
Il prossimo 3 settembre saranno trascorsi venticinque anni da quando Placido Rizzotto di Pasquale Scimeca ha fatto il suo esordio sugli schermi, selezionato tra i titoli in programma alla 57ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica La Biennale di Venezia; un’opera che ancora ci interroga sulla natura di fenomeni ‘antropologici’ come quello di Cosa Nostra. Il valore intrinseco di un film scarno e rigoroso – com’è lo stile del suo autore, del resto – è quello di rendere evidente come si possa parlare di ‘mafia’ ogni qualvolta in un contesto sociale vengano accordati favori e operate discriminazioni, perché come dice il protagonista nel film, parlando a un’assemblea di lavoratori, l’ultima sera in cui è stato visto in vita, “il nemico siamo noi stessi, con le nostre paure e i piccoli interessi, non si nasce schiavi o padroni. Se uno ci vuole diventare, ci diventa!” Non a caso in apertura sullo schermo compaiono le parole dell’autore che ribadiscono l’universalità del racconto, svolto in Sicilia per volere del caso, perché cose analoghe si potrebbero verificare anche in Persia, Venezuela, Brasile o Messico.
Placido Rizzotto era Segretario della Camera del Lavoro a Corleone, figlio primogenito di contadini, lui stesso dedito all’agricoltura, era stato costretto a interrompere gli studi alla terza elementare per dare aiuto alla madre e alle cinque sorelle minori, quando il padre fu arrestato ingiustamente con l’accusa di associazione mafiosa. Fu arruolato durante la Seconda Guerra Mondiale e inviato in Friuli, dove ebbe modo di vedere realtà diverse dalla sua, migliorare il suo livello di istruzione e, dopo la fine del conflitto, quando tornò nella sua terra natale, si pose al servizio della comunità per combattere le disparità, insegnando ai poveri contadini senza una terra da coltivare a occupare i terreni incolti, per rivendicare il loro diritto alla sopravvivenza. Venne fatto sparire nel nulla la sera del 10 marzo 1948.

Cineasta indipendente, Scimeca in qualche modo si specchia nella figura di Rizzotto; il suo lasciare l’insegnamento dopo una Laurea in Lettere a Firenze per imparare il Cinema da autodidatta, ha analogia col percorso autonomo d’istruzione del sindacalista di Corleone. Placido Rizzotto chiude anche idealmente un percorso espressivo del regista che accomuna il film a tutte le sue opere precedenti, la ricerca di quell’arcaico mondo rurale della sua infanzia, ormai irrimediabilmente perduto per sempre.

Nato a Aliminusa, dove ha creato la cooperativa Arbash Film per fare cinema indipendente senza i vincoli del circuito, Pasquale Scimeca s’è formato in ambiente ‘medioevale’ – come lui l’ha definito – e quando, a soli quattro anni, il nonno l’ha portato a vedere dove giravano Un uomo da bruciare (1962) è rimasto abbagliato dalla magia della settima arte; nella fantasia di bambino vissuto sempre in un mondo intriso di religiosità, quelle luci potenti a illuminare la scena, gli sono apparse come l’occhio di Dio, lasciando in lui un’impronta indelebile.

In un mondo in cui i campieri facevano capo alle famiglie mafiose del posto, scegliendo sulla piazza gli uomini a cui avrebbero dato lavoro, creando così una sudditanza e infrangendo ogni legge in materia, Placido – interpretato da un ottimo Marcello Mazzarella – insegnò ai contadini a lottare, a pretendere il rispetto dei loro diritti, attirando l’ira del padrino locale. Il nome di Placido Rizzotto fu solo l’ennesimo in un’elenco di vittime che, anche prima di Portella delle Ginestre, non vollero rinnegare la propria Terra e pagarono con la vita questa appartenenza.

Impietoso nel rappresentare una situazione sociale crudele fondata sull’omertà, dove anche lo stupro era usato come strumento di sottomissione, il film adotta un linguaggio essenziale e senza la minima concessione all’intrattenimento per dare forma al dilemma interiore del protagonista che non può scendere a patti con la sua natura, ma ha senso darsi per gente che si fa complice nel silenzio? La colonna sonora originale firmata dagli Agricantus contribuisce a creare l’atmosfera sacrificale, quasi mistica, che evoca un clima da tragedia classica.

Placido Rizzotto di Pasquale Scimeca è un film importante, disponibile per la visione anche in rete, con l’unico difetto di una sequenza inappropriata – non credo una vittima di violenza esponga la sua nudità – che forse voleva essere metaforica a dare forma visiva alla fragilità; un dettaglio che comunque non scalfisce il valore dell’opera, ritratto di un uomo in qualche modo connesso, nel bene o nel male, con figure di rilievo di entrambe le parti, come Pio La Torre, Luciano Liggio e Carlo Alberto Dalla Chiesa.