“Esiste un ponte chiamato Sirât che collega l’Inferno al Paradiso.
Chi lo attraversa viene avvisato che il passaggio è più stretto di un capello,
più affilato di una spada.”

Un uomo e un bambino, lo spagnolo Luis e suo figlio Esteban, viaggiano attraversando una zona remota del nord Africa passando di raduno in raduno alla ricerca di Mar, figlia e sorella maggiore, scomparsa ormai da cinque mesi, le cui tracce si sono interrotte proprio nel bel mezzo di una di queste manifestazioni musicali che vanno avanti a oltranza per ore e ore, a base di droghe e musica elettronica sparata da casse acustiche gigantesche ad altissimo volume.
Da giorni i due continuano a mostrare foto della ragazza scomparsa, nella speranza che qualcuno dei partecipanti la riconosca e possa fornire indizi utili ad aprire una pista da seguire. È un ambiente di selvaggia libertà in cui padre e figlio si muovono del tutto estranei, popolato di variegata umanità di idioma e nazionalità diverse, gente accomunata soltanto dall’appartenere a strati marginali della società, mutilati e reietti in gran parte rifiutati persino dalle loro famiglie di origine. Un gruppo di cinque persone, tre uomini e due donne, informa Luis di un altro raduno più a sud verso la Mauritania, a cui forse anche loro decideranno di prendere parte; così quando i militari arrivano a interrompere il raduno in corso, imponendo lo sgombero dell’area, e il gruppo con un’improvvisa manovra repentina sfugge il controllo dei soldati staccandosi dalla colonna di mezzi e dandosi alla fuga, Luis incitato da Esteban si getta all’inseguimento affrontando l’incognita senza troppe riflessioni. È il metaforico oltrepassare ogni confine conosciuto oltre le proprie Colonne d’Ercole, spingendosi verso l’ignoto, sfidando i propri stessi limiti.
Sirât esprime il senso del viaggio inarrestabile verso il proprio destino con la stessa forza e la sublime carica emotiva di capolavori come Apocalypse now, evocando sullo schermo raffinate visioni surreali, come le casse nel deserto così vicine al monolite di 2001 Odissea nello spazio. È il viaggio dell’Uomo, talvolta costretto a perdere e a perdersi, per poi magari ritrovarsi.

Vincitore del Premio della Giuria al 78° Festival di Cannes, Sirât di Óliver Laxe è un viaggio simbolico, essenza stessa dell’esistenza che, contro ogni nostro egoico attaccamento, è soprattutto perdita; una potente emozione visiva destinata a lasciare letteralmente senza fiato, ancor di più nella seconda parte, dopo l’evento che, come quelli più ferali della vita, spezza il racconto determinando un prima e un dopo incancellabili. L’imponderabilità del destino si apre a dimensioni spirituali ed espone i personaggi all’inevitabile accettazione del dolore, indispensabile per poter sopravvivere esorcizzando la difficoltà di vivere.

Coprodotto da Spagna e Francia, girato tra montagne e deserti del Marocco, il film ha avuto nove candidature agli EFA – che saranno assegnati a Berlino il 17 gennaio – tra cui quella a Sergi López come miglior interprete maschile nel ruolo di Luis. L’attore spagnolo, a detta del regista Óliver Laxe, ha messo la sua esperienza a disposizione dell’intero cast composto di non professionisti alla prima esperienza, non solo il giovane Bruno Nuñez Arjona che interpreta suo figlio Esteban, ma anche gli altri componenti del gruppo, tra cui Richard ‘Bigui’ Bellamy e Tonin Janvier con i loro corpi davvero segnati da menomazioni.

Ipnotico e spietato, aperto a dimensioni inesplorate, Sirât deve l’atmosfera straniante che lo pervade al contributo fondamentale della musica di Kangding Ray, che accompagna l’evoluzione di Luis dal pregiudizio iniziale, fatto di diffidenza per figure estranee a ogni canone sociale, con l’inutile tentativo di tenersi a distanza, fino al costituirsi di una vera famiglia solidale: quella umana, di cui entrerà a far parte, finalmente, senza riserve. Scritto da Santiago Fillol insieme al regista, il film nasce dalla riflessione comune per cui ognuno tende ad avere difficoltà a evolvere sulla strada della propria consapevolezza, eccetto quando si è trovato davanti traumatiche esperienze o un pericolo di morte.

“Realizzare questo film è stato, senza dubbio, un viaggio estremo per me. Mi ha permesso di confrontarmi con la mia ferita interiore” ha dichiarato il regista, certamente anche per lo spettatore si tratta di un’esperienza che difficilmente potrà essere cancellata. Sirât di Óliver Laxe sarà sugli schermi italiani dal prossimo 8 gennaio – con anteprime notturne in sale selezionate alle 1:00 del 1° gennaio – distribuito da Mubi Italia; un viaggio che affronta paure profonde, da non perdere.