
Vincitore della Conchiglia d’Oro al 72° Festival Internazionale di San Sebastián lo scorso settembre, Pomeriggi di solitudine di Albert Serra è un documentario d’impatto potente fatto di sangue e sudore, che porta sullo schermo l’essenza della tauromachia con una forza mai vista prima.
Essenziale nella sua costruzione, il film racconta una realtà sconosciuta a chi non ne è parte attiva, con la macchina da presa del cineasta catalano che segue molto da vicino il torero Andrés Roca Rey – vero e proprio idolo dell’arena in Spagna – registrando, a commento sonoro, soltanto le sue parole e quelle dei picadores, dei banderilleros e del personale che lo accompagna, fuori e dentro la plaza de toros. Ecco allora che emerge il valore antropologico del film nell’introdurre a un mondo incomprensibile, creando la possibilità di capire come possano questi uomini operare la mattanza senza alcuno scrupolo di ordine etico o morale; preziose a questa comprensione affermazioni che parlano del toro come un antagonista alla pari, a cui vengono accreditate intenzioni umane – orgoglio, invidia, codardia – a sottintendere una libera partecipazione e la volontà di misurarsi nel combattimento. Assurde affermazioni – come quella che parlando della scarsa aggressività dei tori critica una loro presunta poca propensione alla lotta con un “ci sono sempre più pagliacci di questo tipo!” – danno un’idea della visione quanto meno ‘originale’ indotta dalla mentalità che in virtù dello ‘spettacolo’ concepisce come legittime la violenza e l’uccisione dei tori. Crudo e implacabile, Pomeriggi di solitudine dà brividi imprevisti quando vediamo il torero cadere sotto i colpi del toro, perché pur ritenendo la corrida una crudeltà inflitta dall’uomo a un’altra specie che dovrebbe avere pari dignità, è impossibile non trepidare per la sorte di un essere umano, per quanto sanguinario uccisore di tori seriale.

La visione così ravvicinata delle dinamiche che si innescano tra toro e torero rivela perfettamente come l’animale sia provocato, in qualche modo guidato e indotto a reazioni prevedibili, rispondendo a stimoli precisi che si fanno codice, neutralizzando del tutto l’idea dell’atto eroico davanti alla bestia pericolosa. A ulteriore demolizione dell’alone mitico che si vuol dare alla figura del toreador, basta vedere come spesso egli dia le spalle al toro senza alcun timore, certificando la mansuetudine del povero animale sacrificale.

L’intento dichiarato di Albert Serra è però quello di esaltare Andrés Roca Rey come un eroe solo davanti al suo destino, seppure attorniato dai molti che lo accompagnano dalla vestizione in poi, ma anche a voler considerare la buona dose di coraggio che comunque ci vuole ogni volta per rischiare la vita davanti al toro, è impossibile annullare il senso di totale insensatezza che questa pratica antica porta con sé, oltre il perpetuare una tradizione selvaggia, brutale e malata, intrisa di un’atavica devozione impastata con la superstizione.

La sequenza iniziale vede la macchina da presa indugiare sul primo piano di un toro nell’oscurità, che nei suoi occhi innocenti rende evidente la presenza di un essere sensiente oltre quello sguardo. Perciò ancor più truci appaiono i momenti in cui assistiamo al crollo dell’animale sul terreno, con gli spasmi che accompagnano il colpo di grazia inferto alla fine. Il volto del torero trasfigurato dalla tensione diventa maschera di pura follia, perché la pratica della violenza su un altro essere vivente ha implicazioni sconosciute che inquinano dentro.

Pomeriggi di solitudine di Albert Serra lascia fuori campo il pubblico, ma rende percepibili ovazioni e fischi, termometro del gradimento che sfodera gli istinti più bassi dell’essere umano, vera e propria regressione ai tempi dell’Impero Romano, con largo uso di campi ristretti sui combattimenti ad amplificare il senso di isolamento degli esseri viventi in campo; dell’uomo, ma anche del toro di cui persistente è il respiro in colonna sonora. Il film sarà in uscita nelle sale italiane l’8 settembre distribuito da Movies Inspired.