
David Lean, probabilmente il più grande cineasta britannico di tutti i tempi, è entrato nella storia del cinema con progetti colossali in un’epoca in cui – in assenza di effetti digitali – tutta la grandiosità voluta sullo schermo doveva necessariamente essere reale, davanti alla macchina da presa; Il ponte sul fiume Kwai, Lawrence d’Arabia, Il dottor Živago, La figlia di Ryan, sono alcuni dei titoli più famosi della sua fortunata carriera. Adesso il suo ultimo capolavoro Passaggio in India, quarant’anni dopo l’esordio sugli schermi nel 1984, torna finalmente disponibile al pubblico italiano – dopo un oblio di oltre vent’anni, in cui l’assenza di edizioni dvd o passaggi televisivi, lo hanno reso di fatto invisibile – con il cofanetto pubblicato su etichetta Sinister Film e distribuito da Terminal Video.
Tratto dall’omonimo romanzo di E.M. Foster pubblicato cento anni fa nel 1924, Passaggio in India affronta il tema delle relazioni difficili tra inglesi, ancora dominatori del continente indiano, e popolazione locale; con i sentimenti, la supposta superiorità razzista dei primi contrapposta a una certa dose di ammirazione – con conseguente subalternità – dei secondi, incarnati dai personaggi di una storia affascinante e piena di sfumature complesse. La giovane Adela Quested, al suo primo viaggio fuori dal Regno Unito, accompagna l’anziana Mrs Moore che va a far visita al figlio Ronny Heaslop, magistrato civile a Chandrapore e compagno del college di Adela, per chiarire i suoi sentimenti e decidere se considerare l’eventualità del matrimonio. L’impatto con l’antica cultura dell’India si rivela già di per sé molto forte, per la ragazza in particolare, e l’incontro con il professor Richard Fielding consente alle due donne di entrare in contatto con il professor Godbole, un collega insegnante, e con il dottor Aziz, medico del popolo, stimati membri della comunità locale.

A lungo molti avevano fallito nel tentativo di tradurre in immagini il romanzo di Foster consolidando l’idea che fosse impossibile, ma David Lean ha scritto da solo l’adattamento riuscendo in modo magistrale a lasciare intatto il “mistero” al centro della vicenda; difficile affrontarne l’evento cardine, il cinema è mostrare, ma scegliendo di fare personalmente anche il montaggio del film il regista ha firmato con successo tutte e tre le fasi di costruzione del racconto.

L’atmosfera intrisa di fatalità per ciò che deve accadere, alimentata dalle parole determinanti di Godbole, interpretato in modo credibile da Alec Guinness che con Lean aveva esordito in Grandi speranze, e di Mrs Moore – una straordinaria Peggy Ashcroft, premiata con Golden Globe e Oscar per questo ruolo – contribuisce alla creazione della magia esotica di un mondo indissolubilmente legato al concetto antico di morte e rinascita, comune alle filosofie religiose più diffuse al mondo.

Anche la bellezza terribile della Natura selvaggia, esemplificata dalla visione sublime del fiume al chiaro di luna nelle cui acque vivono insidiosi in agguato i coccodrilli, è elemento narrativo alla base del turbamento di Adela – l’australiana Judy Davis – scaturito dal pericolo, che la scoperta più intima di sé stessa ha portato alla luce nell’impatto con l’India. James Fox è Richard Fielding, l’unico inglese bendisposto verso la popolazione indiana, e Nigel Havers è Ronnie Heaslop.

Per il ruolo fondamentale del dottor Aziz, David Lean scritturò senza troppa convinzione Victor Banerjee, che gli era stato segnalato dal Maestro del cinema indiano Satyajit Ray, rivelatosi poi di una bravura incredibile nell’incarnare l’ingenuità e il successivo indurirsi del personaggio. Prima di girare qualsiasi scena il regista aveva già chiari in mente i dettagli dell’intero film, in una lettura del copione imposta da Peggy Ashcroft ne dette prova, perciò fu molto rigido nel rifiutare ogni idea alternativa.

Passaggio in India si può considerare ultimo, magnifico, esempio di un cinema epico che, con tutti i mezzi di oggi, purtroppo non c’è più. La durata dei film sempre più spesso, adesso, si è avvicina al formato kolossal, ma i ritmi accelerati di oggi sono incompatibili con l’ampio respiro narrativo. Il capolavoro di Lean ebbe undici candidature all’Oscar, ma solo due statuette – l’attrice di supporto e la musica di Maurice Jarre – perché trovò Amadeus di Milos Forman sulla sua strada.

Lo splendido doppio dvd pubblicato presenta, prima volta in Italia, la versione integrale del film con i quattordici minuti che erano stati tagliati all’uscita sui nostri schermi, ma anche la versione cinematografica più breve corredata dal documentario sulla lavorazione, di settantadue minuti, realizzato al ventesimo anniversario nel 2004. Un’Emozione Visiva assolutamente da vedere e… perché no, anche da avere.