
Dopo aver affrontato in modo magistrale il caso Moro in Esterno notte, Marco Bellocchio ritrova Fabrizio Gifuni – che con l’interpretazione del Presidente della Democrazia Cristiana ucciso nel 1978 ha vinto il David di Donatello – per raccontare la via crucis umana e giudiziaria di Enzo Tortora, vero e proprio martire laico della giustizia italiana, nel suo nuovo affresco cinematografico Portobello.
Nel 1983 la trasmissione Portobello in onda ogni venerdì sul secondo canale Rai era il programma più seguito dell’intero palinsesto di tutta la televisione italiana, con ascolti record per milioni di persone, in aumento ogni settimana; alla fine della quinta stagione, il giorno prima che il suo conduttore Enzo Tortora – anche autore insieme alla sorella Anna – firmasse il contratto per un’altra serie di puntate, la sua vita fu sprofondata in un incubo incomprensibile.
Il 17 giugno il giornalista venne arrestato a Roma alle quattro del mattino e portato in una caserma dei Carabinieri prima di essere trasferito al carcere di Regina Coeli – non prima però che la stampa fosse in posizione per immortalarne l’uscita in manette, dando inizio al massacro mediatico di cui fu vittima – con l’accusa di essere membro della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e di trafficare droga per il boss napoletano. Con estrema perizia il film fa comprendere come sia stato possibile che contro un uomo, così evidentemente del tutto estraneo ai fatti contestati, possa essere stato messo in atto un insensato accanimento giudiziario, durato quattro lunghi anni, e la durata fluviale di oltre sei ore del film, divisa in episodi nel formato collaudato della miniserie, diventa necessaria per affrontare con dovizia di particolari ogni risvolto di questa vergognosa vicenda. Il castello di accuse contro il giornalista prese avvio dalle dichiarazioni del ‘dissociato’ dalla camorra Giovanni Pandico, detto O’pazzo, a cui si unirono poi altri in un’infausta concatenazione di elementi, senza che alcun riscontro concreto fosse trovato per consolidare le accuse.

Portobello racconta le trasformazioni che Enzo Tortora si è trovato a vivere nel suo calvario giudiziario, lo vediamo in apertura allegro e giocoso intrattenitore del tutto impreparato alla pioggia di fango che gli si rovescia addosso, senza vittimismo rifiuta ogni scorciatoia procedurale che possa gettare ombre sulla sua innocenza, sfoderando un furore inaspettato; poi quando Marco Pannella gli offre la possibilità di un’immunità candidandolo alle elezioni europee, accetta, ma dimettendosi poi dopo il verdetto di colpevolezza e consegnandosi alle forze dell’ordine, per difendere un principio collettivo di giustizia imprescindibile in uno Stato di diritto.

La Storia come mezzo utile a comprendere il presente è elemento ricorrente in gran parte dell’opera di Marco Bellocchio, con l’adozione del titolo Portobello si è voluto fare riferimento a un periodo storico determinante del nostro Paese, racchiuso negli anni che videro la messa in onda del programma: dal 1977 al 1987. Un periodo che coincide con una trasformazione sociale intrisa di sangue, dall’uccisione di Aldo Moro che in qualche modo decreta la fine del terrorismo ideologico in Italia, alla stagione delle stragi di Stato che va avanti con la bomba alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980, insieme alla scoperta della Loggia Massonica P2 di Licio Gelli con tutte le sue implicazioni.

Lo stile di Bellocchio coniuga una ricostruzione realistica con momenti allucinati da incubo, qui espressione dello sguardo attonito del protagonista, in un farsi maschere delle figure reali per quel teatro dell’assurdo di cui l’aula giudiziaria è emblema perfetto. Momenti surreali realmente accaduti sono rievocati, come gli applausi che i camorristi dalle loro gabbie rivolsero a un Tortora che disperatamente protestava per l’ennesima volta la sua più completa estraneità; il suo sconforto è la dolorosa rinuncia a ogni certezza, perché da sola la Verità non bastò per ottenere un trionfo immediato della giustizia.

Oltre a un Fabrizio Gifuni credibile, perfetto soprattutto nel ricreare lo scandire lessicale del linguaggio di Tortora, il film annovera un gruppo di interpreti straordinari, a partire dal magnifico Lino Musella nei panni del primo accusatore Giovanni Pandico, pluriomicida affetto da problemi psichici. Grandi prove d’attore degne di nota, tra gli altri, anche quelle di Paolo Pierobon avvocato difensore, Giovanni Buselli l’irritante accusatore Gianni Melluso, Fausto Russo Alesi pubblico ministero, Salvatore D’Onofrio il giudice Michele Morello e in piccoli ruoli, determinanti, Irene Maiorino è la teste Nadia Marzano e perfino Alessandro Preziosi, il giudice istruttore Giorgio Fontana, non è stato mai così bravo.

Le prime due puntate della serie sono state presentate in anteprima all’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, mentre il resto era ancora in produzione, e dispiace che HBO Max – produttrice del Portobello di Marco Bellocchio come suo primo contenuto originale italiano – sia estranea alla logica di una distribuzione preliminare in sala, per cui il film ha esordito direttamente nel catalogo della piattaforma e al momento la visione è possibile soltanto sottoscrivendo un abbonamento.