Dopo l’esordio all’81ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica La Biennale di Venezia dove ha conquistato il Leone d’Argento alla Regia, a cui ha fatto seguito l’assegnazione di tre Golden Globe – miglior film drammatico, regia e attore drammatico – adesso, con dieci candidature agli Oscar, The brutalist di Brady Corbet si è assicurato un ruolo di rilievo nella stagione dei premi in corso e si appresta a uscire nelle nostre sale, dal prossimo 6 febbraio distribuito da Universal Pictures Italia.
Fluviale affresco sul trauma collettivo del ventesimo secolo, scritto come di consueto dal regista insieme alla moglie Mona Fastvold, il film è il terzo lungometraggio diretto da Brady Corbet dopo L’infanzia di un capo e Vox Lux, altro splendido esemplare di un fare cinema che non c’è più; un’opera monumentale che rivendica in ogni più piccolo dettaglio questa sua natura retrò, di anacronistica opera d’arte. Ideato in due parti ben distinte separate da un intermezzo – come è possibile ancora vedere qualche titolo di Stanley Kubrick o David Lean, in alcune edizioni dvd – realizzato in VistaVision, formato panoramico creato dalla Paramount che non è stato più usato da oltre sessant’anni, The brutalist è stato girato in pellicola 70 mm con rumorose macchine da presa d’epoca che garantiscono una certa estetica degli anni Sessanta, con qualche poetica imperfezione lontanissima dallo standard dell’alta definizione di oggi, al punto che alla prima proiezione stampa al Lido qualcuno in sala continuava a invocare una regolazione della messa a fuoco. Dichiarazione programmatica d’intenti, espressione della più completa libertà artistica immune a ogni qualsiasi pressione esterna, già nella forma il film enuncia il suo non voler necessariamente piacere a tutti, il suo prendere le distanze dal prodotto commerciale sempre a caccia del più vasto pubblico. Il film è il frutto piuttosto dell’urgenza di un’espressione artistica dell’autore, che ha impiegato più di sette anni, lavorando spesso senza certezze sulla possibilità di portare a termine il progetto, per dare forma sullo schermo alla sua personale visione. Un approccio radicale che anche sul fronte della promozione non ha voluto diffondere cartelle stampa prefabbricate, da dare in pasto ai media con una lettura omologata a canoni preimpostati per una codifica indotta dell’opera, lasciando che ognuno ne interpreti il senso a piacimento.

L’architetto ebreo ungherese László Tóth sopravvissuto al campo di Buchenwald arriva da emigrante negli Stati Uniti, è stato tra gli esponenti più prestigiosi del Bauhaus, ma nel Nuovo Mondo deve accontentarsi di spalare carbone per tirare avanti, oppresso dalla miseria e dall’incertezza sulla sorte della moglie Erzsébet e della nipote Zsófia che non è riuscito a portare oltre Atlantico con sé. Tutto sembra finalmente cambiare quando entra per caso in contatto col miliardario Harrison Lee Van Buren, grande estimatore delle sue opere architettoniche.

Un arco narrativo di oltre trent’anni per raccontare la vicenda di un uomo emblema dell’artista in senso lato; nel titolo è insito non solo il riferimento al Brutalismo come corrente artistica cui fa capo lo stile del protagonista, ma per assonanza fonetica anche la parola ‘brutale’ che è definizione perfetta del ricco mecenate, pronto a essere committente per le creazioni di László, ma anche a usargli violenza incarnando il dominio economico finanziario degli Stati Uniti e l’arroganza delle sue relazioni con il resto del mondo.

Un’amalgama di varie persone reali formano la figura immaginaria del protagonista, nella ricerca di ordinarietà il nome László Tóth – a detta del regista – in Ungheria è comune come il proverbiale Mario Rossi in Italia, ma è singolare coincidenza che così si chiami anche il vandalo che nel 1972 profanò a colpi di martello la Pietà di Michelangelo nella basilica di San Pietro; riferimento enigmatico, amplificato dal fatto che The brutalist in una sua parte determinante sia ambientato all’interno delle cave di Carrara, rimando ulteriore al Buonarroti.

Con un gruppo di attori veramente di prim’ordine, su tutti Adrien Brody nel ruolo centrale e lo straordinario Guy Pearce in quello del ricco Van Buren, il film vanta ottime prove attoriali di rara intensità che danno vita a una polifonia narrativa di altissimo livello. Felicity Jones veste i panni della moglie Erzsébet, Alessandro Nivola quelli di Attila cugino di László, mentre Joe Alwyn e Stacy Martin sono i figli del miliardario Harry e Maggie, con la giovane Raffey Cassidy chiamata a dare corpo alla nipote della coppia protagonista, Zsófia.

Mischiando discipline artistiche diverse già nella sua lunga e tortuosa genesi di progetto fuori standard, perciò a lungo rifiutato, The brutalist di Brady Corbet è un’opera originale, che ha il coraggio di sperimentare, davvero in via d’estinzione, un vero e proprio “film d’arte” a cui auguriamo ogni fortuna e ogni riconoscimento possibile, soprattutto al suo autore. Un film non per tutti i gusti, ma destinato a restare.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Locandina italiana
  2. Gli emigranti in arrivo dall’Europa trovano condizioni di sfruttamento ben lontane dalle aspettative di libertà
  3. L’arte di László Tóth, i magnate Van Buren – padre e figlio – e gli affetti dell’artista: sua moglie Erzsébet e la nipote Zsófia
  4. Contraddizioni e conflitti del Nuovo Mondo che ha bisogno di migranti, ma non li vuole
  5. Le cave di marmo di Carrara
  6. Uno straordinario Guy Pearce è il crudele Harrison Lee Van Buren / Adrien Brody e Felicity Jones sono i coniugi Lászlo e Erzsébet Tóth
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    courtesy Ufficio stampa Emmeperdue per Universal Pictures Italia
    © 2024 Brookstreet Pictures / Kaplan Morrison

IN COPERTINA

Un ottimo Adrien Brody, già Golden Globe al miglior attore drammatico per questo ruolo, è l’architetto  Lászlo Tóth
© 2024 Brookstreet Pictures / Kaplan Morrison

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: The brutalist
  • Regia: Brady Corbet
  • Con: Adrien Brody, Felicity Jones, Guy Pearce, Joe Alwyn, Raffey Cassidy, Stacy Martin, Isaach De Bankolé, Alessandro Nivola, Ariane Labed, Michael Epp, Emma Laird, Jonathan Hyde, Peter Polycarpou, Maria Sand, Salvatore Sansone, Zephan Hanson Amissah, Charlie Esoko, Levente Orbán, Benett Vilmányi, Peter Deutsch, Abigél Szõke, Daniel Washington, András Borgula, Zsolt Páll, Anna Mészöly, Mariann Hermányi, Nick Wittman, Robert Jackson, Peter Linka, Jeremy Wheeler, Stephen Saracco, Jaymes Butler, David Puskas, Laurent Winkler, Hermina Fátyol, Dóra Sztarenki, Natalie Shinnick
  • Sceneggiatura: Brady Corbet, Mona Fastvold
  • Fotografia: Lol Crawley
  • Musica: Daniel Blumberg
  • Montaggio: David Jancso
  • Scenografia: Judy Becker
  • Costumi: Kate Forbes
  • Produzione: Trevor Matthews, Nick Gordon, Brian Young e Andrew Morrison con Andrew Lauren e D.J. Gugenheim in coproduzione con Saskia Gigi Duff e Viktória Petrányi in associazione con Maddie Browning, Joseph King Salwen e Alexa Goldberg per Brookstreet Pictures, Kaplan Morrison e Andrew Lauren Productions in associazione con Intake Films, Lip Sync, Richmond Pictures, Meyohas Studio, Carte Blanche e Pierce Capital Entertainment
  • Genere: Drammatico
  • Origine: Regno Unito, 2024
  • Durata: 215′ minuti