, padre giapponese – con la trasposizione cinematografica di un romanzo della scrittrice franco-coreana Elisa Shua Dusapin; un racconto intimo e delicato che riflette conflitti autobiografici del regista, con un’identificazione nel percorso esistenziale del personaggio principale e nella natura multietnica delle sue origini.
Corea del Sud, la venticinquenne Soo-ha, dopo gli studi di letteratura francese e coreana nella capitale Seul, è tornata nella cittadina natale di Sokcho accettando un lavoro temporaneo alla Blue House, una piccola pensione a conduzione familiare di proprietà di un anziano rimasto vedovo da pochi mesi. Tra le visite alla madre, che lavora al mercato del pesce, e le frequentazioni col fidanzato Jun-ho, aspirante fotomodello deciso a trasferirsi nella grande metropoli, la vita di Soo-ha scorre inerte in un quotidiano che appare immobile in una fissità innaturale, finché l’arrivo di un ospite straniero della locanda le darà un imprevisto scossone spingendola a indagare la propria identità.
Essendo la sola a parlare fluentemente il francese, quindi l’unica a comunicare agevolmente con il nuovo arrivato – il solitario scrittore, disegnatore e cantante Yan Kerrand – la giovane passerà lunghe ore col forestiero, giunto là in cerca di ispirazione letteraria, portandolo in giro a visitare la città e oltre, fino alla zona demilitarizzata sul confine con la Corea del Nord. Un incontro tra due solitudini, quella frutto delle scelte di un uomo maturo e quella, indotta, della ragazza schiacciata dalle aspettative degli altri: della madre che la vorrebbe sposata dopo troppi anni di fidanzamento, del suo ragazzo che immagina per lei interventi estetici, ma anche del francese che incarna, suo malgrado, l’assente figura paterna mai conosciuta con cui condivide la nazionalità.

Grazie ad attori che sperimentano sulla propria pelle l’appartenenza a culture diverse (la franco-coreana Bella Kim nel ruolo di Soo-ha e il franco-marocchino Roschdy Zem in quello dello scrittore Yan Kerrand) che si traduce nel non sentirsi completamente a proprio agio in nessuna delle due, il film riflette sull’importanza delle radici con una particolare delicatezza di tocco nel rappresentare le emozioni più intime della ragazza, rese sullo schermo con frammenti animati che in qualche modo avvicinano i due personaggi, essendo anche espressioni d’arte del lavoro di lui.

La bellezza del film si coglie anche nel linguaggio non verbale che fluisce, rivelando a tratti profonde diversità di temperamento tra i personaggi; esemplare in questo senso la sequenza in cui Soo-ha sfiora con le dita la spalla di Jun-ho e lui distrugge, inconsapevolmente, un incantesimo erotico invisibile scattando una polaroid corredata dalla violenza di un flash. Questa sensibilità nel ritrarre il paesaggio interiore della giovane protagonista è il vero punto di forza di un film che racconta anche il trauma, irrisolto e sempre vivo, della divisione tra Nord e Sud.

Un inverno in Corea di Koya Kamura pone l’accento sull’ossessione diffusa per la chirurgia estetica, che in qualche modo definisce la società contemporanea sudcoreana come un vero e proprio fenomeno di massa, che pare quasi un meccanismo attraverso cui rifiutare la propria essenza naturale. Il film è adesso nelle sale italiane distribuito da Wanted Cinema.