
Cineasta molto produttivo, nonostante abbia più volte ventilato la possibilità di un ritiro definitivo da ogni attività cinematografica, Steven Soderbergh tra i registi contemporanei sfoggia una capacità non comune di affrontare ogni tipo di film e di registro, con risultati sempre di alto livello; ne è un buon esempio anche il thriller interpretato da Cate Blanchett e Michael Fassbender Black bag – doppio gioco uscito nelle sale italiane a fine aprile.
Adesso con Presence, che sarà nei cinema dal prossimo 24 luglio distribuito da Lucky Red, il regista Palma d’Oro per Sesso, bugie e videotape affronta quel filone del genere horror con case infestate da presenze, ma lo fa in modo inconsueto grazie a una sceneggiatura originale del veterano David Koepp – sue molte sceneggiature di film diretti da Steven Spielberg e Brian De Palma, tra cui il suo capolavoro Carlito’s way – che cambia la prospettiva adottando il punto di vista dei disincarnati, invisibili sullo schermo, ma a tutti gli effetti proiezione di ‘noi’ che, come spettatori, assistiamo sempre impotenti agli sviluppi narrativi nei film. Anche in questo sta la grandezza di Soderbergh, che questa volta fa coincidere forma e contenuto in modo perfetto; anzi, la forma diventa essenza stessa dell’intero racconto con la macchina da presa che per la totalità degli ottantacinque minuti del lungometraggio interpreta sempre il punto di vista della ‘presenza’ protagonista invisibile della vicenda. Nella splendida scena di apertura, realizzata per forza come un unico piano sequenza continuo, che è poi necessariamente elemento costitutivo di tutto il film, ‘percepiamo’ lo spirito che aleggia nelle stanze della casa al centro della storia, in attesa dei ‘vivi’ che arriveranno a dare nuova vitalità all’antica abitazione, in cui gli specchi, vecchi di oltre cento anni, hanno già visto tante gioie e dolori riflettersi in essi.

La famiglia Payne fa il suo ingresso nella casa, è costituita di quattro membri: il padre Chris, sua moglie Rebekah e i figli adolescenti Chloe e Tyler. Senza alcun dispositivo narrativo esterno a un racconto che si snoda nel presente ‘qui e ora’ come i flashback sul passato, scopriamo gradualmente le dinamiche familiari, a volte anche cariche di tensioni, tra i personaggi, con Chloe incline a percezioni di tipo soprannaturale e il formarsi di fronti che rappresentano contrapposizioni sociali, tra chi ha fede nella veridicità di tali manifestazioni e uno scetticismo materialista.

Con la giovane Callina Liang – esordiente sul grande schermo con all’attivo partecipazioni in due sole serie televisive, nel ruolo protagonista di Chloe – il racconto, necessariamente ancorato tra le quattro mura della casa, è fatto dei pochi personaggi che vi hanno accesso – oltre la famiglia ci sono l’agente immobiliare, una sensitiva col marito a gestirne i compensi e Ryan, compagno di studi di Tyler – ma più che sufficienti a innescare suspense e tensione in questo ritratto familiare con imprevisti colpi di scena.

Lontano da tutti quegli horror che spingono ad alimentare l’atavica paura dell’ignoto per ciò che sta oltre la soglia dello ‘spavento supremo’ – per usare la definizione da una canzone di Franco Battiato – Presence di Steven Soderbergh ha anche il pregio di affermare una profonda verità: le minacce più pericolose provengono sempre dai vivi di questo mondo.