
Srebrenica, Bosnia, luglio 1995. Nonostante la risoluzione n°819 dell’Onu abbia dichiarato la città ‘zona sicura sotto la protezione delle Nazioni Unite’ le truppe serbe del generale Mladić avanzano senza ostacoli, occupando i villaggi circostanti e ignorando platealmente ogni intimazione a fermarsi da parte dei caschi blu.
L’insegnante Aida Silmanajic lavora come interprete per il comandante Thom Karremans e il maggiore Franken suo vice, gli ufficiali olandesi al comando della forze internazionali di pace delle Nazioni Unite, proprio nei giorni in cui migliaia di civili smarriti sono accolti all’interno della base e molti di più si accalcano fuori ai cancelli, in cerca di protezione spaventati dall’inarrestabile avvicinarsi delle forze militari nemiche.
Grazie al suo ruolo di supporto Aida è nella situazione di avere in anticipo, rispetto al resto della sua gente, informazioni determinanti sul volgere degli eventi, trovandosi nell’ambigua posizione di essere contemporaneamente allo stesso tempo membro della comunità bosniaca e figura privilegiata tra le fila dell’esercito straniero in missione di pace. Pressata dagli avvenimenti in continua accelerazione, la donna farà tutto quanto in suo potere attuando ogni stratagemma a sua disposizione per separare il destino di suo marito Nihad e dei loro figli Hamdiya e Sejo, da quello della moltitudine dei profughi.

Con il film Quo vadis, Aida? la regista Jasmila Žbanić ricostruisce con estremo pudore una delle pagine più ignobili e sanguinose della storia recente dei Balcani, per dare collocazione e dignità storica a un genocidio che membri della destra nell’attuale parlamento bosniaco rifiutano ancora di riconoscere, causando la morte di almeno ottomila vittime di cui millesettecento ancora disperse. Una tragedia consumata ai confini dell’Europa, che logiche politiche incomprensibili hanno reso possibile.

Il viaggio di Aida verso la disillusione è centro nevralgico del film, sentimento inevitabile quando la sicurezza data dal ruolo autorevole riconosciuto alle forze Onu s’infrange sulle coste dell’indifferenza, frutto vergognoso di calcoli politici in seno all’Unione Europea che ignorarono la sorte di un popolo intero; stesso attualissimo sgomento che viviamo oggi davanti alla fine dello Stato di diritto, per la scelleratezza con cui organi delle istituzioni scelgono d’imporre misure contrarie a ogni principio democratico.

Anche se il personaggio centrale si prodiga nell’ottenere favoritismi per i suoi familiari, mettendo in scena un individualismo censurabile senza la consapevolezza della sua disperazione, impossibile evitare una forte empatia con Aida grazie alla prova travolgente dell’attrice Jasna Đuričić. Izudin Bajrović incarna la smarrita ingenuità di Nihad e suo figlio Dino Bajrović è il secondogenito Sejo, mentre Boris Ler ha il ruolo di Hamdiya, il più fragile nonostante si esiga da lui la forza del primogenito.

Indignazione crescente genera la visione di questi eventi storici accertati, ricostruiti con la necessaria drammatizzazione, e sconcerta la naturalezza con cui una società basata sulla convivenza civile può degenerare facilmente quando la politica induce assurde contrapposizioni; trucco di facile presa ancora adesso sotto gli occhi di tutti, vero e proprio strumento di manipolazione a disposizione del Potere che nella creazione di un nemico trova assoluzione e via d’uscita alla propria inadeguatezza.

Ispirato dal libro Under the UN flag [Sotto la bandiera delle Nazioni Unite] del traduttore bosniaco Hasan Nuhanovic, che racconta la sua esperienza di sopravvissuto ai giorni crudeli di Srebrenica, Quo vadis, Aida? dall’esordio in concorso a Venezia 77 è arrivato alla candidatura all’Oscar come Film Internazionale; lo avrei voluto vincitore, ma la Bosnia Erzegovina produce un film all’anno e non ha certo la forza promozionale per affermarsi in una competizione come quella per l’ambita statuetta.

Adesso, grazie a Academy Two e Lucky Red insieme, Quo vadis, Aida? di Jasmila Žbanić sarà finalmente nelle sale italiane dal prossimo 30 settembre, una visione imprescindibile e necessaria per fare luce su crimini ancora largamente impuniti, perpetrati solo ventisei anni fa a poca distanza da noi.